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Archive for the ‘Riflessioni’ Category

Eccoci qua, proprio agli sgoccioli di questo strano 2013.
Appena iniziato quest’anno, la mia euforia era alle stelle.
Era il mio anno, cacchio. Era l’anno del Serpente – secondo lo zodiaco cinese – ed era l’anno della mia rivalsa. I miei sogni si sarebbero realizzati, io mi sarei realizzata, tutto sarebbe andato nel miglior modo possibile.
Arrivati a due giorni dalla conclusione di questo strabiliante anno, posso dire che no, non è stato affatto strabiliante.
Ma andiamo con ordine e suddividiamo il tutto come farebbe il buon Paolo Fox.

Versante lavoro: la mia azienda ha chiuso ed io ho perso il lavoro con tre giorni di preavviso. Il ritorno su piazza è stato traumatico – lo è tutt’ora – e le ricerche sono sempre più difficili.
Trovare lavoro è come cercare un unicorno: un’odissea che volge sempre al fallimento.

Versante amore: stendiamo un velo pietoso sui legami affettivi, sia quelli d’amicizia che quelli di coppia.
Il 2013 ha visto la fine di un’amicizia che durava da nove anni per la motivazione più stupida che possa esistere: l’eliminazione da facebook.
Ebbene sì, miei cari: una mia ex-cara-amica non ha più voluto avere a che fare con me perché l’ho eliminata da facebook. Non importa che non ci scrivessimo mai su tale social network – usando, invece, whatsapp e chiamate – né che l’eliminazione sia seguita alla decisione di utilizzare facebook solo per tenermi in contatto con gli articolisti della rivista che dirigo, visto che le redazioni sono, appunto, su questo social  – era ed è il modo più semplice per tenere i contatti con tutti.
No, non le è importato che io facebook lo usi solo per comunicazioni di servizio con la rivista, ha comunque deciso di non volermi più sentire poiché “la cosa che più odia è essere eliminata da facebook senza motivo”. Molto, molto maturo.
Ci sono rimasta male, lo ammetto, ma non credo di essermi comportata in modo spregevole, visto che io ho continuato a scriverle e chiamarla, senza mai aver risposta, ovviamente. Solo quando ho chiesto spiegazioni, lei mi ha detto che ho “anche la faccia tosta” di farmi sentire dopo quello che le ho fatto.
Cosa, vorrei sapere. Cosa ti ho fatto?
Mi stai mandando al diavolo perché ti sono stata vicina per nove anni? Perché ti ho sostenuto quando nemmeno la tua famiglia ti voleva al suo fianco? Perché ti ho aiutata in ogni momento di bisogno? Perché ti sono stata accanto anche a discapito della mia vita?
Bel ringraziamento, davvero.
Dei rapporti “amorosi” non parlo nemmeno. Davvero, ormai non esistono più ragazzi che vogliono conoscerti per poter stare con te? Adesso è sempre così: ti offro un drink, tu mi offri la vagina a fine serata?
Sono rimasta io indietro o il mondo è un tantino fuso?
Non ci sono più ragazzi che corteggiano e se, per puro caso, fai la prima mossa tu, questi pseudo-esseri di sesso maschile ti portano subito a casa loro per poi darti della “puttana” se non gliela dai. Il mondo è andato fuori di testa.

In tutto questo marasma negativo, però, una buona notizia c’è.
Questo è stato l’anno durante il quale ho conosciuto una persona che ora è divenuta un’amica davvero speciale.
Con lei si è instaurato un rapporto meraviglioso di grande condivisione ed empatia, tanto che, dopo soli quattro mesi di conoscenza, abbiamo deciso di fare un viaggio insieme a Londra.
Da pazzi, vero? Come puoi decidere di fare una vacanza assieme ad una ragazza conosciuta tramite la rivista, dopo averla vista solo due volte dal vivo?
Non lo so nemmeno io, devo essere sincera. Non sono una persona avventata, lo sapete bene. Io ragiono e ragiono… e ragiono.
Con lei, invece, ho capito da subito quanto c’intendessimo. Sono bastati due commenti su facebook e già mi sembrava di conoscerla da una vita intera. Ci siamo sentite tramite telefono, lunghe nottate a chiacchierare su skype ed è finita che, già dalle prime chiacchierate, questa ragazza venisse a sapere cose di me che nemmeno le mie amiche più care conoscono.
Abbiamo condiviso pensieri profondi, dubbi e paure che l’altra è riuscita a dissipare o placare.
Trascorrere quasi una settimana con una persona che conosci da pochi mesi e trovarsi meravigliosamente? Sì, mi è capitato proprio questo.
Con lei rido, scherzo e parlo di argomenti talmente frivoli da far arrossire una barbie; con lei, però, riesco anche a fare i discorsi più profondi e mistici che mi sia capitato di riuscire ad affrontare con gli altri.

Ci capiamo, non c’è molto da dire.
Grazie a lei, poi, ho conosciuto altre persone meravigliose che mi sono entrate nel cuore.
Forse  è proprio vero: a volte devi solo prendere l’onda e lasciare che le cose accadano.

Versante salute: non ho avuto l’influenza ed il raffreddore quest’anno, a discapito di un mal di schiena e di una spossatezza degni di una vecchietta. Tutto sommato, mi è andata bene.

Ora, l’unica cosa a cui riesco a pensare è: quest’anno voglio che sia diverso.
Voglio pensare a me, a realizzare davvero i miei sogni. Voglio trovare la mia strada, per davvero.
Per questo, se tutto va secondo i piani, a Settembre partirò per l’Inghilterra per sei mesi con il progetto Au pair.
Ho deciso.
Ho preso l’appuntamento con l’agenzia, sto cercando lavoro per poter mettere da parte i soldi mancanti per aprire le pratiche e per andare via con le spalle coperte e sto rispolverando l’inglese un po’ più colloquiale con qualche libro ad hoc – grazie, Sloan!
In più, credo di avere una possibilità nell’editoria. Forse, credo… Sì, ecco. Credo di avere una piccola possibilità. C’è un editore che vorrebbe leggere qualcosa di mio per valutarlo. Significa che c’è una piccola possibilità se ho davvero talento, giusto?
Non mi sto facendo un film, vero?
Non riesco a realizzarlo. È stato tutto così improvviso che sono qua senza averlo ancora realizzato.
Certo, non mi ha detto che vuole pubblicare ogni mio libro o fare di me la nuova J.K. Rowling, ma già il solo fatto che abbia detto “Mandami qualcosa, vorrei leggerlo” è tantissimo. Più che tantissimo. È un sogno.

Quindi, mi devo dare da fare per far sì che il sogno diventi realtà.

Ho un romanzo quasi concluso – il primo di una quadrilogia di genere gotico/paranormal e tutti questi termini nuovi che descrivono il genere sovrannaturale – ed un altro appena iniziato ed auto-conclusivo di genere psicologico/di formazione nel quale vorrei trattare argomenti come la solitudine, la carenza di affetti, la malinconia, la paura dell’amore e la depressione adolescenziale che attanaglia milioni di giovani nella nostra fredda società.
Ho alcuni racconti di vario genere, uno in particolare che vorrei inviargli. È quello che ho postato qualche tempo fa – Di sole e di notte – solo che vorrei ampliarlo. Originariamente, infatti, era più lungo e meno affrettato. Purtroppo, ho dovuto tagliarlo causa linea concorso dei “30.000 caratteri massimo”.
Pensavo, quindi, di mandargli questo racconto e le due trame dei romanzi sopracitati, così che possa farsi un’idea del mio stile e del mio “talento” – qualora ci fosse, ovvio – e sapere a cosa sto puntando per quanto riguarda i vari generi.
Può andare, che dite?
Prima di fare tutto questo, però, devo fare un’altra cosa: rendermi conto che tutto questo è reale ;)

Ritornando alle somme, direi che è tempo, quindi, di buttar giù un piano d’azione per questo 2014 che ho intenzione di far divenire strepitoso.
Basta astri, basta “forse”, basta “fortuna”.
“I am the master of my fate; I am the captain of my soul.”

 Questo è il piano per il mio 2014:
– Inviare il materiale all’editore ed incrociare ogni dito per l’esito favorevole. Anzi no, niente fortuna, giusto? Riscriviamo.
– Inviare il materiale all’editore, materiale buono, ed essere contattati se questo si rivelasse buono quanto io stessa riesca a vederlo.
– Trovare lavoro, anche uno qualsiasi, per poter mettere da parte i soldi per la partenza.
– Andare in Inghilterra per 6 mesi, migliorare il mio inglese, conoscere una nuova cultura e nuove persone. Creare una nuova me stessa, ripartire da zero.
– RICOMINCIARE e tracciare la mia strada. Voglio che questo 2014 sia il mio nuovo inizio, senza “se” e senza “ma”.

Per tutto questo, il mio 2014 inizia da ora, dal momento in cui realizzo di voler far avverare i miei desideri e realizzare i miei sogni che per troppo tempo sono stati chiusi nel cassetto.
Il mio 2014 inizia ora, dalla mia presa di coscienza e dal mio attivarmi per far sì che tutto ciò che desidero divenga mio.

Siamo noi i padroni del nostro destino, ricordatevelo.

Detto questo, vi auguro un buon anno nuovo, miei cari.
Che  anche voi possiate avere da questo nuovo anno tutto ciò che desiderate e possiate, soprattutto, ritrovare voi stessi, i vostri sogni e le vostre speranze e renderli tangibili e reali.

Auguri  di cuore.

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È qualche anno ormai che le canzoni di Elisa hanno un forte impatto su di me, spesso divenendo colonne sonore di alcuni periodi della mia vita; periodi particolari, come quello in cui mi ritrovai a camminare ad un metro da terra e tutto mi sembrava meraviglioso.
Un periodo in cui i colori mi sembrarono sgargianti, i profumi leggeri e floreali, il sole tepido e brillante come sono i suoi raggi in una splendida primavera inoltrata.
Era primavera, in effetti, quel periodo in cui…
M’innamorai follemente, forse per l’ultima volta.

In quel periodo, vedevo tutto nelle sue tonalità più forti e più vere, ma vedevo solo una parte dell’arte che è ciò che ci circonda.
I colori dei fiori erano brillanti, il loro profumo forte e fiorito, i raggi del sole tiepidi ma non eccessivi, gli insetti e gli uccellini erano una splendida parte della natura che si risvegliava e germogliava nuovamente, per poi fiorire in tutta la sua maestosità di colori e profumi e sensazioni.
Era tutto rosa.
Rosa, un colore che mi piace solo nella sua tonalità pesca a dipingere i petali di un fiore che da questo colore – il rosa – prende il suo nome.
Rosa. Il cielo era rosa, il vento era rosa, l’amore era rosa, io ero rosa.
Felice, fittiziamente felice.

In quel periodo ero solita ascoltare “Anche se non trovi le parole” della sopracitata Elisa Toffoli.

“E’ pur sempre bellissima un’emozione, con le cadute e tutto il male; come una musica, come un dolore lascia il suo segno e non si fa scordare. L’anima, in ogni sua imperfezione,  ti fa cadere e rialzare, seguire logiche senza ragione, prendere e andare nel nome…
Anche se non trovi le parole, hai girato il mondo dentro a un cuore.
Nessuna replica, poco potere mentre decidi se ti puoi fidare. Il tuo momento ti viene a cercare, puoi solo credere – forse saltare – come un elastico […]”

Camminavo spensierata ed ogni cosa – ogni singola cosa – era leggera e da affrontare con un sorriso.
Un’ora in più sul lavoro? Sorriso, nel cuore e sulle labbra.
Un cambio d’orario con le lezioni private che davo ad alcuni ragazzini – con conseguente corsa affannosa? Sorriso, nel cuore e sulle labbra.
Un’uscita mancata? Un bidone di un’amica? Tutto maledettamente tranquillo, nessuna rabbia o dispiacere.
E nessuna nuova parola vergata su fogli bianchi.

L’ispirazione mi aveva abbandonata. Completamente.

Lì per lì non ci pensai. Avrei scritto dopo, più tardi, entro qualche giorno…
Tanto c’era lui, il suo sorriso, i suoi baci, i suoi messaggi, le sue telefonate… Lui, lui, lui.
Era Estate. Un’estate d’amore, felice e spensierata.

Poi, però, dopo l’Estate arrivò l’Autunno.
L’Autunno. Da sempre sinonimo di caducità e caduta, bellezza sfiorita e fiori appassiti, vento freddo e profumo di foglie cadute.
E come quelle foglie, anche io sono caduta. E mi sono fatta a pezzi.

Tutto divenne scuro. Non c’erano più i profumi dei fiori colorati, ma l’odore di bagnato delle foglie cadute sul marciapiede.
Non c’erano più i tiepidi raggi del sole, ma i venti gelidi e la pioggia fredda e copiosa.
Gli insetti che prima svolazzavano dando colore – le farfalle – ora era divenute marroni cimici dalle ali stridenti.
Gli uccellini avevano smesso di cantare e tutto mi appariva freddo, morto e cupo.
Come il mio cuore.

Ma l’ispirazione era tornata.
Forte e rigogliosa, come una fenice la mia ispirazione era rinata dalle ceneri della primavera e dell’estate del mio cuore ed aveva tramutato il dolore e la sofferenza in nere parole d’inchiostro scuro stilate su candidi fogli lunari.

Scrissi.
Scrissi moltissimo.

Le poesie sembravano nascere dall’inchiostro della penna, con vita propria.
I pensieri vorticavano veloci e la mano li seguiva lesta nell’imprimere ognuno di essi indissolubilmente su quei fogli chiari.
La tristezza divenne lacrima, la lacrima divenne idea e l’idea divenne racconto.
Racconti, storie, romanzi, poesie, saggi, fan fiction… Tutto, tutto diveniva opera.
Ed io ero triste, sola, ammaccata ed infelice.

Poi, la scrittura mi curò.
L’Autunno mi cullò nel crogiolare d’infelicità in cui nuotavo, ormai, senza alcun peso sul cuore ancora spezzato.
L’Autunno divenne rinascita.
Rinascita scura e profonda, come l’oceano che, proprio nelle sue profondità, cela inestimabili tesori.

Scrissi così tanto da sanguinare ed intorpidire le mani.
Riempii fogli e fogli, pagine di word, block notes e post it. Ogni superficie divenne preda e testimone della mia mente, del mio cuore, del mio animo ferito e della mia rinascita.
Scrissi come mai avevo fatto in vita mia.

Mi ripresi, gradualmente.
Piano, la sofferenza e le lacrime lasciarono il posto alla rassegnazione ed al viso asciutto.
Ma, a volte, le lacrime rimangono incastonate fra le ciglia, ricordi perpetui di un dolore profondo e non più pronto a rivedere il mondo.

Poi, la rassegnazione divenne cinismo, il viso asciutto divenne un viso truccato.
L’amore fa male.
L’amore esiste soltanto per alcuni.
L’amore non è per tutti.
Io sono la mia metà. Una mela completa, dimenticata dagli Dei e lasciata vivere sulla terra, destinata alla completezza incompleta, per sempre.
Pecco di superbia, vero?

L’amore è nel destino di tutti. Lo è? Lo è per davvero?

Perché, perché l’amore mi rende sterile? Sterile verso l’arte della scrittura, sterile verso gli aspetti della natura che, sotto la loro patina d’autunno perenne, nascondono un’anima meravigliosamente ricca?
Da innamorata vedevo tutto perfetto, “rosa e fiori”. Da delusa e amareggiata ho ricominciato a vedere quegli aspetti della natura disdegnata dalla gente, quella che appare brutta e decadente ma che, ne sono convinta, al suo interno racchiuda la bellezza più pura e splendente.

Sono anche io così, oramai.
Nascondo uno scrigno segreto di bellezza e amore sotto il velo d’autunno perenne che trucca il mio volto e controlla le mie parole.
Ogni tanto mi chiedo se arriverà mai il Principe Azzurro a tagliare i rovi che precludono la vista alla Principessa che è in me.

Non mostrare emozioni.
Fa’ che il tuo viso sia una maschera senza espressioni.

Controllati.
Non mostrare le tue debolezze, le tue paure e le tue sofferenze.
Pesa le parole ed usale per alzare il tuo muro.
Ferisci, prima d’esser ferita.

Sii sempre gelida; nulla deve scalfirti.
Pesa gli sguardi ed impara a celare l’anima dietro ai tuoi occhi.

Gli occhi non mentono. Mai.

“Il volto è lo specchio della mente, e gli occhi senza parlare confessano i segreti del cuore.”*

Gli occhi, quelli mi fottono sempre.

*San Girolamo

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Titolo: citazione del grande Luigi Pirandello.

Ho sempre creduto che, finita la scuola, si sarebbe aperta davanti la mia strada, quella giusta, quella pronta per me.
Ho sempre creduto che finita la scuola sarei divenuta adulta, responsabile, indipendente, autonoma.
Invece… Invece mi ritrovo a sentirmi un’eterna adolescente.
Mi sento ancora quella diciassettenne che riponeva speranza e fiducia nel futuro, senza rendermi conto che quel futuro è arrivato ed è divenuto già passato.
Vedo amici ed amiche sposarsi, andare a convivere, metter su famiglia… Ogni giorno una è incinta, un’altra si sposa, un altro fa progetti di vita. Ed io mi sento piccola.
“Sono troppo giovane per andare a convivere!”
“Sono troppo giovane per sposarmi!”
“Sono troppo giovane per metter su famiglia!”
Il tutto ancora nell’ottica che il futuro che programmo non sia arrivato, che ho tempo; ma di tempo non ce n’è mai abbastanza.
Quelli che, più grandi di me, staranno leggendo queste parole mi prenderanno per una stupida. “Sei giovane veramente a ventiquattro anni” staranno pensando; eppure, quando mi fermo a riflettere capisco che il mondo sta andando avanti senza di me, che il tempo scorre lasciandomi indietro.
Ancora penso a cosa farò quando sarò grande.
Il tempo passa ed io resto ferma, immota, immutata ed immutabile.
I mesi trascorrono, gli anni passano ed io mi ritrovo ad avere un pugno di mosche in mano.

L’altro giorno guardavo un film in televisione. Parlava di due vecchie compagne di classe un po’ svampite che intraprendevano un viaggio per recarsi alla reunion dei compagni di scuola, la famosa rimpatriata dei “10 anni dopo”.
Ho provato a mettermi nei loro panni. Non sono ancora passati dieci anni per me dalla fine del liceo ma, ora come ora, cos’avrei da raccontare io?
Dal punto di vista sentimentale sono regredita a stadio elementari. Mi conosco, so che andrò peggiorando nel mio cinismo e continuerò a rifugiarmi nei libri fino a quando non morirò in una vecchia casa di campagna, circondata da decine di gatti che soffriranno la fame quando me ne andrò.
Punto di vista lavorativo? Mi verrebbe da ridere, ma sarebbe una risata amara.
Cosa fa questa blogger nella sua vita?
Legge, scrive romanzi, racconti e poesie, e dirige un magazine online no profit di cultura asiatica.
Bello. E sarebbe bello davvero se fosse qualcosa di concreto.
Se l’essere articolista e caporedattrice di questa splendida rivista fosse un lavoro, ad esempio.
La questione è una sola: aiutati che Dio ti aiuta.
Ora io mi chiedo, tutto il sacrosanto sbattimento che sto facendo da quando i miei genitori hanno deciso di mettermi al mondo non è ancora servito per darti un’idea generale del mio aiutarmi? Dov’è finita la tua parte, Dio? Io mi sto dando da fare, ma il tuo aiuto mica lo vedo!
Poi mi chiedono se sono cattolica/cristiana/ortodossa/buddista e chi più ne ha, più ne metta.
Sono sincretista. Credo in molte cose e credo soprattutto nella natura, nella Luna e nella magia.
Sono pagana, cristiana, buddista, wiccan, strega… Chiamatemi come volete. Sono una che crede in un Dio cristiano, buddista, taoista ecc. ma che è stufa di non vedere mai un aiuto concreto, che è stufa di vedere come la meritocrazia sia un termine in disuso anche nella fede.

Potrebbe andare peggio, mi dico spesso. Potrebbe andare molto peggio.
È vero, ma potrebbe anche andare meglio, cacchio! Molto meglio.
Ora, io sono una pessimista e fatalista per natura, però… A creder sempre che, alla fin fine, meglio stare così che stare peggio, che ci guadagno? Meglio essere ottimista e poi ricadere al suolo quando la realtà ti sbatterà il suo schifo in faccia, piuttosto che buttarti a volo d’angelo da sola ancora prima.
Io ci provo ad essere ottimista. Ci provo ad aver fiducia nelle persone, a non essere diffidente e non aver paura di essere irrimediabilmente ferita, ma poi… Goddess, poi tutti i coglioni capitano a me!
Sono una bella ragazza – questo è ciò che mi dice la gente ed un po’, ormai, me ne sono convinta – sono, come mi ha definito un ragazzo poco tempo fa “simpatica, colta e con dell’umorismo e del sarcasmo notevole. Hai la lingua biforcuta, ma le tue risposte orgogliose mostrano la forza che c’è in te ed anche la tua fragilità. Sei un tipo in gamba, ed una ragazza davvero bellissima.”
Credo di non averlo ringraziato abbastanza, quel tipo. Mi sono limitata a schernirmi, perché i complimenti, come sempre, mi destabilizzano. Non so mai che rispondere.
Comunque…
Ora, perché mi ritrovo sempre a sentirmi, invece, un pesce fuor d’acqua?
Dio, è così frustrante e triste metter su la faccia sorridente ogni volta che esco, ridere ed essere di compagnia quando tutto attorno a me è sfocato e privo di spessore.
Mi sento sempre nel posto sbagliato e nell’epoca sbagliata.
Non mi piace bere alcolici, fare la smorfiosa e comportarmi da troia – passatemi il “francesismo”, ma quando ce vo’, ce vo’. Per me il sesso non è un gioco e non vado a letto con qualcuno solo per fare attività fisica, ci pensano i chilometri che macino col running.
Non mi piace fare l’oca senza cervello, ridere a battute pessime e passare la serata tra una canna ed un drink. Io non faccio parte di questo schifo di generazione.

“Da quando il sesso è diventato facile, l’amore è divenuto impossibile.”
Sacrosante parole.
Ho letto questa “massima” su non mi ricordo quale social, ma ricordo perfettamente il senso di comprensione che è scaturito in me mentre, per dieci minuti buoni, leggevo questa frase.
Non mi interessa se sembrerò una sfigata-frigida, ma non mi piace aprire le gambe per sport.
Eppure, terrorizzata come sono dall’amore, questa sarebbe la via più facile, no?
Sono una contraddizione unica, che volete che vi dica, ma rimango del mio parere.
Quello che ho fatto, faccio e continuerò a fare sarà sempre dettato da un sentimento.

Io non sono come la maggior parte delle ragazze della mia età.
Preferisco passare il sabato sera nella biblioteca della mia città dove si organizzano incontri nei quali si leggono le poesie di Leopardi accompagnate al pianoforte dai Notturni di Chopin. Il venerdì sera preferisco passarlo a teatro tra balletti ed opere shakespeariane. Piuttosto che andare in discoteca a sentirmi fracassare i timpani da quel rumore, preferisco ascoltare Mozart, Beethoven, Shostakovich, Chopin, Brahms, Verdi, Bach, Saint-Saëns, Mussorgsky, Prokofiev, Tchaikovsky; la musica d’ambiente neoclassica degli Ashram e degli Apocalyptica, quella gotica dei Nox Arcana; il Rock and Roll di Elvis Presley; gli assoli dei Dire Straits, di Simon and Garfunkel, di Slash nelle mitiche ballate dei Guns and Roses; le canzoni rivoluzionarie dei Bauhaus, dei Joy Division, di David Bowie; la musica neogotica dei Within Temptation, dei Nightwish, degli Him con la voce roca e sensuale di Ville Valo; le splendide melodie di Ryuichi Sakamoto, Keiko Matsui, Einaudi ed Yiruma…
Preferisco perdermi tra le pagine bianche di word o, meglio ancora, di un quadernetto ormai quasi pieno, vergare le parole, una dopo l’altra, col nero dell’inchiostro piuttosto che perdermi sul fondo di un bicchiere.
Sarò strana, sarò diversa… Sarò quel che sarò, ma questa sono io, punto.

E questo io ora si sente un po’ più leggero, finalmente.
Ancora in collera col mondo e con l’ingiustizia, ma le parole uscite dalla mia testa e trascritte su questa pagina hanno lasciato un po’ di spazio al conforto, quel conforto strano che ti prende quando ti sfoghi, quel senso di svuotamento che, però, ti fa tirare il respiro per qualche minuto, respiro che tirerò anche io fino alla prossima volta in cui tutti i miei pensieri staranno per eruttare dalla mia mente ed io avrò bisogno di una pagina bianca, di smettere le mie mille maschere e di essere solo me stessa; perché la vera me stessa nel mondo sarebbe calpestata da tutte quelle anime nere che ci vivono, la vera me stessa non esiste che tra queste pagine, quando torna a casa e smette i panni della ragazza felice, solare e col sorriso sulle labbra ogni volta che qualcuno la guarda; ma se davvero qualcuno anziché guardarla si decidesse ad osservarla… Beh, allora vedrebbe la tristezza, lo sconforto ed il senso di non appartenenza che le attanagliano la cassa toracica, vedrebbe dietro i falsi sorrisi e le false risate, vedrebbe dietro le maschere di cristallo che tutti i giorni indossa.

Dove sei, osservatore?

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Sognando Londra

London.
Come potete ben vedere dal titolo, il mio sogno più grande – almeno al momento, dopo quello di divenir scrittrice, of course – è quello di mollare tutto, ciapare il primo aereo per Londra con quattro cose nella valigia – ed un libro, ovviamente – e ricominciare daccapo, la volta giusta.

Quanti di noi sognano una cosa del genere? Abbandonare quella che vediamo e sentiamo come una vita di costrizioni, soffocante e senza stimoli, per andare via, lontano – più o meno – e trovare finalmente quel famoso posto di cui tutti parlano: il nostro, il nostro posto nel mondo.

A giugno ho finito di lavorare. L’azienda per cui ero impiegata ha avuto dei problemi di locazione e non so che fine abbia fatto. Peccato, era un bel progetto, giovane e con tante possibilità.
Uno dice «Ma dannazione, a malapena trovi qualcosa che si possa definire lavoro e questo “se ne va” così, senza preavviso?»
Già, perché la qui presente l’ha saputo circa tre giorni prima di dover levare le tende, dopo che due sere prima aveva versato il denaro per il viaggio a Londra che da tempo programmava e per il quale da tempo risparmiava.
Fantastico! Lo stipendio era una miseria e mi sarebbe servito anche quello dei mesi successivi per starci dentro, ed invece mi sono ritrovata con le chiappette per terra nel giro di settantadue ore.
Una meraviglia, non c’è che dire.
«Non mollare, ce la farai.» mi son detta. «Conosci tre lingue straniere, utilizzi il pc ed i suoi componenti come fossi il polipo della pubblicità di quel sito di prenotazione, sei giovane, sveglia e con voglia di fare… Non abbatterti.»
È vero. Sono giovane ed ho una buona conoscenza di ben tre lingue straniere, ma – a quanto pare – se non sei l’amica della cugina della zia del fratello del cognato… Non vali nulla. È frustrante vedere persone che sanno a malapena contare avere un lavoro a tempo indeterminato, nel quale fanno niente tutto il giorno e prendono i loro bei soldini a fine mese, mentre tu ti sbatti per una miseria ed ora neppure quella, quando potresti dare cento volte più di loro – non è essere immodesta e presuntuosa, è essere realista perché, diciamocelo, sappiamo tutti quanto ognuno di noi valga, ed io valgo, come dice la pubblicità della Pantene. Era la Pantene? Non importa, continuiamo.
Alla fine, non credo di chiedere molto… Non intendo avere il sedere di trovare un lavoro superpagato, nel quale fare carriera senza muovere un dito e vivere di questo genere di rendita a vita facendo sì che il mio cervello si ammuffisca lentamente.
Vorrei solo trovare un lavoro che mi dia la possibilità di sfruttare le mie capacità, che mi faccia mettere un po’ di soldi da parte e – soprattutto – mi faccia ottenere quella dannata esperienza che tutti cercano ma che nessuno ha. Io voglio andare avanti con le mie forze e poter realizzare i miei sogni, e due di questi sono divenire una scrittrice ed andare a vivere a Londra.

Cosa fare per realizzarli? Nel primo caso, sto tentando. Credo molto nelle mie capacità, ma non si smette mai di imparare e migliorare. Per questo partecipo a concorsi e, nel frattempo, scrivo su vari siti di scrittura nei quali poter scambiare opinioni con gli altri iscritti. Per questo continuo a leggere come una forsennata… No, lo ammetto. Leggo perché adoro farlo u.u
Comunque, sto cercando di migliorare seguendo critiche e consigli, impegnandomi su più fronti e finendo il mio romanzo che, una volta terminato, lo giuro… Sarà spedito a tutte le case editrici che ho sempre sognato di vedere accanto al mio nome; perché, diciamocelo – again! – se la Mondadori ha pubblicato i libri della D’Urso, la mia quadrilogia deve pubblicarla per forza.
E per il secondo sogno? Dio, quanto mi piacerebbe prendere le poche centinaia di euro presenti sul mio conto ed andare via oggi stesso! Il problema? Quelle poche centinaia di euro mi darebbero un calcio nel didietro entro poche settimane ed io dovrei tornare a mani vuote e con l’animo sotto i piedi. Per questo cerco un lavoro. So, lo sento, che il mio posto non è qui… È in quella città che sento d’appartenere, è lì che ripongo i miei sogni di carriera, di vita, d’amore e chi più ne ha, più ne metta. Quella città mi ha rapito il cuore e se lo tiene ben stretto.

Non credete io sia un’ingrata che abbandona la propria famiglia inseguendo strambi sogni di gloria.
Amo la mia famiglia e lo scoglio più duro sarebbe proprio il distacco, però ho ventiquattro anni, è tempo che io mi allontani un po’ dalle mie radici, non staccandomene, solo allontanandomi, cercando finalmente la mia strada ed imboccandola.
Vorrei davvero trovare quel famigerato posticino nel mondo che è fatto per me, solo ed esclusivamente per me.
Vorrei realizzarmi e smetterla di sentirmi sempre nel posto sbagliato e nell’epoca sbagliata. Tutta questa frustrazione, questo malcontento… Tutto questo mi sta distruggendo. Ho voglia di vivere, vivere davvero. Perché, siamo onesti, fin’ora quasi tutti noi – parlo della maggior parte dei miei coetanei – stiamo solo sopravvivendo, arrancando in questa giungla che ci respinge.
L’Italia, ormai, è solo un nome ed un potenziale che mai verrà sfruttato. È divenuta una terra arida per noi giovani, non per colpa sua ma a causa di chi la governa.
Non c’è vita ora e non ce ne sarà nemmeno in un futuro abbastanza prossimo.
Non voglio ritrovarmi trentenne, con un lavoro saltuario, ancora a casa dei mie e con la frustrazione a fior di pelle.

Voglio una vita mia, una vera vita mia. Voglio poter essere indipendente, autonoma, svegliarmi la mattina sapendo di star mettendo ogni giorno un nuovo mattone per quella che sarà la mia vita.
Ora, purtroppo, mi sveglio solo pensando a quanto mi senta soffocare da questa situazione, a quanto io mi stia perdendo d’animo giorno dopo giorno, a quanto questo malcontento mi stia portando via,  alla deriva della mia vita.

Voglio cambiamenti, dannazione, e li avrò.

Voglio che la vita vera, quella a cui dicono di prepararci appena finita la scuola, si apra davanti a me con prospettive più rosee perché me lo merito, cacchio, ce lo meritiamo. Ce lo meritiamo, ragazzi, tutti noi.
Non perdiamoci d’animo.
Presto, il sogno di andarmene da qui, di mollare tutto sarà realtà. Lo sento.
Il giorno in cui prenderò un biglietto a caso per Londra, solo andata, è vicino. E quel giorno sarò libera.
Libera.
Finalmente.
Libera di sbagliare e capire, di fare la cosa giusta, di imparare e crescere, di avere delusioni e di essere felice.
Libera, solo libera.

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“Sapevo che saresti stata troppo orgogliosa per tornare, così ho deciso di venire a prenderti.” – L’amore ai tempi del colera, Gabriel García Márquez

Orgoglio. Amor proprio. Dignità di donna.
Ho sempre visto tutto ciò dietro al mio comportamento.
Ho perso amori ed amicizie, tessendo la ragnatela di giustificazioni “per principio”.
Ho sofferto lontananze forzate, a causa di questo amore per me stessa.
Eppure… Per me è vitale. Come l’aria che respiriamo.
Non è superbia, è amore. Un amore malsano e trasfigurato per la mia persona.
“Perché devo lasciare che gli altri mi feriscano? Io non lo merito”. Questa la mia giustificazione. Solo ora, però, mi accorgo che io stessa mi sono ferita, da sola, più volte.
Proprio il motivo del mio muro d’orgoglio mi si è ritorto contro.
“L’orgoglio è la virtù dell’infelice” diceva François-René de Chateaubriand. Mai parole furono più sagge.

Perché? Perché quest’orgoglio smisurato?
Cosa si cela dietro questo veleno che annienta l’anima senza rendercene conto?
Paura? Sì, paura.
La paura di soffrire, di non essere adeguati, di essere umiliati.
Ho sempre guardato dall’alto in basso quelle persone che riuscivan0 a mettere a tacere l’orgoglio per seguire i sentimenti. “Sciocchi” ho sempre pensato, dall’alto della mia superiorità. Io non mi lascio abbindolare. Non mi farò mai mettere i piedi in testa. Mi voglio troppo bene per farmi calpestare.
Infatti.
Mi sono calpestata da sola.
Eppure non riesco. Non riesco a metterlo da parte. Perché? Come si fa?

Tutta colpa di quei romanzi d’amore che sto leggendo nell’ultimo periodo.
Tutta colpa loro se ora mi affliggono questi dubbi amletici!
Donne che si umiliano per amore, costrette dai loro sentimenti a mettersi alla mercé degli uomini.
Eppure… Queste storie hanno dei lieti fine.
Eppure… Queste donne raggiungono l’amore. Quello vero. Sono amate. E rispettate.
Come è possibile?

Leggevo un racconto poco fa.
Una donna è costretta a sposare il nemico di sempre a causa di suo padre, che l’aveva “venduta” per un debito di gioco.
L’uomo a cui andrà in sposa è borioso, viziato, arrogante. Tutto il meglio di un uomo, insomma. La umilia, la fa soffrire.
La vuole come moglie ubbidiente. Sottomessa in società come tra le lenzuola.
Voi direte, ma perché non scappa? Deve sposarlo a forza?
Tecnicamente, sì. Il contratto matrimoniale pone un vincolo: o il matrimonio, o la morte.
Bene, ed una persona sana di mente qui dice “E va beh, mi tocca!”
Io, invece, mentre leggevo e mi immedesimavo, avevo già tracciato nella mia mente il continuo della storia.
Vedevo me al posto di quella donna. Vedevo me che, pur di non sposare quell’odioso sottogenere maschile, mi uccidevo.
Fatalista, direte. Eppure è così. Io, scrittrice, avrei ucciso la protagonista, piuttosto che darla in sposa a quello lì. Invece lei, stoicamente, ha resistito.
Varie peripezie, gelosia estrema di lui, possessione e umiliazioni. Eppure… Si innamora. Lui, si scopre innamorato di lei da sempre. Aveva indossato una maschera di disprezzo proprio per il principio della volpe con l’uva troppo in alto.
Lei se ne innamora. Scopre di lui lati dolcissimi e gli dona la propria verginità.
Qui mi sono bloccata.
Io avevo già messo la parola fine circa quindici capitoli prima, all’inizio della storia, facendo suicidare la protagonista, in un segno di ribellione e libertà assoluta. Invece, ora, scopriamo che il perseverare di lei, l’ha portata alla felicità.
Come è possibile questa cosa?

Perché io avevo già messo il punto non vedendo le possibilità? Sono così cieca davanti ai sentimenti?
Già, l’orgoglio mi ha resa cieca.
Che sciocca che sono. Tutto ciò in cui credevo, tutto ciò su cui basavo i miei rapporti, si è sbriciolato tra le mie mani.
Si dice che l’ammettere d’avere un problema è il primo passo verso la soluzione e guarigione.
Bene, io ho capito d’averlo. Ho sempre pensato d’essere un tantino estrema… Ma non ci riesco. Non mi ci vedo nell’applicare ciò che ho imparato.

Una situazione del genere è in atto anche nella mia vita privata.
Ho avuto una discussione con un’amica, per una sciocchezza che a me è parsa una catastrofe. Mi pare ancora, se devo essere sincera. Beh, lei ha cercato di contattarmi a “botta calda” ma io mi sono negata. Troppo arrabbiata per pensare lucidamente ad un chiarimento. Poi il tempo è passato. Ora, con la fredda calma, riesco solo a tramare e pianificare vendetta. Che diavolo c’è di storto in me?
Una situazione che si può risolvere in una chiacchierata di quindici minuti, diventa un affronto al mio orgoglio.
E so anche come finirà! Io sarò troppo orgogliosa per andare da lei, lei troppo stupida per capirlo, e ci perderemo.
Ma la colpa, di chi è?

Le persone dicono tanto di conoscerti, eppure non sanno nulla di te.
Se davvero sapessero anche un decimo di quello che suppongono, verrebbero a cercarti dicendoti “Sapevo che saresti stata troppo orgogliosa per tornare, così ho deciso di venire a prenderti.”.

Ma questo, succede solo nei libri.

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“Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti.”
Questa frase mi è sempre stata di grande impatto. Non importa quante volti io riguardi quel film, ogni volta che sento pronunciare questa frase mi sobbalza il cuore.

Bram Stoker’s Dracula, anno 1992 per la regia di Francis Ford Coppola. Un film che ho sempre amato e che continuo ad amare.
Ok, già vedo nasi storcersi. Lo so anche io, ci sono grandi differenze con il libro. Vero, verissimo.
Io parto sempre da questo presupposto:  il libro è il libro, il film è il film.
Il libro è un romanzo ottocentesco che inaugura il periodo di massimo splendore del genere gotico, dove i mostri della notte e non, sono visti solo in una chiave, quella mostruosa. Il film, invece, è un omaggio al genere ottocentesco conosciuto come romanticismo. I mostri vengono visti in chiave umana e trascendente, non sono più bestie che incarnano il moralismo di un’epoca in cui le donne dovevano essere “devote”, un’epoca in cui il sesso era un tabù e la differenza tra i sessi era ben più che marcata.  Il romanzo gotico utilizza la chiave mostruosa per poter bandire comportamenti e immoralità presenti nel periodo ottocentesco e non. Ogni mostro deve esser visto come la personificazione dell’immoralità tanto cara agli occidentali dell’epoca.

Il Dracula – libro – presenta un mostro senza traccia di umanità, che vive per il sangue e che non ha nessuna brama amorosa per la nostra Mina.
Monsieur Coppola, invece, ha voluto donare l’umanità al tanto temuto ed odiato Conte. Vi ha introdotto la vicenda della reincarnazione di Elisabeta – moglie di Dracula umano – e il suo amore puro e incontaminato che varca davvero l’oceano del tempo per ritrovare l’amata. Il film ci presenta un Dracula che vuole evitare le sofferenze al giovane Harker – nonostante suo nemico – cercando di impedirgli di visitare il castello – cosa che lui, ovviamente, non ascolta – per evitare di imbattersi nelle sue mogli e in chissà quali altre atrocità. Troviamo un Dracula spinto dalla forza del suo amore per la moglie, un Dracula umano che piange ogni qualvolta venga pronunciato il nome della sua “Principessa”. Un Dracula che non forza la giovane Mina ma che la corteggia, galantemente. Un Dracula restio alla dannazione della ragazza e un Dracula che si lascia uccidere pur di evitare le sofferenze eterne all’amata.

Per quanto adori il libro – ne ho più versioni sia in lingua che in italiano (soprattutto in italiano, del quale ho cinque o sei versioni, tradotte ognuna da diverse personalità) – devo ammettere che questa umanizzazione, questo filone romantico – inteso come corrente letteraria – mi affascina moltissimo.

L’eroe antieroe, l’amore che supera ogni confine, la bellezza così tanto decantata e la profondità dei sentimenti, mi travolge in maniera assoluta.

La frase che apre il post – che è anche il titolo del post stesso – è ciò che racchiude l’essenza del film e del personaggio principale.

Nonostante sia una divoratrice di romanzi gotici, non posso che essere travolta e affascinata da questo amore puro e sofferto.
Può un amore così potente esistere?
Tralasciamo la questione della reincarnazione  e dell’immortalità per un secondo (tanto la riprendo tra un attimo)  e parliamo solo del sentimento. Può davvero un sentimento essere così forte e duraturo? Può davvero esistere così tanto amore? Si può davvero amare in modo così assoluto e distruttivo qualcuno?

Se davvero così fosse, come si può perdere tutto?

Possibile che siamo su questa terra solo per un lasso di tempo così breve e che tutto ciò che proviamo venga perso nel nulla? Cosa c’è dopo? Dove finiscono questi sentimenti?

Se potessimo reincarnarci anche noi, andremmo alla ricerca del nostro amore passato?
Ogni volta che guardo questo film mi piace poter credere a quest’idea.
Non siamo solo un corpo che muore, un’anima che lascia la terra per qualsiasi posto ognuno di noi sia portato a credere. Non può essere così. Mi sembrerebbe davvero una presa in giro. Tutta la sofferenza, tutto il dolore, le lezioni imparate, l’amore donato e l’amore ricevuto.. non può essere cancellato tutto così..

Mah, forse mi lascio travolgere troppo. Saranno le musiche, i costumi, le battute.. non so, sarà che mi identifico sempre in qualcuno quando guardo i film o leggo i libri, sarà che sono maledettamente empatica.. Sarà quel che sarà, ma io amo questo Dracula. Invidio la donna da lui così amata.

A volte vorrei essere anche io immortale, c’è così tanto da imparare e così poco tempo per apprendere..

Bene, dopo questo strano post vi lascio un video stupendo che ho, casualmente, trovato sul tubo.
La canzone è una cover degli H.I.M. – Join me in death – cantata qui dal gruppo Gregorian insieme alla bravissima Sarah Brightman, e le scene sono invece tratte dal film di cui abbiamo appena parlato. Le scene mostrano la storia d’amore travolgente e tormentata della bella Mina e del maledetto Conte.

Alla prossima!

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Mmh.. riflessioni.
Ultimamente sto riflettendo troppo, la testa mi va a fuoco! Ahahahah
A parte gli scherzi, è un periodo davvero strano questo.. Penso e ripenso, penso e ripenso.. Non che sia una novità questa. Sono sempre stata così:  ore e ore a rimuginare sulle cose, giorni e giorni afflitta dallo stesso pensiero.. Il bello è che, dopo averci riflettuto una giornata, trovata una conclusione con tanto di consiglio finale, mi ritrovo il giorno dopo al punto di partenza! Come se la conclusione alla quale ero arrivata il giorno prima non fosse abbastanza, come se mancasse qualcosa, una parte.. Così rimugino e rimugino, con tanto di fronte corrucciata e rughe ben in evidenza.

Ultimamente sto addirittura peggiorando. Ogni qualvolta io mi ritrovi a riflettere sui miei comportamenti e sul mio modo di pensare, finisce che vado a ricercarne casi simili nella psicologia, i classici casi clinici. Cerco sempre una risposta, o meglio un movente, nella psicologia, scoprendo ogni giorno una fobia nuova o una qualche strana affezione della mia mente. Mi scopro ciclotimica se non con qualche disturbo bipolare, depressa, philophobica, chiraptofobica, ipocondriaca, ansiotica.. Un bel mix! Ogni giorno ne aggiungo una alla lista!

Secondo voi, da cosa deriva tutta questa paura? Da cosa deriva il voler cercare la radice in un male psicologico? È forse un voler scaricare la colpa su qualcosa di congenito e quindi non causato da noi stessi? È il cosiddetto capro espiatorio? Non so. Forse alla fine sono io stessa che me ne autoconvinco. Sono io stessa che mi son creata questo circolo vizioso.

Penso solo che..
Penso solo che penso troppo.

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