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“Di sole e di notte”

 

“Il destino spesso lo si incontra proprio sulla strada presa per evitarlo.”
Il mio nome è nessuno – 1973

Londra.
La città dell’eccentrismo, del tè delle cinque, dei vestiti bizzarri, dello smalto nero sulle unghie, degli artisti, del rock and roll, del teatro e della poesia, del romanticismo ottocentesco, della rivoluzione femminile, della musica e dell’arte di strada.
A Londra puoi essere chi vuoi, accantonare il passato e ricrearti, daccapo; a Londra puoi ricomporre la tua personalità, scegliere il tuo stile di vita, ritornare alla via dei tuoi sogni e realizzarli senza impedimenti, senza costrizioni, senza morale o logica, solo istinto e passione.
A Londra puoi abbandonare il fato, aprire il libro del destino e cancellarvi le scritte a matita, armandoti di penna stilografica colorata, pronta a vergare il tuo nuovo percorso.

Londra, la città della magia.
Londra, il nuovo inizio.

Poggiare il piede su suolo inglese, vedere la scritta che le accoglie ad Heathrow, sentire l’odore della pioggia in un’improbabile giornate di sole, sorridere alla compagna di viaggio ed iniziare a saltellare qua e là, come pazze, attirando sguardi e sorrisi di chi, come loro, sentiva l’eccitazione latente e dormiente che una città come Londra è in grado di risvegliare nei suoi abitanti e nei molti turisti.
Il viaggio programmato molti mesi prima è divenuto reale davanti ai loro occhi felice e ridenti.
Sentiva, lo sentiva dentro di sé Iris… Questo viaggio le riservava qualcosa di inatteso ed inaspettato. Sentiva, la sentiva su di sé, quell’ansia che ti prende prima di un avvenimento importante, quell’adrenalina che sembra scorrerti sulla superficie della pelle, quell’ingarbugliamento di sensazioni ed emozioni nello stomaco, quell’agitazione, quell’eccitazione, quel leggero sentore di paura che rendeva l’attesa qualcosa di piacevole e doloroso al contempo.
Iris sapeva, sapeva perfettamente che qualcosa l’attendeva in quella città dai mille colori ed odori.
Sentiva che quello strano senso di inquietudine che da sempre l’accompagnava nella sua vita finalmente sarebbe scomparso, soffiato via dall’alito caldo di una luce nuova.
Era una mancanza indefinita, quella che la tormentava; una mancanza senza volto né corpo, né consistenza o voce. Era astratta, fumo nei ricordi, nelle sensazioni; allo stesso tempo, però, era qualcosa di vivo e pulsante dentro di lei, una presenza che non mancava mai di bussare alle porte dei suoi stati d’animo, modificandoli prepotentemente, senza annunciarsi.

Un’assenza senza forme, un velo di sofferenza che si posava sul suo cuore impedendole di sorridere davvero, di gioire davvero, sempre con la sensazione allo stomaco che qualcosa mancasse, che qualcosa stonasse.
Che, finalmente, questa sensazione potesse trovare nome o volto?
Iris lo sperava davvero o, per lo meno, sperava che quella settimana di vacanza passasse spensierata, che, per una volta, il suo sorriso coinvolgesse i suoi meravigliosi occhi grigi, che il suo cuore gioisse di una gioia leggera, senza pensieri.
Ci credeva davvero, lo sentiva nel profondo.
Era nella terra della magia, era nella terra del bizzarro, dell’inspiegabile.
Per una volta, Iris Mason avrebbe lasciato che il destino facesse da sé e prendesse in mano il suo cuore e lo guidasse attraverso quel bosco fitto ed oscuro che il suo animo celava, pronto a donarsi alla luce pura ed accecante dell’amore.
Nessuna costrizione, nessun pensiero.
Voleva solo liberare la mente e seguire il flusso degli eventi, dimenticandosi di tutto e lasciandosi trasportare.

Avevano appena posato le valige nella splendida stanza d’albergo che si affacciava direttamente sul Tamigi.
Caleigh si era buttata sul primo grande letto che le sue gambe avevano trovato ed ora si muoveva su quelle lenzuola candide come se si trovasse sulla neve, con le braccia e le gambe a muoversi per dare a quel manto pallido l’immagine di un angelo.
Iris fece un giro per la camera, rimanendone piacevolmente colpita, poi venne attratta dalla tendina verde chiaro che svolazzava quieta infrangendosi sui vetri aperti e donando una parziale vista delle acque scure del fiume inglese per eccellenza.
Si avvicinò a quella stoffa leggera e la scostò, uscendo sul balcone dal quale la città si apriva a ventaglio, mostrandosi nella sua bellezza agli occhi dei viaggiatori.
Era uno spettacolo magnifico poter vedere il cielo tingersi dei colori pastello del crepuscolo. Il rosa, il lilla, l’azzurro tenue che si mischiavano creando una coperta preziosa di colori dolci e gentili, un velo che si posava lento sulla città prima di lasciar spazio al manto di velluto della notte.
Rimase parecchi minuti ad osservare quel cielo splendido, Iris, prima che l’amica la richiamasse.
«Raperonzolo, sto morendo di fame! Che ne dici se andassimo alla ricerca di un bel localino etnico che cucini, che so… Qualcosa di etnico?» disse l’amica, ancora sdraiata sul letto.
Iris scoppiò a ridere davanti ai molti sinonimi che l’amica conosceva e scosse la testa ormai abituata a quel tornado che le aveva invaso la vita anni prima, mentre ancora bambina raccoglieva margherite per farne una collana da regalare alla sua mamma.
Si riprese quasi subito, il salto nel passato le aveva disteso le labbra in un dolce sorriso.
«Certo, mangiona. Andiamo a fare rifornimento di cibo etnico!» le disse con voce greve a mo’ di capitano di bordo.
Caleigh scoppiò a ridere e, prendendo la mora amica sotto braccio, uscì dalla camera, le risa ancora sulle belle labbra delle due.
Erano una strana coppia di amiche, Caleigh ed Iris, anche esteticamente parlando: la prima aveva una pelle dorata, corti capelli d’un tenue castano chiaro ed occhi verdi come le prateria scozzesi. Iris, invece, aveva i colori della notte: capelli neri come la volta notturna, pelle candida come l’astro della notte ed occhi grigi come le nuvole che imperversano nei giorni di pioggia.
Erano diverse, eppure complementari.
La prima sempre allegra e solare, estroversa ed un po’ pazzerella; la seconda più taciturna e malinconica, sensibile e con la testa sulle spalle. Eppure, questa loro diversità le incastonava perfettamente, come pezzi di un puzzle ben congegnato che mostra, nella sua interezza, una splendida immagine, tanto da lasciar lo spettatore senza fiato.
La serata volò via tra un raviolo al vapore ed un piatto di spaghetti di soia, un bicchiere di tè al gelsomino ed una birra cinese dal nome impronunciabile.

Il giorno seguente, la lista delle cose da fare e vedere era chilometrica. Per prima cosa, decisero di visitare il famoso mercatino di Covent Garden. Iris aveva letto molto al riguardo – aveva una passione smisurata per i mercatini ed il vintage – e sapeva che lì l’atmosfera bohémienne era ancora piuttosto marcata, con artisti, veggenti, musicisti, ballerini e pittori che scendevano in strada a mostrare disinibiti la loro arte, deliziando il cuore sensibile dei visitatori.
Con una cartina in mano, rischiando di scontrarsi spesso con i vari passanti, raggiunsero il famoso mercatino non prima d’aver sbagliato fermata della metro, aver chiesto indicazioni ad una nonnina russa che non parlava inglese ed esservi finite in mezzo senza nemmeno accorgersene.
Ridendo come due bambine in un parco giochi, le ragazze rimasero abbagliate dalla vivacità e dal movimento di quel luogo.
In uno spiazzo, dei ragazzi ballavano la breakdance, poco più avanti una coppia di ballerini ballava un tango così sensuale da far arrossire gli spettatori, dall’altro lato della strada, un pittore cieco dipingeva i volti dei passanti, toccandone il profilo e riproponendo su tela ciò che le sue mani avevano sentito, meravigliando tutti per la precisione e la bellezza dei particolari.
Ad un tavolino, proprio sul bordo della strada, due uomini vestiti con tipici abiti ottocenteschi bevevano il tè parlando in un inglese particolare, un accento marcato sotto i lunghi baffi e l’occhietto vispo dietro un monocolo finemente decorato.
Poco più distante, una scimmietta suonava dei piatti ed un uomo con un enorme turbante suonava uno strano flauto davanti ad una cesta.
Più si guardavano intorno, più quell’atmosfera le rapiva entrambe.
Trascorsero tutta la mattinata tra gli artisti e gli oggetti vintage, provando indubbi accessori e bizzarri vestiti, accarezzando un cucciolo di tigre e bevendo strani tè variopinti e profumati.
Proprio mentre guardavano una bancarella di accessori, lo sguardo di Iris cadde in fondo alla via dove una piccola tenda rossa e gialla si apriva nel centro della stradina.
Sembrava una di quelle tende da circo, quelle dove le veggenti ti leggono la mano per pochi soldi.
Senza sapere come, si ritrovò davanti a quella tenda colorata.
Proprio in fronte all’apertura, dietro un banchetto in legno, una donna dai lunghi capelli neri legati in una splendida treccia mischiava delle carte.
Aveva abiti sgargianti, in un tessuto impreziosito da inclusioni perlacee, brillanti ed affascinanti. Il trucco era un decoro artistico sul suo viso che risplendeva di una luce dorata e mistica.
Era una zingara.
La donna alzò lentamente il viso verso Iris che, impalata, la osservava.
Le sorrise conciliante e tornò a mischiare le sue carte, poi parlò con una voce calda ma composta ed autoritaria.
«Ti aspettavo. Benvenuta, Dagaz
Iris si guardò intorno, l’amica l’aveva appena raggiunta.
«Non c’è bisogno che ti guardi attorno, Dagaz. Sei tu colei che attendevo. Avvicinati.» riprese la donna, una mano ad indicarle di farsi più vicina.
Iris e Caleigh rimasero immobili, poi insieme si avvicinarono alla zingara mentre l’amica chiedeva con cenni silenziosi di cosa stesse parlando la donna.
Iris sentiva una strana sensazione nello stomaco, ma non se ne curò.
La donna non guardò nessuna delle due e continuò a mischiare le sue carte, poi alzò lo sguardò verso Caleigh.
«Sono felice che tu sia venuta, ti attendevo da molto… Dagaz.» e concluse la frase voltandosi completamente verso Iris mentre pronunciava quello strano nome.
La mora capì che era proprio con lei che la donna stava parlando.
Caleigh rimase accanto all’amica e la spronò ad avvicinarsi.
La donna le fece cenno di sedersi e Iris obbedì.
Sentiva qualcosa di strano dentro di sé, una sensazione sconosciuta e destabilizzante.
La donna prese il mazzo di carte e posizionò alcune di esse sul banchetto, disponendole in una strana forma, poi chiese ad Iris di indicargliene una.
La ragazza allungò tremante la mano verso la carta del centro, carta che la donna girò con un sorriso.
Erano strani simboli, non tarocchi come credeva. Sembrava una scrittura antica, un po’ come le rune celtiche.
Iris alzò lo sguardo, la confusione sul suo viso.
«Tu sei Dagaz, figlia mia. Sei l’equilibrio fra la notte ed il giorno, l’eterno ritorno differente, la luce dell’alba e del crepuscolo. Tu sei l’alba di un nuovo giorno, tu sei l’oscurità che si trasforma in luce. Tu sei la notte che governa il mondo, il manto buio di velluto che cela gli amanti, il crepuscolo fresco che meraviglia gli uomini. Ed è proprio da quest’oscurità che nasce la tua luce, la luce dei tuoi occhi, la luce nel tuo cuore.» pronunciò la donna con tono dolce e gentile, mentre negli occhi una luce nuova brillava ed una mano accarezzava il palmo di quella di Iris.
La giovane non sapeva cosa dire, ma la donna non le diede nemmeno il tempo di formulare una frase di senso compiuto che continuò a parlare.
«Lui è qui e ti sta cercando, ti cerca da sempre, dall’alba dei tempi. Vi siete trovati e perduti, perduti e ritrovati ed ora il ciclo del tempo del quale sei custode sta per tornare, ancora una volta, ed avrà un volto definito ed una voce reale, avrà braccia possenti ed un cuore pieno d’amore. Il tempo dell’indefinito sta per terminare, ora ciò che desideri ed aneli nei meandri più reconditi del tuo animo sta per prendere forma. Avrà occhi del cielo e del mare ed il sole di settembre tra i capelli. Lui sarà la tua controparte di luce abbagliante abituata a vivere senza ombre, quella luce che ti mostrerà la gioia del sole ed alla quale tu mostrerai la bellezza della luna e della notte. Lui è la tua metà, la tua parte d’anima e di luce che hai perso nel gioco del tempo, sempre destinati a ritrovarvi, sempre destinati ad unirvi e sempre destinati ad amarvi.»
La donna si ritirò veloce all’interno della tenda, mentre le ultime parole lasciavano l’aria nella quale si erano infrante.
Iris era spossata, destabilizzata.
Caleigh le fu accanto in un secondo.
La donna era scomparsa nella tenda, non le aveva chiesto denaro né le aveva spiegato alcuna cosa.
La giovane era rimasta completamente ipnotizzata dagli occhi della donna, capendo solo in seguito il perché di quello strano colore sbiadito: la zingara era cieca.
La voce dell’amica le arrivò quasi lontana. «Iris, lascia perdere. Quella era mezza suonata, si vedeva! Forza, continuiamo il nostro giro, amica mia.» e la prese sottobraccio mentre la mora cercava ancora di capire le parole della strana donna.
Si alzò lentamente e prima che la tenda fosse troppo lontana, udì altre parole, le ultime: «Non cercarlo, figlia mia; sarà lui a trovare te, sarà sempre lui a trovarti.»

La giornata trascorse più o meno serena. Le due amiche girovagarono per il mercatino, pranzarono in uno strano locale orientale, fecero shopping tra i negozi vintage, ascoltarono musica in strada, visitarono il celebre British Museum e passarono la serata tra locali jazz di musica live, tra un cocktail ed uno spuntino.
La notte calò inesorabile anche su Londra e le due amiche si coricarono, pronte a ritemprarsi per una nuova giornata alla scoperta di quella strana ma adorabile città.
Iris fece fatica ad addormentarsi, le parole della zingara ancora nella mente.
Una stella brillò nell’oscuro cielo di Londra mentre le luci della città lasciavano il posto all’ombra della notte.

Il giorno seguente, le due ragazze programmarono un’intera giornata a spasso tra antiche dimore e palazzi, una giornata all’insegna dell’arte e della cultura che sarebbe terminata in bellezza con lo spettacolo preferito di Iris al celebre Royal Opera House, dove dalle ventuno in poi si sarebbe messo in scena il Romeo e Giulietta, eseguito dallo splendido Royal Ballet.
Iris era un po’ spaventata all’idea di tornare a Covent Garden.
Le parole di quella donna continuavano a tormentarla.
Fu per questo che Caleigh la convinse a fare un salto al mercato prima dello spettacolo: voleva parlare ancora con quella donna, chiederle spiegazioni; ma quando arrivarono, una brutta sorpresa le attese. Della donna, infatti, non vi era traccia. Quando chiesero informazioni, un anziano signore che lavorava al mercato da decenni disse che quella donna non era mai venuta prima e che, sicuramente, era un’abusiva senza permesso cacciata in giornata, visto che era scomparsa nel tardo pomeriggio.
Iris sentì la delusione nel cuore.
«Te l’avevo detto, no, che era una vecchia pazza! Forza, sbrighiamoci od il tuo Romeo verrà accalappiato da una Giulietta qualsiasi.» disse l’amica prendendola per mano, mentre correvano tra le vie per raggiungere il teatro, il vestito da sera ed i tacchi ad impacciare i movimenti.

Altri due giorni trascorsero ed ormai la vacanza giungeva vicina alla sua fine.
Iris aveva cercato di dimenticare le parole della donna, avvalorando la tesi dell’amica e si era goduta quei giorni in giro per Londra con un grande sorriso sul volto, il cuore leggero e la mente senza pensieri.
Fu proprio nel pomeriggio del quinto giorno che tutto mutò radicalmente.

Passeggiavano per Camden Town con la mappa in mano alla ricerca di un locale carino in cui pranzare, quando Iris andò a sbattere contro qualcosa, o meglio, qualcuno.
La mora, sentendo il contatto con qualcosa di sodo e caldo, alzò il naso dalla mappa e buttò indietro la testa, incontrando gli occhi più belli che avesse mai visto.
La luce del sole rifletteva su dei capelli biondi ed incorniciava quegli occhi azzurri come il cielo estivo.
“Avrà occhi del cielo e del mare ed il sole di settembre tra i capelli.”
Rimase in quella strana posizione, con la mappa a mezz’aria, la testa tirata indietro e la bocca spalancata per una buona manciata di secondi, poi il sorriso più dolce che avesse mai incontrato la fece riavere.
Si voltò veloce, inciampando nei suoi stessi piedi e finendo tra le braccia del bellissimo ragazzo che si trovava di fronte.
Arrossì per l’imbarazzo e per il contatto, balbettando delle scuse e scostandosi subito dal giovane.
Il ragazzo le sorrise e si passò una mano tra i capelli, leggermente imbarazzato.
«Figurati, non è successo nulla.» le disse gentilmente, poi le chiese se stesse bene ed Iris si aprì in un tenue sorriso.
«S-sì, ti ringrazio.» rispose arrossendo ed apparendo ancora più bella di quanto già non fosse.
Il ragazzo, poi, le porse la mano.
«Piacere, io sono Alexander.» le disse stringendole fermamente la mano.
Iris non riuscì a rispondere, poi una testa più chiara entrò nel campo visivo dei due ragazzi.
«La ragazza qui mezza muta si chiama Iris, vero?» disse Caleigh sorridendo e dando una gomitata all’amica.
Iris si riprese velocemente. «Sì, scu-scusami. Il mio nome è Iris, piacere di conoscerti, Alexander.» disse riprendendo finalmente le facoltà mentali.
Alex sciolse la stretta di mano sorridendo.
«Hai lo stesso nome della dea dell’Arcobaleno, lo sai Iris?» le disse leggero ed Iris scosse la testa.
«Non ne ero a conoscenza.» rispose soltanto e quando il ragazzo si passò nuovamente la mano nei capelli biondi come il grano, Iris la vide.
Il ragazzo seguì lo sguardo della morettina e trovò il suo tatuaggio.
«Ah, sì. Questa è una runa, rappresenta-»
«Dagaz, la runa della luce.» rispose Iris senza staccare gli occhi dal tatuaggio.
Alexander rimase spiazzato, poi però sorrise alla giovane annuendo.
Aveva cercato in tutti i modi di dimenticare le parole della donna, e ci era quasi riuscita, ma tutto quello non le aveva impedito di fare qualche ricerca su quello strano nome con il quale la donna l’aveva chiamata.
Dagaz, la runa della luce.
«Allora, cosa cercavate di interessante sulla mappa?» chiese il giovane, indicando col mento la carta stropicciata tra le mani di Iris.
Fu Caleigh a rispondere mentre Iris cercava di combattere il tremendo e furioso battito del suo cuore.
«Un ristorante etnico, si dovrebbe chiamare… The Jasmin of Java, se non sbaglio.»
Il ragazzo annuì.
«Oh, lo conosco. Si trova proprio dietro l’angolo anche se ammetto che è difficile da individuare tra tutti quei ristorantini e negozi. È un ottimo locale con cucina indonesiana. Se volete, vi accompagno. Stavo proprio per andare lì a pranzare, mi aspettano due amici. Volete unirvi?» disse gentile e Caleigh acconsentì con entusiasmo.
S’incamminarono tutti e tre verso il ristorante, Caleigh solare come mai prima d’allora, mentre sorrideva entusiasta ad una più mite Iris, persa completamente a causa della bellezza dell’architettura che la circondava.
La ragazza si guardava in giro, osservando le costruzioni particolari di quel quartiere. Era così estasiata dall’influenza indonesiana che si aprì in un grande sorriso ed i suoi occhi si illuminarono alla vista di quelle meraviglie architettoniche.
Alexander non si era perso alcun movimento della ragazza, abbagliato dalla luce del suo viso.
Era bellissima con quella pelle di luna, i capelli neri e gli occhi grigi come la pioggia – che poi, chi aveva gli occhi grigi? – le guance arrossate dal sole, gli occhi lucidi ed il sorriso sulle labbra, poi, la rendevano una visione.
Piano, le si avvicinò, senza che la ragazza lo percepisse. Si abbassò alla sua altezza e le sussurrò all’orecchio, facendola scattare spaventata all’indietro: «Gli indonesiani chiamavano il Jasmin di Giava anche “chiaro di luna”, come la celebre sonata di Beethoven. Si dice che il suo profumo fosse delicato come la brezza serale ed il suo colore ricordasse il pallido astro della volta notturna. Credo sia un fiore che ti rappresenti, Iris.» ed allungando una mano, prese qualcosa dietro di lei e poi lo posò tra i suoi capelli, proprio sopra il suo orecchio.
Alex guardava il piccolo fiore di gelsomino bianco che spiccava sullo sfondo scuro dei lisci capelli della ragazza e si rese conto di quanto fosse  perfetto per lei. Splendido e raffinato, dal profumo delicato ma intenso. Perfetto.
Senza aggiungere una parola, entrò nel ristorante, facendo strada ad entrambe verso il tavolo dove due ragazzi lo attendevano.
Iris, entrando nel locale, si poté specchiare nelle vetrate e lì vide il fiore tra i suoi capelli.
Il cuore accelerò, solo un pochino.

Trascorsero insieme una splendida giornata.
Caleigh, durante il pranzo, aveva attirato le attenzioni dei due amici di Alex, mentre Iris chiacchierava meno ed ascoltava molto di più, osservando i gesti dei ragazzi e dell’amica.
Ne osservava uno in particolare, Rick, un ragazzo carino ma dall’aria timida ed impacciata.
Si torturava le mani ed abbassava spesso lo sguardo quando Caleigh, durante i racconti, lo guardava dritto negli occhi.
Aveva capelli scuri ed occhi verdi, proprio come quelli dell’amica. Aveva un fisico snello ma non era molto alto. Nel complesso, però, era un bel ragazzo.
Iris lo osservava, capendo al volo che il ragazzo avesse preso una sbandata per l’estroversa amica che, da quello che poteva vedere, ricambiava.
Che fosse un colpo di fulmine?
Alex, intanto, osservava Iris guardare i due e sorrise.
Quella ragazza lo affascinava sempre più, aveva la capacità di vedere sfumature che agli occhi degli altri sfuggivano.
Proprio mentre gli occhi di Alex si posavano su quelli di Iris, la ragazza voltò lo sguardo incrociandoli e le parole della zingara le arrivarono dritte e potenti nella mente.
“Lui è qui e ti sta cercando, ti cerca da sempre, dall’alba dei tempi. Vi siete trovati e perduti, perduti e ritrovati… Avrà occhi del cielo e del mare ed il sole di settembre tra i capelli. Lui sarà la tua controparte di luce abbagliante.”
Gli occhi azzurri di Alex, i suoi capelli biondi, la luce solare che emanava presero il posto di quel volto indefinito che le faceva battere il cuore, sentire una strana emozione nello stomaco ed una mancanza inconsistente, senza viso.
Iris sentì delle vertigini farle girare la testa.
Si appoggiò allo schienale, poi si scusò dicendo che andava a prendere un po’ d’aria ed Alex la seguì senza farsi vedere.
Fuori dal locale, Iris si avvicinò al muro coperto di gelsomini e ne toccò un fiore con la punta delle dita.
Alex la osservò, le dita lunghe e diafane che sfioravano quel petalo bianco come quella stessa pelle.
Iris sorrise, poi alzò lo sguardo e guardò il cielo oscurarsi.
Delle nubi grigie avevano inghiottito il sole, ma la luce traspariva ugualmente, trovando sempre la via per mostrarsi ed illuminare il mondo.
Mentre guardava il cielo tingersi del colore dei suoi occhi, un leggero miagolio la fece voltare verso la parete di gelsomini.
Proprio al di sotto della piccola panchina in pietra sulla quale si arrampicavano i fiori, un piccolo gatto nero la guardava miagolando, accucciato come una sfinge e meraviglioso come la mistica e misteriosa costruzione egiziana.
Subito, Iris si abbassò ed allungò la mano verso quella piccola e pelosa testolina.
Il gatto, vedendo il movimento, allungò il piccolo collo per facilitare la carezza e, quando la mano entrò delicata in contatto con il manto morbido dell’animale, quest’ultimo cominciò a fare le fusa, miagolando dolcemente.
Iris sorrise ed aggiunse una seconda mano alle carezze.
Il micio apprezzò notevolmente quella doppia carezza, chiudendo gli occhietti chiari e distendendo il musino.
Iris rise di quel musetto compiaciuto fino a quando il gatto non decise di sottrarsi a quelle carezze e farne una a quella dolce umana.
In pochi istanti, il micio si alzò poggiando le zampine anteriori sul ginocchio piegato di Iris, avvicinò il piccolo muso alle labbra della giovane e vi depositò una sorta di bacio, per poi tornare a terra, miagolare e sparire dietro i gelsomini.
Il giovane, che aveva guardato estasiato tutta la scena senza farsi vedere, tornò veloce all’interno del locale con un dolce sorriso a distendergli le labbra.
Il pranzo proseguì allegro. Chiacchierarono, mangiarono e risero moltissimo.
Alla fine del pranzo, decisero di trascorrere tutto il pomeriggio insieme, mentre Daniel – questo era il nome dell’altro amico di Alex – li lasciava per andare al lavoro.
I due ragazzi mostrarono alle turiste locali e luoghi di una Londra ai loro occhi sconosciuta. Salti nel tempo, sorrisi, giochi e divertimento.
Grazie ai due giovani, Iris e Caleigh poterono vedere una Londra che negli opuscoli turistici non veniva menzionata.
Una Londra mistica e magica, nascosta tra piccole vie acciottolate, antiche e sconosciute dimore, locali pittoreschi e dalle entrate seminascoste.
Fu una giornata magnifica.
Quando calò la sera ed i quattro si salutarono, decisero di vedersi il giorno seguente: le due amiche volevano visite il quartiere di Bloomsbury ed i due ragazzi, da perfetti gentlemen inglesi, si erano offerti di far loro da cicerone.
Tornate in albergo, Caleigh si buttò subito sul letto, prendendo un cuscino e portandoselo al viso, affondandovi completamente.
Iris si sedette sul bordo del proprio letto ed attese.
Poco dopo, infatti, dal cuscino sbucò un occhio dell’amica che subito venne coperto, con tanto di risolino isterico e dimenamenti.
Iris scoppiò a ridere e Caleigh si mise seduta, il cuscino ancora tra le braccia.
«Non ridere di me, maledetta! Che razza d’amica sei?» le chiese fintamente imbronciata, cosa che fece ridere Iris ancora di più.
L’amica, però, la guardò storto e così lei alzò le mani in segno di resa, l’ombra di un sorriso ancora sul volto.
«Forza – le disse – sputa il rospo.» e Caleigh lo sputò senza trattenersi.
«Iris, ma l’hai visto? È troppo carino! Sembra così timido e dolce!» disse l’amica con una vocetta da bimba e gli occhi lucidi d’emozione.
Iris le tirò un cuscino addosso e scoppiarono a ridere, poi Caleigh tornò seria.
«A parte gli scherzi, mi piace, I. Mi piace molto.» e sul suo viso comparvero due chiazze rosse proprio sulle guance.
Iris non poteva crederci. Questa volta si era davvero presa un bel colpo di fulmine!
La mora si buttò sul letto dell’amica e la strinse forte, ricambiata dall’amica stessa.
«Dai, domani lo rivedrai… Fatti avanti!» la spronò dolcemente, ma Caleigh si rabbuiò tutto d’un tratto.
«Iris, tra due giorni partia-» ma l’amica non la fece finire.
«Non osare! Tra due giorni partiamo, ma non andiamo mica sulla luna! Forza, volere è potere! E poi, non hai detto che mi avresti seguita alla Oxford se mi fossi iscritta qui? Sai che da sola non ci verrei mai…» lasciò apposta la frase in sospeso e Caleigh, il viso illuminato dalla più dolce delle emozioni, le saltò addosso.
«Ti adoro!»

I due giorni seguenti furono splendidi.
Caleigh, durante la visita ad una famosa libreria di Bloomsbury, prese Rick per mano, facendo diventare il ragazzo di mille colori – ragazzo che, però, non mollò più quella piccola mano.
Alex e Iris, invece, si scoprivano sempre più simili ma allo stesso tempo differenti.
Amavano il teatro, Iris le tragedie ed Alex le commedie; Iris amava il balletto ed Alex l’opera lirica. Amavano l’arte, Iris il periodo romantico, Alex quello neoclassico.
Amavano la letteratura, Iris i grandi autori inglesi come Lord Byron, Shakespeare e Jane Austen, Alex amava i simbolisti francesi ed i poeti maledetti.
Iris amava l’inverno e l’autunno, Alex l’estate e la primavera.
Amavano la musica, però. Entrambi pazzi per la musica classica, si scoprirono fan degli stessi artisti quali Paganini, Mozart e Beethoven, scoprendo che le canzoni preferite dell’uno erano anche quelle dell’altro.
Decisero, così, con una specie di promessa fatta di mignoli incrociati e risate, di ascoltare i notturni di Chopin quella notte stessa sul terrazzo di casa di Alex e, in cambio, Iris avrebbe goduto del sole pomeridiano sdraiata su quel terrazzo il giorno seguente, durante una piccola grigliata, mentre si lasciava baciare la pelle da quell’astro che poco conosceva e guardava Londra immersa nella luce.

Furono due giorni magnifici, così intensi da sembrare mesi.
Avevano davvero ascoltato i Notturni di Chopin sul terrazzo del ragazzo, mentre la brezza leggera dell’eterna città della pioggia faceva increspare la pelle della mora, dando la possibilità ad Alex di tenersela vicina, il suo maglione sulle spalle di Iris e le braccia attorno alla sua vita sottile.
La grigliata aveva visto le doti culinarie di Rick e di suo fratello mettersi in primo piano, affascinando Caleigh ed il suo eterno appetito ancora di più.
Il sole aveva davvero baciato i loro volti e quella splendida giornata era trascorsa tra partire a carte, calcetto e racconti imbarazzanti seduti sui due divanetti esterni, fiorati e morbidissimi.
Il giorno della partenza, però, arrivò ed i ragazzi dovettero salutarsi.
Caleigh e Rick si erano scambiati l’indirizzo e-mail, il numero di telefono ed il profilo di facebook, pronti a sentirsi tutti i giorni; Alex e Iris, invece, si guardavano da lontano, mentre l’ombra dell’addio troneggiava su di loro.

Iris capì che lui era davvero la sua metà.
Lo capì in un attimo.
Pensò al ragazzo ed a quella mancanza senza volto che la tormentava da anni, poi, improvvisamente, il viso di Alex divenne il viso di quella mancanza, i suoi occhi ed i suoi capelli i tratti di quel volto, il suo corpo il corpo della mancanza indefinita.
Si appoggiò alla balaustra del terrazzo mentre la consapevolezza della verità nelle parole della zingara la colpiva in pieno petto.
Lui l’aveva trovata.
Non si accorse di due occhi azzurri che la osservavano, spogliandole l’anima e percependo, finalmente, la resa alla consapevolezza di quella che lui aveva capito – e sempre saputo – essere la sua compagna.
Iris continuava a pensare e ripensare, il cuore che batteva furioso e la testa che le girava.
Come era possibile che quella donna le avesse predetto il futuro?
Come era possibile che loro due fossero destinati?
Com’era possibile tutto ciò? Che fosse realmente magia?
Dietro di lei, una voce si levò dal silenzio, facendola sobbalzare.
«Sei tu, vero?» chiese Alex ed Iris si voltò a guardarlo in quei meravigliosi occhi senza rispondere.
Alex fece un passo avanti, gli occhi completamente trasparenti.
«Sei tu, ne sono sicuro.» disse ancora, muovendo nuovamente un passo.
«Sei tu, sei sempre stata tu ed ora lo sai, non è vero?» continuò il giovane avanzando.
«Sei l’equilibrio fra la notte ed il giorno, l’eterno ritorno differente, la luce dell’alba e del crepuscolo. Tu sei l’alba di un nuovo giorno, tu sei l’oscurità che si trasforma in luce. Tu sei la notte che governa il mondo, il manto buio di velluto che cela gli amanti, il crepuscolo fresco che meraviglia gli uomini.» continuò il ragazzo, mentre Iris si portava le mani alla bocca e reprimeva un singhiozzo, gli occhi spalancati e pieni di lacrime.
«Sei tu, la mia metà perduta. Sei tu.» concluse annullando le distanze e ritrovandosi di fronte alla ragazza.
Iris aveva il volto solcato da due scie acquose, il cuore in subbuglio.
Le mani ora le ricadeva sul petto, dove una teneva l’altra all’altezza del cuore.
Piano, con lentezza, allungò una di esse a sfiorare il volto del giovane davanti a lei, poi gli ripeté le parole della zingara, le lacrime che ancora solcavano il suo volto diafano.
«Lui è qui e ti sta cercando, ti cerca da sempre, dall’alba dei tempi. Vi siete trovati e perduti, perduti e ritrovati. Il tempo dell’indefinito sta per terminare. Avrà occhi del cielo e del mare ed il sole di settembre tra i capelli – e gli passò delicata una mano tra i capelli – Lui è la tua metà, la tua parte d’anima e di luce che hai perso nel gioco del tempo, sempre destinati a ritrovarvi, sempre destinati ad unirvi e sempre destinati ad amarvi.» disse con voce strozzata mentre Alex sorrideva e poggiava la sua mano su quella della ragazza, ora a cingergli il viso.
«Ti ho trovata, vero? Finalmente ti ho trovata.» bisbigliò il ragazzo e, poi, si abbassò su di lei, unendo le labbra a quelle della ragazza in un bacio così dolce da far tremare le gambe ed i cuori, da spegnere la mente e la ragione.
Come se un alone di pura luce li avvolgesse, come se quella labbra avessero trovato la fonte inesauribile di vita e giovinezza, come se quei due cuori avessero trovato le abili mani che ne avrebbero tracciato e sfiorato le corde in un suono d’amore, unico e vero.
Come se due metà si unissero, completandosi e trovandovi la dimora perduta, il calore perduto, la gioia assopita ma mai dimenticata.
Purtroppo, però, il loro tempo era scaduto.
Iris si staccò da lui a malincuore e lo guardò con gli occhi lucidi.
«Non ci siamo nemmeno scambiati i numeri, come ci rivedremo?» gli chiese triste.
Alex scese ancora sulle sue labbra dove le lasciò un casto bacio, poi, a pochi millimetri e con gli occhi puntati negli occhi, le disse «Ti troverò io, ti ritroverò sempre, Iris. Sempre e per sempre, ovunque tu sia, ovunque tu vada. Ricorda, per sempre.» ed un ultimo bacio suggellò un amore scritto nel fato, nato millenni prima ma destinato a viversi e ripetersi per sempre.
Due anime divise trovavano la propria metà, la luce incontrava l’oscurità ed, insieme, si completavano, donando l’equilibrio al mondo ed al loro cuore.
La mancanza senza volto scompariva per lasciar spazio alla luce dai contorni netti e definiti.
Il tempo si era ritrovato e loro si sarebbero sempre trovati, in ogni angolo della terra.
Si sarebbero sempre trovati, nei loro cuori e nei loro sogni.
Per sempre.

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È qualche anno ormai che le canzoni di Elisa hanno un forte impatto su di me, spesso divenendo colonne sonore di alcuni periodi della mia vita; periodi particolari, come quello in cui mi ritrovai a camminare ad un metro da terra e tutto mi sembrava meraviglioso.
Un periodo in cui i colori mi sembrarono sgargianti, i profumi leggeri e floreali, il sole tepido e brillante come sono i suoi raggi in una splendida primavera inoltrata.
Era primavera, in effetti, quel periodo in cui…
M’innamorai follemente, forse per l’ultima volta.

In quel periodo, vedevo tutto nelle sue tonalità più forti e più vere, ma vedevo solo una parte dell’arte che è ciò che ci circonda.
I colori dei fiori erano brillanti, il loro profumo forte e fiorito, i raggi del sole tiepidi ma non eccessivi, gli insetti e gli uccellini erano una splendida parte della natura che si risvegliava e germogliava nuovamente, per poi fiorire in tutta la sua maestosità di colori e profumi e sensazioni.
Era tutto rosa.
Rosa, un colore che mi piace solo nella sua tonalità pesca a dipingere i petali di un fiore che da questo colore – il rosa – prende il suo nome.
Rosa. Il cielo era rosa, il vento era rosa, l’amore era rosa, io ero rosa.
Felice, fittiziamente felice.

In quel periodo ero solita ascoltare “Anche se non trovi le parole” della sopracitata Elisa Toffoli.

“E’ pur sempre bellissima un’emozione, con le cadute e tutto il male; come una musica, come un dolore lascia il suo segno e non si fa scordare. L’anima, in ogni sua imperfezione,  ti fa cadere e rialzare, seguire logiche senza ragione, prendere e andare nel nome…
Anche se non trovi le parole, hai girato il mondo dentro a un cuore.
Nessuna replica, poco potere mentre decidi se ti puoi fidare. Il tuo momento ti viene a cercare, puoi solo credere – forse saltare – come un elastico […]”

Camminavo spensierata ed ogni cosa – ogni singola cosa – era leggera e da affrontare con un sorriso.
Un’ora in più sul lavoro? Sorriso, nel cuore e sulle labbra.
Un cambio d’orario con le lezioni private che davo ad alcuni ragazzini – con conseguente corsa affannosa? Sorriso, nel cuore e sulle labbra.
Un’uscita mancata? Un bidone di un’amica? Tutto maledettamente tranquillo, nessuna rabbia o dispiacere.
E nessuna nuova parola vergata su fogli bianchi.

L’ispirazione mi aveva abbandonata. Completamente.

Lì per lì non ci pensai. Avrei scritto dopo, più tardi, entro qualche giorno…
Tanto c’era lui, il suo sorriso, i suoi baci, i suoi messaggi, le sue telefonate… Lui, lui, lui.
Era Estate. Un’estate d’amore, felice e spensierata.

Poi, però, dopo l’Estate arrivò l’Autunno.
L’Autunno. Da sempre sinonimo di caducità e caduta, bellezza sfiorita e fiori appassiti, vento freddo e profumo di foglie cadute.
E come quelle foglie, anche io sono caduta. E mi sono fatta a pezzi.

Tutto divenne scuro. Non c’erano più i profumi dei fiori colorati, ma l’odore di bagnato delle foglie cadute sul marciapiede.
Non c’erano più i tiepidi raggi del sole, ma i venti gelidi e la pioggia fredda e copiosa.
Gli insetti che prima svolazzavano dando colore – le farfalle – ora era divenute marroni cimici dalle ali stridenti.
Gli uccellini avevano smesso di cantare e tutto mi appariva freddo, morto e cupo.
Come il mio cuore.

Ma l’ispirazione era tornata.
Forte e rigogliosa, come una fenice la mia ispirazione era rinata dalle ceneri della primavera e dell’estate del mio cuore ed aveva tramutato il dolore e la sofferenza in nere parole d’inchiostro scuro stilate su candidi fogli lunari.

Scrissi.
Scrissi moltissimo.

Le poesie sembravano nascere dall’inchiostro della penna, con vita propria.
I pensieri vorticavano veloci e la mano li seguiva lesta nell’imprimere ognuno di essi indissolubilmente su quei fogli chiari.
La tristezza divenne lacrima, la lacrima divenne idea e l’idea divenne racconto.
Racconti, storie, romanzi, poesie, saggi, fan fiction… Tutto, tutto diveniva opera.
Ed io ero triste, sola, ammaccata ed infelice.

Poi, la scrittura mi curò.
L’Autunno mi cullò nel crogiolare d’infelicità in cui nuotavo, ormai, senza alcun peso sul cuore ancora spezzato.
L’Autunno divenne rinascita.
Rinascita scura e profonda, come l’oceano che, proprio nelle sue profondità, cela inestimabili tesori.

Scrissi così tanto da sanguinare ed intorpidire le mani.
Riempii fogli e fogli, pagine di word, block notes e post it. Ogni superficie divenne preda e testimone della mia mente, del mio cuore, del mio animo ferito e della mia rinascita.
Scrissi come mai avevo fatto in vita mia.

Mi ripresi, gradualmente.
Piano, la sofferenza e le lacrime lasciarono il posto alla rassegnazione ed al viso asciutto.
Ma, a volte, le lacrime rimangono incastonate fra le ciglia, ricordi perpetui di un dolore profondo e non più pronto a rivedere il mondo.

Poi, la rassegnazione divenne cinismo, il viso asciutto divenne un viso truccato.
L’amore fa male.
L’amore esiste soltanto per alcuni.
L’amore non è per tutti.
Io sono la mia metà. Una mela completa, dimenticata dagli Dei e lasciata vivere sulla terra, destinata alla completezza incompleta, per sempre.
Pecco di superbia, vero?

L’amore è nel destino di tutti. Lo è? Lo è per davvero?

Perché, perché l’amore mi rende sterile? Sterile verso l’arte della scrittura, sterile verso gli aspetti della natura che, sotto la loro patina d’autunno perenne, nascondono un’anima meravigliosamente ricca?
Da innamorata vedevo tutto perfetto, “rosa e fiori”. Da delusa e amareggiata ho ricominciato a vedere quegli aspetti della natura disdegnata dalla gente, quella che appare brutta e decadente ma che, ne sono convinta, al suo interno racchiuda la bellezza più pura e splendente.

Sono anche io così, oramai.
Nascondo uno scrigno segreto di bellezza e amore sotto il velo d’autunno perenne che trucca il mio volto e controlla le mie parole.
Ogni tanto mi chiedo se arriverà mai il Principe Azzurro a tagliare i rovi che precludono la vista alla Principessa che è in me.

Non mostrare emozioni.
Fa’ che il tuo viso sia una maschera senza espressioni.

Controllati.
Non mostrare le tue debolezze, le tue paure e le tue sofferenze.
Pesa le parole ed usale per alzare il tuo muro.
Ferisci, prima d’esser ferita.

Sii sempre gelida; nulla deve scalfirti.
Pesa gli sguardi ed impara a celare l’anima dietro ai tuoi occhi.

Gli occhi non mentono. Mai.

“Il volto è lo specchio della mente, e gli occhi senza parlare confessano i segreti del cuore.”*

Gli occhi, quelli mi fottono sempre.

*San Girolamo

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Titolo: citazione del grande Luigi Pirandello.

Ho sempre creduto che, finita la scuola, si sarebbe aperta davanti la mia strada, quella giusta, quella pronta per me.
Ho sempre creduto che finita la scuola sarei divenuta adulta, responsabile, indipendente, autonoma.
Invece… Invece mi ritrovo a sentirmi un’eterna adolescente.
Mi sento ancora quella diciassettenne che riponeva speranza e fiducia nel futuro, senza rendermi conto che quel futuro è arrivato ed è divenuto già passato.
Vedo amici ed amiche sposarsi, andare a convivere, metter su famiglia… Ogni giorno una è incinta, un’altra si sposa, un altro fa progetti di vita. Ed io mi sento piccola.
“Sono troppo giovane per andare a convivere!”
“Sono troppo giovane per sposarmi!”
“Sono troppo giovane per metter su famiglia!”
Il tutto ancora nell’ottica che il futuro che programmo non sia arrivato, che ho tempo; ma di tempo non ce n’è mai abbastanza.
Quelli che, più grandi di me, staranno leggendo queste parole mi prenderanno per una stupida. “Sei giovane veramente a ventiquattro anni” staranno pensando; eppure, quando mi fermo a riflettere capisco che il mondo sta andando avanti senza di me, che il tempo scorre lasciandomi indietro.
Ancora penso a cosa farò quando sarò grande.
Il tempo passa ed io resto ferma, immota, immutata ed immutabile.
I mesi trascorrono, gli anni passano ed io mi ritrovo ad avere un pugno di mosche in mano.

L’altro giorno guardavo un film in televisione. Parlava di due vecchie compagne di classe un po’ svampite che intraprendevano un viaggio per recarsi alla reunion dei compagni di scuola, la famosa rimpatriata dei “10 anni dopo”.
Ho provato a mettermi nei loro panni. Non sono ancora passati dieci anni per me dalla fine del liceo ma, ora come ora, cos’avrei da raccontare io?
Dal punto di vista sentimentale sono regredita a stadio elementari. Mi conosco, so che andrò peggiorando nel mio cinismo e continuerò a rifugiarmi nei libri fino a quando non morirò in una vecchia casa di campagna, circondata da decine di gatti che soffriranno la fame quando me ne andrò.
Punto di vista lavorativo? Mi verrebbe da ridere, ma sarebbe una risata amara.
Cosa fa questa blogger nella sua vita?
Legge, scrive romanzi, racconti e poesie, e dirige un magazine online no profit di cultura asiatica.
Bello. E sarebbe bello davvero se fosse qualcosa di concreto.
Se l’essere articolista e caporedattrice di questa splendida rivista fosse un lavoro, ad esempio.
La questione è una sola: aiutati che Dio ti aiuta.
Ora io mi chiedo, tutto il sacrosanto sbattimento che sto facendo da quando i miei genitori hanno deciso di mettermi al mondo non è ancora servito per darti un’idea generale del mio aiutarmi? Dov’è finita la tua parte, Dio? Io mi sto dando da fare, ma il tuo aiuto mica lo vedo!
Poi mi chiedono se sono cattolica/cristiana/ortodossa/buddista e chi più ne ha, più ne metta.
Sono sincretista. Credo in molte cose e credo soprattutto nella natura, nella Luna e nella magia.
Sono pagana, cristiana, buddista, wiccan, strega… Chiamatemi come volete. Sono una che crede in un Dio cristiano, buddista, taoista ecc. ma che è stufa di non vedere mai un aiuto concreto, che è stufa di vedere come la meritocrazia sia un termine in disuso anche nella fede.

Potrebbe andare peggio, mi dico spesso. Potrebbe andare molto peggio.
È vero, ma potrebbe anche andare meglio, cacchio! Molto meglio.
Ora, io sono una pessimista e fatalista per natura, però… A creder sempre che, alla fin fine, meglio stare così che stare peggio, che ci guadagno? Meglio essere ottimista e poi ricadere al suolo quando la realtà ti sbatterà il suo schifo in faccia, piuttosto che buttarti a volo d’angelo da sola ancora prima.
Io ci provo ad essere ottimista. Ci provo ad aver fiducia nelle persone, a non essere diffidente e non aver paura di essere irrimediabilmente ferita, ma poi… Goddess, poi tutti i coglioni capitano a me!
Sono una bella ragazza – questo è ciò che mi dice la gente ed un po’, ormai, me ne sono convinta – sono, come mi ha definito un ragazzo poco tempo fa “simpatica, colta e con dell’umorismo e del sarcasmo notevole. Hai la lingua biforcuta, ma le tue risposte orgogliose mostrano la forza che c’è in te ed anche la tua fragilità. Sei un tipo in gamba, ed una ragazza davvero bellissima.”
Credo di non averlo ringraziato abbastanza, quel tipo. Mi sono limitata a schernirmi, perché i complimenti, come sempre, mi destabilizzano. Non so mai che rispondere.
Comunque…
Ora, perché mi ritrovo sempre a sentirmi, invece, un pesce fuor d’acqua?
Dio, è così frustrante e triste metter su la faccia sorridente ogni volta che esco, ridere ed essere di compagnia quando tutto attorno a me è sfocato e privo di spessore.
Mi sento sempre nel posto sbagliato e nell’epoca sbagliata.
Non mi piace bere alcolici, fare la smorfiosa e comportarmi da troia – passatemi il “francesismo”, ma quando ce vo’, ce vo’. Per me il sesso non è un gioco e non vado a letto con qualcuno solo per fare attività fisica, ci pensano i chilometri che macino col running.
Non mi piace fare l’oca senza cervello, ridere a battute pessime e passare la serata tra una canna ed un drink. Io non faccio parte di questo schifo di generazione.

“Da quando il sesso è diventato facile, l’amore è divenuto impossibile.”
Sacrosante parole.
Ho letto questa “massima” su non mi ricordo quale social, ma ricordo perfettamente il senso di comprensione che è scaturito in me mentre, per dieci minuti buoni, leggevo questa frase.
Non mi interessa se sembrerò una sfigata-frigida, ma non mi piace aprire le gambe per sport.
Eppure, terrorizzata come sono dall’amore, questa sarebbe la via più facile, no?
Sono una contraddizione unica, che volete che vi dica, ma rimango del mio parere.
Quello che ho fatto, faccio e continuerò a fare sarà sempre dettato da un sentimento.

Io non sono come la maggior parte delle ragazze della mia età.
Preferisco passare il sabato sera nella biblioteca della mia città dove si organizzano incontri nei quali si leggono le poesie di Leopardi accompagnate al pianoforte dai Notturni di Chopin. Il venerdì sera preferisco passarlo a teatro tra balletti ed opere shakespeariane. Piuttosto che andare in discoteca a sentirmi fracassare i timpani da quel rumore, preferisco ascoltare Mozart, Beethoven, Shostakovich, Chopin, Brahms, Verdi, Bach, Saint-Saëns, Mussorgsky, Prokofiev, Tchaikovsky; la musica d’ambiente neoclassica degli Ashram e degli Apocalyptica, quella gotica dei Nox Arcana; il Rock and Roll di Elvis Presley; gli assoli dei Dire Straits, di Simon and Garfunkel, di Slash nelle mitiche ballate dei Guns and Roses; le canzoni rivoluzionarie dei Bauhaus, dei Joy Division, di David Bowie; la musica neogotica dei Within Temptation, dei Nightwish, degli Him con la voce roca e sensuale di Ville Valo; le splendide melodie di Ryuichi Sakamoto, Keiko Matsui, Einaudi ed Yiruma…
Preferisco perdermi tra le pagine bianche di word o, meglio ancora, di un quadernetto ormai quasi pieno, vergare le parole, una dopo l’altra, col nero dell’inchiostro piuttosto che perdermi sul fondo di un bicchiere.
Sarò strana, sarò diversa… Sarò quel che sarò, ma questa sono io, punto.

E questo io ora si sente un po’ più leggero, finalmente.
Ancora in collera col mondo e con l’ingiustizia, ma le parole uscite dalla mia testa e trascritte su questa pagina hanno lasciato un po’ di spazio al conforto, quel conforto strano che ti prende quando ti sfoghi, quel senso di svuotamento che, però, ti fa tirare il respiro per qualche minuto, respiro che tirerò anche io fino alla prossima volta in cui tutti i miei pensieri staranno per eruttare dalla mia mente ed io avrò bisogno di una pagina bianca, di smettere le mie mille maschere e di essere solo me stessa; perché la vera me stessa nel mondo sarebbe calpestata da tutte quelle anime nere che ci vivono, la vera me stessa non esiste che tra queste pagine, quando torna a casa e smette i panni della ragazza felice, solare e col sorriso sulle labbra ogni volta che qualcuno la guarda; ma se davvero qualcuno anziché guardarla si decidesse ad osservarla… Beh, allora vedrebbe la tristezza, lo sconforto ed il senso di non appartenenza che le attanagliano la cassa toracica, vedrebbe dietro i falsi sorrisi e le false risate, vedrebbe dietro le maschere di cristallo che tutti i giorni indossa.

Dove sei, osservatore?

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In questa giornata di pioggia mi sono persa tra i miei pensieri, riflettendo su cosa sia l’amore in realtà..
L’amore.. l’amore.. l’amore è qualcosa di puro. Deve essere vissuto come tale altrimenti amore non è.
Riflettendo su ciò che mi circonda e su come io stessa veda l’amore e su come mi ci comporti invece, ho capito che sono una stupida.
Arrivata alla mia età dovrei avere il mio bel bagaglio culturale sull’amore,  e invece mi ritrovo come bloccata. Bloccata ai miei diciassette anni. Bloccata nella mia adolescenza quando non era il momento di impegnarsi, quando una famiglia era qualcosa di così lontano, quando le responsabilità erano solo parole al vento e quando l’amore ti faceva piangere per delle sciocchezze. Ecco, io mi sento ancora così. Ferma in quello spazio temporale. Ferma in una bolla.

Quando vedo le mie amiche che vanno a convivere, chi si sposa, chi ha già dei figli e chi ne pianifica uno.. mi sento fuori dal mondo. Come se loro stessero affrettando i tempi, incoscienti di ciò che loro aspetta. Come se fossero ancora “troppo piccoli” per tutto ciò.
Eppure, l’unica rimasta piccola qui, sono io.

Il lavoro mi sembra qualcosa di temporaneo, come se fosse il classico stage di un paio di settimane che fai gli ultimi anni di liceo.
L’idea di andare a vivere da sola mi sembra assurda – sebbene la voglia di privacy sia tanta. Pagare le bollette, pagare un mutuo, dover fare la spesa.. sono cose alle quasi penso marginalmente, perché cose non mie, che non mi toccano. È come se una ragazzina delle superiori  di quindici anni decidesse di andare a vivere per conto suo. È sciocco e impensabile. Ecco, io sono rimasta lì. Tra i corridoi delle superiori.

Nell’amore è lo stesso. Non riesco a vedere le relazioni come qualcosa di stabile, qualcosa che farà parte del mio futuro. Non riesco a vedere un uomo come il mio compagno di vita o il padre dei miei figli.
Ancora oggi quando sento parlare alcuni amici di qualcuno dicendo la sua età, se supera i venti mi sembra un adulto. Poi mi ricordo che io i venti li ho ben superati. Perché mi sento ancora così piccola? Perché non riesco a vedere le cose per come sono?
Perché m’incasino in amori impossibili, amori platonici o amori troppo idealizzati? Perché non riesco a vedere tutto in modo più chiaro?
Sono attratta dalle persone che mi stanno attorno per mia volontà o per semplice forza d’attrazione? È qualcosa che parte dai miei sentimenti o è semplicemente qualcosa di scientifico? Accade per mio volere o per natura del nostro cosmo?

Ecco perché sono tanto confusa. Mi sento un’adolescente.
Spesso penso di dover prendere una pausa e resettare la mia vita, indirizzandola verso ciò che mi appaga.
Ho sempre pensato che i personaggi “stereotipati” di Pirandello fossero così stupidi e convenzionali. Quelli che indossano le maschere per meglio vivere nel nostro mondo. Ho sempre concordato con lui, dicendo che avrei preferito essere considerata una specie di pazza piuttosto che omologarmi alle regole di questa società. Ho sempre creduto di essere una persona che non indossa maschere.. e invece..
Leggo spesso i suoi testi perché mi sento capita dal suo pensiero, poi, però, mi rendo conto di una cosa: io non sono il personaggio-eccezione di Pirandello, colui che ci insegna la sua morale. No, io sono lo stereotipo. Vivo anche io secondo le convenzioni di questa stupida società. La mattina mi alzo e cerco la maschera adatta da indossare al lavoro, invece che il pantalone o la maglia. È così frustrante.

Vorrei essere libera. Vorrei partire e andare via da un paese che ormai è solo l’ombra di se stesso. Vorrei cambiare, vorrei cambiarmi. Ma non ci riesco. Ricado sempre negli stessi errori. “Errare è umano ma perseverare è diabolico”. Dovrei farmelo tatuare, magari in quel modo lo ricorderei più spesso.

Cosa fare dunque? Come comportarmi? Come uscire da questo buco nero? Come far capire a me stessa che non ho più diciassette anni, che è tempo di capire cosa voglio dalla vita e fare tutto ciò che è in mio possesso per ottenerlo, come fare?

Come fare a lasciar perdere amori impossibili o persone comode e andare, invece, alla ricerca di qualcosa di più puro, che possa davvero rendermi felice?

Se qualcuno di voi ha le risposte a queste domande, vi prego, postatemele.

Forse, ho bisogno di un terapeuta.

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Violenta Lussuria

“Non importa quanti respiri io cerchi di fare,
non posso comunque respirare.
Non importa quante bugie io debba vivere,
voglio comunque averti.

La notte leggera scende sopra di noi,
aprendo le porte alla lussuria più sfrenata,
alla passione bruciante.
Il cielo sopra di noi è buio e silenzioso
mentre le mie urla si soffocano tra gemiti di piacere infinito.
Mi fai tua con forza,
facendomi sentire viva.
Viva.

Mordi la mia pelle con le tue mani,
assaggi ogni parte di me,
anche la più intima,
anche la più nascosta.
Provo sensazioni bollenti,
che ustionano i miei sensi.
Sento scoppiare un incendio nel mio corpo,
innescato dal tuo, caldo e vorace.
Mi vuoi, mi prendi, mi possiedi…
Mi divori dentro
mentre questa lussuriosa violenza
mi prende l’anima.
Vorrei non dover mai abbandonare queste lenzuola;
vorrei che la luce del giorno non arrivasse mai;
vorrei che la notte inghiottisse ogni cosa…
Inghiottisse noi in un vortice tumultuoso di
frementi passioni.
Vorrei che tu mi possedessi all’infinito
una bolla d’oscurità
in cui lasciarci andare a questa violenta lussuria.
Una bolla in cui il tempo e lo spazio
non esistano;
una bolla in cui la notte sia eterna.
Una bolla in cui continuare ad unirci
in questo nostro amore sfrenato.”

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“Quando desideri con tutto il cuore che qualcuno ti ami, dentro ti si radica una follia che toglie ogni senso agli alberi, all’acqua e alla terra. E per te non esiste più nulla, eccetto quell’insistente, profondo, amaro bisogno.”
[Denton Welch]
 
E’ proprio così. E’ inutile. Quando vuoi a tutti i costi che qualcuni provi gli stessi sentimenti che tu provi nei suoi confronti.. allora comincia a nascere e crescere una sorta di pazzia che ti porta a dimenticarti di tutto. Nulla ha più senso. Nemmeno le cose importanti e vitali.. come respirare. A volte te ne dimentichi. E resti lì, in apnea, cercando di ascoltare i battiti di questa insana pazzia che monta dentro. E non sai che fare. Pensi a lui. Sempre. Continuamente. E’ il primo pensiero che hai la mattina, quando ti svegli e prendi subito il cellulare per vedere se c’è un messaggio, uno squillo.. ed è l’ultimo la notte, quando ti sdrai stanca e sognante, sul morbido letto.. e pensi a cosa avrà fatto durante la giornata, ti avrà pensata? Avrà visto un’altra? Sarà uscito con gli amici? Chissà come è andata al lavoro.. e ti addormenti così..pensando a lui, immaginando una vita con lui, una sera con lui, una notte con lui… e poi? E poi lo sogni. Lo sogni. In definitiva, su 24 ore.. non c’è un momento in cui lui non sia nella tua testa.. un attimo, un battito d’ali, di ciglia..nemmeno quella frazione di secondo.. lui è sempre lì. Perennemente. E tu che fai? Ti rintani nei sogni. nelle illusioni. Le uniche capaci di darti un piccolo sollievo. A volte credo che Leopardi debba essere fatto Santo. Subito. Aveva dannatamente ragione. Sempre.
Ti rinchiudi in casa perchè è l’unico luogo dove puoi tranquillamente vagare con la fantasia. Non esci più perchè la realtà sbatte contro il muro creato dalle illusioni.. e questa bastarda ha la capacità di abbatterlo, di distruggerlo. Cade. Il tuo muro cade. Ma quelli che vedi a terri non sono mattoni… sono pezzi della tua anima..brandelli del tuo cuore..ormai distrutto..ormai vinto.. e la tua mente segue lo stesso destino, perchè quando questa pazzia s’impossessa di te, del tuo corpo..diventa come un tumore. si espande. Raggiunge tutti gli organi. Cuore, stomaco, fegato..cervello. Il cuore batte a mille, giusto? Nello stomaco ci sono le farfalle..sbaglio? La testa è sulle nuvole…
Vedete? Ci consuma. Ci divora. Ci annienta. E noi glielo lasciamo fare. Siamo impotenti. Incapaci di mettere fine a questo massacro. E siamo vinti.

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