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“Di sole e di notte”

 

“Il destino spesso lo si incontra proprio sulla strada presa per evitarlo.”
Il mio nome è nessuno – 1973

Londra.
La città dell’eccentrismo, del tè delle cinque, dei vestiti bizzarri, dello smalto nero sulle unghie, degli artisti, del rock and roll, del teatro e della poesia, del romanticismo ottocentesco, della rivoluzione femminile, della musica e dell’arte di strada.
A Londra puoi essere chi vuoi, accantonare il passato e ricrearti, daccapo; a Londra puoi ricomporre la tua personalità, scegliere il tuo stile di vita, ritornare alla via dei tuoi sogni e realizzarli senza impedimenti, senza costrizioni, senza morale o logica, solo istinto e passione.
A Londra puoi abbandonare il fato, aprire il libro del destino e cancellarvi le scritte a matita, armandoti di penna stilografica colorata, pronta a vergare il tuo nuovo percorso.

Londra, la città della magia.
Londra, il nuovo inizio.

Poggiare il piede su suolo inglese, vedere la scritta che le accoglie ad Heathrow, sentire l’odore della pioggia in un’improbabile giornate di sole, sorridere alla compagna di viaggio ed iniziare a saltellare qua e là, come pazze, attirando sguardi e sorrisi di chi, come loro, sentiva l’eccitazione latente e dormiente che una città come Londra è in grado di risvegliare nei suoi abitanti e nei molti turisti.
Il viaggio programmato molti mesi prima è divenuto reale davanti ai loro occhi felice e ridenti.
Sentiva, lo sentiva dentro di sé Iris… Questo viaggio le riservava qualcosa di inatteso ed inaspettato. Sentiva, la sentiva su di sé, quell’ansia che ti prende prima di un avvenimento importante, quell’adrenalina che sembra scorrerti sulla superficie della pelle, quell’ingarbugliamento di sensazioni ed emozioni nello stomaco, quell’agitazione, quell’eccitazione, quel leggero sentore di paura che rendeva l’attesa qualcosa di piacevole e doloroso al contempo.
Iris sapeva, sapeva perfettamente che qualcosa l’attendeva in quella città dai mille colori ed odori.
Sentiva che quello strano senso di inquietudine che da sempre l’accompagnava nella sua vita finalmente sarebbe scomparso, soffiato via dall’alito caldo di una luce nuova.
Era una mancanza indefinita, quella che la tormentava; una mancanza senza volto né corpo, né consistenza o voce. Era astratta, fumo nei ricordi, nelle sensazioni; allo stesso tempo, però, era qualcosa di vivo e pulsante dentro di lei, una presenza che non mancava mai di bussare alle porte dei suoi stati d’animo, modificandoli prepotentemente, senza annunciarsi.

Un’assenza senza forme, un velo di sofferenza che si posava sul suo cuore impedendole di sorridere davvero, di gioire davvero, sempre con la sensazione allo stomaco che qualcosa mancasse, che qualcosa stonasse.
Che, finalmente, questa sensazione potesse trovare nome o volto?
Iris lo sperava davvero o, per lo meno, sperava che quella settimana di vacanza passasse spensierata, che, per una volta, il suo sorriso coinvolgesse i suoi meravigliosi occhi grigi, che il suo cuore gioisse di una gioia leggera, senza pensieri.
Ci credeva davvero, lo sentiva nel profondo.
Era nella terra della magia, era nella terra del bizzarro, dell’inspiegabile.
Per una volta, Iris Mason avrebbe lasciato che il destino facesse da sé e prendesse in mano il suo cuore e lo guidasse attraverso quel bosco fitto ed oscuro che il suo animo celava, pronto a donarsi alla luce pura ed accecante dell’amore.
Nessuna costrizione, nessun pensiero.
Voleva solo liberare la mente e seguire il flusso degli eventi, dimenticandosi di tutto e lasciandosi trasportare.

Avevano appena posato le valige nella splendida stanza d’albergo che si affacciava direttamente sul Tamigi.
Caleigh si era buttata sul primo grande letto che le sue gambe avevano trovato ed ora si muoveva su quelle lenzuola candide come se si trovasse sulla neve, con le braccia e le gambe a muoversi per dare a quel manto pallido l’immagine di un angelo.
Iris fece un giro per la camera, rimanendone piacevolmente colpita, poi venne attratta dalla tendina verde chiaro che svolazzava quieta infrangendosi sui vetri aperti e donando una parziale vista delle acque scure del fiume inglese per eccellenza.
Si avvicinò a quella stoffa leggera e la scostò, uscendo sul balcone dal quale la città si apriva a ventaglio, mostrandosi nella sua bellezza agli occhi dei viaggiatori.
Era uno spettacolo magnifico poter vedere il cielo tingersi dei colori pastello del crepuscolo. Il rosa, il lilla, l’azzurro tenue che si mischiavano creando una coperta preziosa di colori dolci e gentili, un velo che si posava lento sulla città prima di lasciar spazio al manto di velluto della notte.
Rimase parecchi minuti ad osservare quel cielo splendido, Iris, prima che l’amica la richiamasse.
«Raperonzolo, sto morendo di fame! Che ne dici se andassimo alla ricerca di un bel localino etnico che cucini, che so… Qualcosa di etnico?» disse l’amica, ancora sdraiata sul letto.
Iris scoppiò a ridere davanti ai molti sinonimi che l’amica conosceva e scosse la testa ormai abituata a quel tornado che le aveva invaso la vita anni prima, mentre ancora bambina raccoglieva margherite per farne una collana da regalare alla sua mamma.
Si riprese quasi subito, il salto nel passato le aveva disteso le labbra in un dolce sorriso.
«Certo, mangiona. Andiamo a fare rifornimento di cibo etnico!» le disse con voce greve a mo’ di capitano di bordo.
Caleigh scoppiò a ridere e, prendendo la mora amica sotto braccio, uscì dalla camera, le risa ancora sulle belle labbra delle due.
Erano una strana coppia di amiche, Caleigh ed Iris, anche esteticamente parlando: la prima aveva una pelle dorata, corti capelli d’un tenue castano chiaro ed occhi verdi come le prateria scozzesi. Iris, invece, aveva i colori della notte: capelli neri come la volta notturna, pelle candida come l’astro della notte ed occhi grigi come le nuvole che imperversano nei giorni di pioggia.
Erano diverse, eppure complementari.
La prima sempre allegra e solare, estroversa ed un po’ pazzerella; la seconda più taciturna e malinconica, sensibile e con la testa sulle spalle. Eppure, questa loro diversità le incastonava perfettamente, come pezzi di un puzzle ben congegnato che mostra, nella sua interezza, una splendida immagine, tanto da lasciar lo spettatore senza fiato.
La serata volò via tra un raviolo al vapore ed un piatto di spaghetti di soia, un bicchiere di tè al gelsomino ed una birra cinese dal nome impronunciabile.

Il giorno seguente, la lista delle cose da fare e vedere era chilometrica. Per prima cosa, decisero di visitare il famoso mercatino di Covent Garden. Iris aveva letto molto al riguardo – aveva una passione smisurata per i mercatini ed il vintage – e sapeva che lì l’atmosfera bohémienne era ancora piuttosto marcata, con artisti, veggenti, musicisti, ballerini e pittori che scendevano in strada a mostrare disinibiti la loro arte, deliziando il cuore sensibile dei visitatori.
Con una cartina in mano, rischiando di scontrarsi spesso con i vari passanti, raggiunsero il famoso mercatino non prima d’aver sbagliato fermata della metro, aver chiesto indicazioni ad una nonnina russa che non parlava inglese ed esservi finite in mezzo senza nemmeno accorgersene.
Ridendo come due bambine in un parco giochi, le ragazze rimasero abbagliate dalla vivacità e dal movimento di quel luogo.
In uno spiazzo, dei ragazzi ballavano la breakdance, poco più avanti una coppia di ballerini ballava un tango così sensuale da far arrossire gli spettatori, dall’altro lato della strada, un pittore cieco dipingeva i volti dei passanti, toccandone il profilo e riproponendo su tela ciò che le sue mani avevano sentito, meravigliando tutti per la precisione e la bellezza dei particolari.
Ad un tavolino, proprio sul bordo della strada, due uomini vestiti con tipici abiti ottocenteschi bevevano il tè parlando in un inglese particolare, un accento marcato sotto i lunghi baffi e l’occhietto vispo dietro un monocolo finemente decorato.
Poco più distante, una scimmietta suonava dei piatti ed un uomo con un enorme turbante suonava uno strano flauto davanti ad una cesta.
Più si guardavano intorno, più quell’atmosfera le rapiva entrambe.
Trascorsero tutta la mattinata tra gli artisti e gli oggetti vintage, provando indubbi accessori e bizzarri vestiti, accarezzando un cucciolo di tigre e bevendo strani tè variopinti e profumati.
Proprio mentre guardavano una bancarella di accessori, lo sguardo di Iris cadde in fondo alla via dove una piccola tenda rossa e gialla si apriva nel centro della stradina.
Sembrava una di quelle tende da circo, quelle dove le veggenti ti leggono la mano per pochi soldi.
Senza sapere come, si ritrovò davanti a quella tenda colorata.
Proprio in fronte all’apertura, dietro un banchetto in legno, una donna dai lunghi capelli neri legati in una splendida treccia mischiava delle carte.
Aveva abiti sgargianti, in un tessuto impreziosito da inclusioni perlacee, brillanti ed affascinanti. Il trucco era un decoro artistico sul suo viso che risplendeva di una luce dorata e mistica.
Era una zingara.
La donna alzò lentamente il viso verso Iris che, impalata, la osservava.
Le sorrise conciliante e tornò a mischiare le sue carte, poi parlò con una voce calda ma composta ed autoritaria.
«Ti aspettavo. Benvenuta, Dagaz
Iris si guardò intorno, l’amica l’aveva appena raggiunta.
«Non c’è bisogno che ti guardi attorno, Dagaz. Sei tu colei che attendevo. Avvicinati.» riprese la donna, una mano ad indicarle di farsi più vicina.
Iris e Caleigh rimasero immobili, poi insieme si avvicinarono alla zingara mentre l’amica chiedeva con cenni silenziosi di cosa stesse parlando la donna.
Iris sentiva una strana sensazione nello stomaco, ma non se ne curò.
La donna non guardò nessuna delle due e continuò a mischiare le sue carte, poi alzò lo sguardò verso Caleigh.
«Sono felice che tu sia venuta, ti attendevo da molto… Dagaz.» e concluse la frase voltandosi completamente verso Iris mentre pronunciava quello strano nome.
La mora capì che era proprio con lei che la donna stava parlando.
Caleigh rimase accanto all’amica e la spronò ad avvicinarsi.
La donna le fece cenno di sedersi e Iris obbedì.
Sentiva qualcosa di strano dentro di sé, una sensazione sconosciuta e destabilizzante.
La donna prese il mazzo di carte e posizionò alcune di esse sul banchetto, disponendole in una strana forma, poi chiese ad Iris di indicargliene una.
La ragazza allungò tremante la mano verso la carta del centro, carta che la donna girò con un sorriso.
Erano strani simboli, non tarocchi come credeva. Sembrava una scrittura antica, un po’ come le rune celtiche.
Iris alzò lo sguardo, la confusione sul suo viso.
«Tu sei Dagaz, figlia mia. Sei l’equilibrio fra la notte ed il giorno, l’eterno ritorno differente, la luce dell’alba e del crepuscolo. Tu sei l’alba di un nuovo giorno, tu sei l’oscurità che si trasforma in luce. Tu sei la notte che governa il mondo, il manto buio di velluto che cela gli amanti, il crepuscolo fresco che meraviglia gli uomini. Ed è proprio da quest’oscurità che nasce la tua luce, la luce dei tuoi occhi, la luce nel tuo cuore.» pronunciò la donna con tono dolce e gentile, mentre negli occhi una luce nuova brillava ed una mano accarezzava il palmo di quella di Iris.
La giovane non sapeva cosa dire, ma la donna non le diede nemmeno il tempo di formulare una frase di senso compiuto che continuò a parlare.
«Lui è qui e ti sta cercando, ti cerca da sempre, dall’alba dei tempi. Vi siete trovati e perduti, perduti e ritrovati ed ora il ciclo del tempo del quale sei custode sta per tornare, ancora una volta, ed avrà un volto definito ed una voce reale, avrà braccia possenti ed un cuore pieno d’amore. Il tempo dell’indefinito sta per terminare, ora ciò che desideri ed aneli nei meandri più reconditi del tuo animo sta per prendere forma. Avrà occhi del cielo e del mare ed il sole di settembre tra i capelli. Lui sarà la tua controparte di luce abbagliante abituata a vivere senza ombre, quella luce che ti mostrerà la gioia del sole ed alla quale tu mostrerai la bellezza della luna e della notte. Lui è la tua metà, la tua parte d’anima e di luce che hai perso nel gioco del tempo, sempre destinati a ritrovarvi, sempre destinati ad unirvi e sempre destinati ad amarvi.»
La donna si ritirò veloce all’interno della tenda, mentre le ultime parole lasciavano l’aria nella quale si erano infrante.
Iris era spossata, destabilizzata.
Caleigh le fu accanto in un secondo.
La donna era scomparsa nella tenda, non le aveva chiesto denaro né le aveva spiegato alcuna cosa.
La giovane era rimasta completamente ipnotizzata dagli occhi della donna, capendo solo in seguito il perché di quello strano colore sbiadito: la zingara era cieca.
La voce dell’amica le arrivò quasi lontana. «Iris, lascia perdere. Quella era mezza suonata, si vedeva! Forza, continuiamo il nostro giro, amica mia.» e la prese sottobraccio mentre la mora cercava ancora di capire le parole della strana donna.
Si alzò lentamente e prima che la tenda fosse troppo lontana, udì altre parole, le ultime: «Non cercarlo, figlia mia; sarà lui a trovare te, sarà sempre lui a trovarti.»

La giornata trascorse più o meno serena. Le due amiche girovagarono per il mercatino, pranzarono in uno strano locale orientale, fecero shopping tra i negozi vintage, ascoltarono musica in strada, visitarono il celebre British Museum e passarono la serata tra locali jazz di musica live, tra un cocktail ed uno spuntino.
La notte calò inesorabile anche su Londra e le due amiche si coricarono, pronte a ritemprarsi per una nuova giornata alla scoperta di quella strana ma adorabile città.
Iris fece fatica ad addormentarsi, le parole della zingara ancora nella mente.
Una stella brillò nell’oscuro cielo di Londra mentre le luci della città lasciavano il posto all’ombra della notte.

Il giorno seguente, le due ragazze programmarono un’intera giornata a spasso tra antiche dimore e palazzi, una giornata all’insegna dell’arte e della cultura che sarebbe terminata in bellezza con lo spettacolo preferito di Iris al celebre Royal Opera House, dove dalle ventuno in poi si sarebbe messo in scena il Romeo e Giulietta, eseguito dallo splendido Royal Ballet.
Iris era un po’ spaventata all’idea di tornare a Covent Garden.
Le parole di quella donna continuavano a tormentarla.
Fu per questo che Caleigh la convinse a fare un salto al mercato prima dello spettacolo: voleva parlare ancora con quella donna, chiederle spiegazioni; ma quando arrivarono, una brutta sorpresa le attese. Della donna, infatti, non vi era traccia. Quando chiesero informazioni, un anziano signore che lavorava al mercato da decenni disse che quella donna non era mai venuta prima e che, sicuramente, era un’abusiva senza permesso cacciata in giornata, visto che era scomparsa nel tardo pomeriggio.
Iris sentì la delusione nel cuore.
«Te l’avevo detto, no, che era una vecchia pazza! Forza, sbrighiamoci od il tuo Romeo verrà accalappiato da una Giulietta qualsiasi.» disse l’amica prendendola per mano, mentre correvano tra le vie per raggiungere il teatro, il vestito da sera ed i tacchi ad impacciare i movimenti.

Altri due giorni trascorsero ed ormai la vacanza giungeva vicina alla sua fine.
Iris aveva cercato di dimenticare le parole della donna, avvalorando la tesi dell’amica e si era goduta quei giorni in giro per Londra con un grande sorriso sul volto, il cuore leggero e la mente senza pensieri.
Fu proprio nel pomeriggio del quinto giorno che tutto mutò radicalmente.

Passeggiavano per Camden Town con la mappa in mano alla ricerca di un locale carino in cui pranzare, quando Iris andò a sbattere contro qualcosa, o meglio, qualcuno.
La mora, sentendo il contatto con qualcosa di sodo e caldo, alzò il naso dalla mappa e buttò indietro la testa, incontrando gli occhi più belli che avesse mai visto.
La luce del sole rifletteva su dei capelli biondi ed incorniciava quegli occhi azzurri come il cielo estivo.
“Avrà occhi del cielo e del mare ed il sole di settembre tra i capelli.”
Rimase in quella strana posizione, con la mappa a mezz’aria, la testa tirata indietro e la bocca spalancata per una buona manciata di secondi, poi il sorriso più dolce che avesse mai incontrato la fece riavere.
Si voltò veloce, inciampando nei suoi stessi piedi e finendo tra le braccia del bellissimo ragazzo che si trovava di fronte.
Arrossì per l’imbarazzo e per il contatto, balbettando delle scuse e scostandosi subito dal giovane.
Il ragazzo le sorrise e si passò una mano tra i capelli, leggermente imbarazzato.
«Figurati, non è successo nulla.» le disse gentilmente, poi le chiese se stesse bene ed Iris si aprì in un tenue sorriso.
«S-sì, ti ringrazio.» rispose arrossendo ed apparendo ancora più bella di quanto già non fosse.
Il ragazzo, poi, le porse la mano.
«Piacere, io sono Alexander.» le disse stringendole fermamente la mano.
Iris non riuscì a rispondere, poi una testa più chiara entrò nel campo visivo dei due ragazzi.
«La ragazza qui mezza muta si chiama Iris, vero?» disse Caleigh sorridendo e dando una gomitata all’amica.
Iris si riprese velocemente. «Sì, scu-scusami. Il mio nome è Iris, piacere di conoscerti, Alexander.» disse riprendendo finalmente le facoltà mentali.
Alex sciolse la stretta di mano sorridendo.
«Hai lo stesso nome della dea dell’Arcobaleno, lo sai Iris?» le disse leggero ed Iris scosse la testa.
«Non ne ero a conoscenza.» rispose soltanto e quando il ragazzo si passò nuovamente la mano nei capelli biondi come il grano, Iris la vide.
Il ragazzo seguì lo sguardo della morettina e trovò il suo tatuaggio.
«Ah, sì. Questa è una runa, rappresenta-»
«Dagaz, la runa della luce.» rispose Iris senza staccare gli occhi dal tatuaggio.
Alexander rimase spiazzato, poi però sorrise alla giovane annuendo.
Aveva cercato in tutti i modi di dimenticare le parole della donna, e ci era quasi riuscita, ma tutto quello non le aveva impedito di fare qualche ricerca su quello strano nome con il quale la donna l’aveva chiamata.
Dagaz, la runa della luce.
«Allora, cosa cercavate di interessante sulla mappa?» chiese il giovane, indicando col mento la carta stropicciata tra le mani di Iris.
Fu Caleigh a rispondere mentre Iris cercava di combattere il tremendo e furioso battito del suo cuore.
«Un ristorante etnico, si dovrebbe chiamare… The Jasmin of Java, se non sbaglio.»
Il ragazzo annuì.
«Oh, lo conosco. Si trova proprio dietro l’angolo anche se ammetto che è difficile da individuare tra tutti quei ristorantini e negozi. È un ottimo locale con cucina indonesiana. Se volete, vi accompagno. Stavo proprio per andare lì a pranzare, mi aspettano due amici. Volete unirvi?» disse gentile e Caleigh acconsentì con entusiasmo.
S’incamminarono tutti e tre verso il ristorante, Caleigh solare come mai prima d’allora, mentre sorrideva entusiasta ad una più mite Iris, persa completamente a causa della bellezza dell’architettura che la circondava.
La ragazza si guardava in giro, osservando le costruzioni particolari di quel quartiere. Era così estasiata dall’influenza indonesiana che si aprì in un grande sorriso ed i suoi occhi si illuminarono alla vista di quelle meraviglie architettoniche.
Alexander non si era perso alcun movimento della ragazza, abbagliato dalla luce del suo viso.
Era bellissima con quella pelle di luna, i capelli neri e gli occhi grigi come la pioggia – che poi, chi aveva gli occhi grigi? – le guance arrossate dal sole, gli occhi lucidi ed il sorriso sulle labbra, poi, la rendevano una visione.
Piano, le si avvicinò, senza che la ragazza lo percepisse. Si abbassò alla sua altezza e le sussurrò all’orecchio, facendola scattare spaventata all’indietro: «Gli indonesiani chiamavano il Jasmin di Giava anche “chiaro di luna”, come la celebre sonata di Beethoven. Si dice che il suo profumo fosse delicato come la brezza serale ed il suo colore ricordasse il pallido astro della volta notturna. Credo sia un fiore che ti rappresenti, Iris.» ed allungando una mano, prese qualcosa dietro di lei e poi lo posò tra i suoi capelli, proprio sopra il suo orecchio.
Alex guardava il piccolo fiore di gelsomino bianco che spiccava sullo sfondo scuro dei lisci capelli della ragazza e si rese conto di quanto fosse  perfetto per lei. Splendido e raffinato, dal profumo delicato ma intenso. Perfetto.
Senza aggiungere una parola, entrò nel ristorante, facendo strada ad entrambe verso il tavolo dove due ragazzi lo attendevano.
Iris, entrando nel locale, si poté specchiare nelle vetrate e lì vide il fiore tra i suoi capelli.
Il cuore accelerò, solo un pochino.

Trascorsero insieme una splendida giornata.
Caleigh, durante il pranzo, aveva attirato le attenzioni dei due amici di Alex, mentre Iris chiacchierava meno ed ascoltava molto di più, osservando i gesti dei ragazzi e dell’amica.
Ne osservava uno in particolare, Rick, un ragazzo carino ma dall’aria timida ed impacciata.
Si torturava le mani ed abbassava spesso lo sguardo quando Caleigh, durante i racconti, lo guardava dritto negli occhi.
Aveva capelli scuri ed occhi verdi, proprio come quelli dell’amica. Aveva un fisico snello ma non era molto alto. Nel complesso, però, era un bel ragazzo.
Iris lo osservava, capendo al volo che il ragazzo avesse preso una sbandata per l’estroversa amica che, da quello che poteva vedere, ricambiava.
Che fosse un colpo di fulmine?
Alex, intanto, osservava Iris guardare i due e sorrise.
Quella ragazza lo affascinava sempre più, aveva la capacità di vedere sfumature che agli occhi degli altri sfuggivano.
Proprio mentre gli occhi di Alex si posavano su quelli di Iris, la ragazza voltò lo sguardo incrociandoli e le parole della zingara le arrivarono dritte e potenti nella mente.
“Lui è qui e ti sta cercando, ti cerca da sempre, dall’alba dei tempi. Vi siete trovati e perduti, perduti e ritrovati… Avrà occhi del cielo e del mare ed il sole di settembre tra i capelli. Lui sarà la tua controparte di luce abbagliante.”
Gli occhi azzurri di Alex, i suoi capelli biondi, la luce solare che emanava presero il posto di quel volto indefinito che le faceva battere il cuore, sentire una strana emozione nello stomaco ed una mancanza inconsistente, senza viso.
Iris sentì delle vertigini farle girare la testa.
Si appoggiò allo schienale, poi si scusò dicendo che andava a prendere un po’ d’aria ed Alex la seguì senza farsi vedere.
Fuori dal locale, Iris si avvicinò al muro coperto di gelsomini e ne toccò un fiore con la punta delle dita.
Alex la osservò, le dita lunghe e diafane che sfioravano quel petalo bianco come quella stessa pelle.
Iris sorrise, poi alzò lo sguardo e guardò il cielo oscurarsi.
Delle nubi grigie avevano inghiottito il sole, ma la luce traspariva ugualmente, trovando sempre la via per mostrarsi ed illuminare il mondo.
Mentre guardava il cielo tingersi del colore dei suoi occhi, un leggero miagolio la fece voltare verso la parete di gelsomini.
Proprio al di sotto della piccola panchina in pietra sulla quale si arrampicavano i fiori, un piccolo gatto nero la guardava miagolando, accucciato come una sfinge e meraviglioso come la mistica e misteriosa costruzione egiziana.
Subito, Iris si abbassò ed allungò la mano verso quella piccola e pelosa testolina.
Il gatto, vedendo il movimento, allungò il piccolo collo per facilitare la carezza e, quando la mano entrò delicata in contatto con il manto morbido dell’animale, quest’ultimo cominciò a fare le fusa, miagolando dolcemente.
Iris sorrise ed aggiunse una seconda mano alle carezze.
Il micio apprezzò notevolmente quella doppia carezza, chiudendo gli occhietti chiari e distendendo il musino.
Iris rise di quel musetto compiaciuto fino a quando il gatto non decise di sottrarsi a quelle carezze e farne una a quella dolce umana.
In pochi istanti, il micio si alzò poggiando le zampine anteriori sul ginocchio piegato di Iris, avvicinò il piccolo muso alle labbra della giovane e vi depositò una sorta di bacio, per poi tornare a terra, miagolare e sparire dietro i gelsomini.
Il giovane, che aveva guardato estasiato tutta la scena senza farsi vedere, tornò veloce all’interno del locale con un dolce sorriso a distendergli le labbra.
Il pranzo proseguì allegro. Chiacchierarono, mangiarono e risero moltissimo.
Alla fine del pranzo, decisero di trascorrere tutto il pomeriggio insieme, mentre Daniel – questo era il nome dell’altro amico di Alex – li lasciava per andare al lavoro.
I due ragazzi mostrarono alle turiste locali e luoghi di una Londra ai loro occhi sconosciuta. Salti nel tempo, sorrisi, giochi e divertimento.
Grazie ai due giovani, Iris e Caleigh poterono vedere una Londra che negli opuscoli turistici non veniva menzionata.
Una Londra mistica e magica, nascosta tra piccole vie acciottolate, antiche e sconosciute dimore, locali pittoreschi e dalle entrate seminascoste.
Fu una giornata magnifica.
Quando calò la sera ed i quattro si salutarono, decisero di vedersi il giorno seguente: le due amiche volevano visite il quartiere di Bloomsbury ed i due ragazzi, da perfetti gentlemen inglesi, si erano offerti di far loro da cicerone.
Tornate in albergo, Caleigh si buttò subito sul letto, prendendo un cuscino e portandoselo al viso, affondandovi completamente.
Iris si sedette sul bordo del proprio letto ed attese.
Poco dopo, infatti, dal cuscino sbucò un occhio dell’amica che subito venne coperto, con tanto di risolino isterico e dimenamenti.
Iris scoppiò a ridere e Caleigh si mise seduta, il cuscino ancora tra le braccia.
«Non ridere di me, maledetta! Che razza d’amica sei?» le chiese fintamente imbronciata, cosa che fece ridere Iris ancora di più.
L’amica, però, la guardò storto e così lei alzò le mani in segno di resa, l’ombra di un sorriso ancora sul volto.
«Forza – le disse – sputa il rospo.» e Caleigh lo sputò senza trattenersi.
«Iris, ma l’hai visto? È troppo carino! Sembra così timido e dolce!» disse l’amica con una vocetta da bimba e gli occhi lucidi d’emozione.
Iris le tirò un cuscino addosso e scoppiarono a ridere, poi Caleigh tornò seria.
«A parte gli scherzi, mi piace, I. Mi piace molto.» e sul suo viso comparvero due chiazze rosse proprio sulle guance.
Iris non poteva crederci. Questa volta si era davvero presa un bel colpo di fulmine!
La mora si buttò sul letto dell’amica e la strinse forte, ricambiata dall’amica stessa.
«Dai, domani lo rivedrai… Fatti avanti!» la spronò dolcemente, ma Caleigh si rabbuiò tutto d’un tratto.
«Iris, tra due giorni partia-» ma l’amica non la fece finire.
«Non osare! Tra due giorni partiamo, ma non andiamo mica sulla luna! Forza, volere è potere! E poi, non hai detto che mi avresti seguita alla Oxford se mi fossi iscritta qui? Sai che da sola non ci verrei mai…» lasciò apposta la frase in sospeso e Caleigh, il viso illuminato dalla più dolce delle emozioni, le saltò addosso.
«Ti adoro!»

I due giorni seguenti furono splendidi.
Caleigh, durante la visita ad una famosa libreria di Bloomsbury, prese Rick per mano, facendo diventare il ragazzo di mille colori – ragazzo che, però, non mollò più quella piccola mano.
Alex e Iris, invece, si scoprivano sempre più simili ma allo stesso tempo differenti.
Amavano il teatro, Iris le tragedie ed Alex le commedie; Iris amava il balletto ed Alex l’opera lirica. Amavano l’arte, Iris il periodo romantico, Alex quello neoclassico.
Amavano la letteratura, Iris i grandi autori inglesi come Lord Byron, Shakespeare e Jane Austen, Alex amava i simbolisti francesi ed i poeti maledetti.
Iris amava l’inverno e l’autunno, Alex l’estate e la primavera.
Amavano la musica, però. Entrambi pazzi per la musica classica, si scoprirono fan degli stessi artisti quali Paganini, Mozart e Beethoven, scoprendo che le canzoni preferite dell’uno erano anche quelle dell’altro.
Decisero, così, con una specie di promessa fatta di mignoli incrociati e risate, di ascoltare i notturni di Chopin quella notte stessa sul terrazzo di casa di Alex e, in cambio, Iris avrebbe goduto del sole pomeridiano sdraiata su quel terrazzo il giorno seguente, durante una piccola grigliata, mentre si lasciava baciare la pelle da quell’astro che poco conosceva e guardava Londra immersa nella luce.

Furono due giorni magnifici, così intensi da sembrare mesi.
Avevano davvero ascoltato i Notturni di Chopin sul terrazzo del ragazzo, mentre la brezza leggera dell’eterna città della pioggia faceva increspare la pelle della mora, dando la possibilità ad Alex di tenersela vicina, il suo maglione sulle spalle di Iris e le braccia attorno alla sua vita sottile.
La grigliata aveva visto le doti culinarie di Rick e di suo fratello mettersi in primo piano, affascinando Caleigh ed il suo eterno appetito ancora di più.
Il sole aveva davvero baciato i loro volti e quella splendida giornata era trascorsa tra partire a carte, calcetto e racconti imbarazzanti seduti sui due divanetti esterni, fiorati e morbidissimi.
Il giorno della partenza, però, arrivò ed i ragazzi dovettero salutarsi.
Caleigh e Rick si erano scambiati l’indirizzo e-mail, il numero di telefono ed il profilo di facebook, pronti a sentirsi tutti i giorni; Alex e Iris, invece, si guardavano da lontano, mentre l’ombra dell’addio troneggiava su di loro.

Iris capì che lui era davvero la sua metà.
Lo capì in un attimo.
Pensò al ragazzo ed a quella mancanza senza volto che la tormentava da anni, poi, improvvisamente, il viso di Alex divenne il viso di quella mancanza, i suoi occhi ed i suoi capelli i tratti di quel volto, il suo corpo il corpo della mancanza indefinita.
Si appoggiò alla balaustra del terrazzo mentre la consapevolezza della verità nelle parole della zingara la colpiva in pieno petto.
Lui l’aveva trovata.
Non si accorse di due occhi azzurri che la osservavano, spogliandole l’anima e percependo, finalmente, la resa alla consapevolezza di quella che lui aveva capito – e sempre saputo – essere la sua compagna.
Iris continuava a pensare e ripensare, il cuore che batteva furioso e la testa che le girava.
Come era possibile che quella donna le avesse predetto il futuro?
Come era possibile che loro due fossero destinati?
Com’era possibile tutto ciò? Che fosse realmente magia?
Dietro di lei, una voce si levò dal silenzio, facendola sobbalzare.
«Sei tu, vero?» chiese Alex ed Iris si voltò a guardarlo in quei meravigliosi occhi senza rispondere.
Alex fece un passo avanti, gli occhi completamente trasparenti.
«Sei tu, ne sono sicuro.» disse ancora, muovendo nuovamente un passo.
«Sei tu, sei sempre stata tu ed ora lo sai, non è vero?» continuò il giovane avanzando.
«Sei l’equilibrio fra la notte ed il giorno, l’eterno ritorno differente, la luce dell’alba e del crepuscolo. Tu sei l’alba di un nuovo giorno, tu sei l’oscurità che si trasforma in luce. Tu sei la notte che governa il mondo, il manto buio di velluto che cela gli amanti, il crepuscolo fresco che meraviglia gli uomini.» continuò il ragazzo, mentre Iris si portava le mani alla bocca e reprimeva un singhiozzo, gli occhi spalancati e pieni di lacrime.
«Sei tu, la mia metà perduta. Sei tu.» concluse annullando le distanze e ritrovandosi di fronte alla ragazza.
Iris aveva il volto solcato da due scie acquose, il cuore in subbuglio.
Le mani ora le ricadeva sul petto, dove una teneva l’altra all’altezza del cuore.
Piano, con lentezza, allungò una di esse a sfiorare il volto del giovane davanti a lei, poi gli ripeté le parole della zingara, le lacrime che ancora solcavano il suo volto diafano.
«Lui è qui e ti sta cercando, ti cerca da sempre, dall’alba dei tempi. Vi siete trovati e perduti, perduti e ritrovati. Il tempo dell’indefinito sta per terminare. Avrà occhi del cielo e del mare ed il sole di settembre tra i capelli – e gli passò delicata una mano tra i capelli – Lui è la tua metà, la tua parte d’anima e di luce che hai perso nel gioco del tempo, sempre destinati a ritrovarvi, sempre destinati ad unirvi e sempre destinati ad amarvi.» disse con voce strozzata mentre Alex sorrideva e poggiava la sua mano su quella della ragazza, ora a cingergli il viso.
«Ti ho trovata, vero? Finalmente ti ho trovata.» bisbigliò il ragazzo e, poi, si abbassò su di lei, unendo le labbra a quelle della ragazza in un bacio così dolce da far tremare le gambe ed i cuori, da spegnere la mente e la ragione.
Come se un alone di pura luce li avvolgesse, come se quella labbra avessero trovato la fonte inesauribile di vita e giovinezza, come se quei due cuori avessero trovato le abili mani che ne avrebbero tracciato e sfiorato le corde in un suono d’amore, unico e vero.
Come se due metà si unissero, completandosi e trovandovi la dimora perduta, il calore perduto, la gioia assopita ma mai dimenticata.
Purtroppo, però, il loro tempo era scaduto.
Iris si staccò da lui a malincuore e lo guardò con gli occhi lucidi.
«Non ci siamo nemmeno scambiati i numeri, come ci rivedremo?» gli chiese triste.
Alex scese ancora sulle sue labbra dove le lasciò un casto bacio, poi, a pochi millimetri e con gli occhi puntati negli occhi, le disse «Ti troverò io, ti ritroverò sempre, Iris. Sempre e per sempre, ovunque tu sia, ovunque tu vada. Ricorda, per sempre.» ed un ultimo bacio suggellò un amore scritto nel fato, nato millenni prima ma destinato a viversi e ripetersi per sempre.
Due anime divise trovavano la propria metà, la luce incontrava l’oscurità ed, insieme, si completavano, donando l’equilibrio al mondo ed al loro cuore.
La mancanza senza volto scompariva per lasciar spazio alla luce dai contorni netti e definiti.
Il tempo si era ritrovato e loro si sarebbero sempre trovati, in ogni angolo della terra.
Si sarebbero sempre trovati, nei loro cuori e nei loro sogni.
Per sempre.

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Ed eccolo qua!! Dopo più di un mese, finalmente il secondo capitolo! scusate l’attesa ma sono stata davvero presa tra lavoro e regali di natale! Queste feste mi sfiniscono! >.<
Beh, ma non vi ho ancora fatto gli auguri anime!! Bene.. Buon natale! Buone feste a tutti! Spero vi siate strafogati tanto quanto me in questi due giorni! Dio, sono qui seduta sul letto e faccio fatica a tenere il portatile sulle gambe.. tutto per colpa della pancia che si è gonfiata a causa di tuuuutto quel cibo! Ahahahahahahahah A parte gli scherzi, avrò preso un paio di kg u.u Che tristezza!!
Evitiamo questo triste discorso, va.. ;)

Bene, so che sarete tutti occupati con l’organizzazione del capodanno, chi deve partire, chi fa troppa fatica ad alzarti dal caldo lettuccio, chi ha ancora la casa invasa da stormi di parenti.. Beh, se trovata cinque minuti.. potete correre a leggere il secondo capitolo! So che una mia amica lo sta aspettando con ansia ( e io aspetto una sua critica!! positiva, né! ahahahah) quindi.. corro a postarlo! Buona lettura, buone feste e buon rimpinzamento! :D

Capitolo 2

Sapevo che me ne sarei pentita, ma come al solito diedi ascolto a istinti puramente fisici.
Già in passato avevo commesso lo stesso errore: andare a letto con Jonathan.
Ci eravamo ritrovati in una situazione di vita o di morte – per così dire – e l’impulso fu quello di…beh, di assecondare i nostri ormoni prima della fine. Si era rivelata però la scelta sbagliata.
Sopravvivemmo e io portai con me il ricordo di una notte di fuoco… con l’uomo più ignobile, detestabile e arrogante di tutto il pianeta.
Erano trascorsi più di duecento anni da quella notte e ancora il ricordo mi tormentava. Io detestavo Jonathan con tutte le mie forze. Non lo sopportavo. Era arrogante, vanitoso, altezzoso, superbo, estremamente strafottente… che nervi! Era tutti i peggior difetti racchiusi in un solo essere. Come mi sarebbe piaciuto piantargli un paletto nel cuore e vederlo diventare polvere….
E sapete qual è la cosa peggiore? Io sono molto più antica di lui! Lui è ancora un novellino! È stato trasformato poco prima che scoppiasse la rivoluzione francese – arco temporale nel quale è collocata la notte da dimenticare, tra l’altro – e si permette di parlarmi come se fosse il principe di tutti noi.
E a ripensarci bene, fu tutta colpa sua se ci trovammo in quella situazione!
Il signorino, trasformato da soli due anni, aveva deciso di seguire una dieta a base di giovani fanciulle di alto rango – aristocratiche francesi – provenienti dalle più nobili famiglie. Vergini. Esatto. Le nobili vergini dell’elite francese. Solo che il giovane non si prendeva nemmeno la briga di cancellare le sue tracce! No, lui si faceva vedere in loro compagnia per giorni.. Amava corteggiarle e rubare loro non solo il sangue ma anche la purezza. E i corpi? Rimanevano nelle camere da letto dove fino a poco prima se l’erano spassata. La prima notte d’amore di quelle povere ragazze si trasformava sempre nell’ultima notte trascorsa tra i vivi – anche se tecnicamente la ultime ore le avevano trascorse con un non-morto – .
Adorava morderle nel momento di massimo piacere – quando il sangue è più caldo e scorre più velocemente. Quando il sangue è reso ancora più dolce dall’eccitazione e dal piacere.
Le dissanguava completamente.
Una notte, non curante del fatto che ormai dodici fanciulle da lui corteggiate e viste assieme a lui l’ultima sera della loro vita fossero state ritrovate morte, decise di farsi un’altra bevuta.
All’epoca nessuno ne parlava apertamente, ma tutti sapevano.
Sì, sapevano. Non è come oggi che tutti conoscono ma nessuno ci crede. E la cosa bizzarra è che nonostante oggi si subisca un frenetico e costante bombardamento da parte dei mass-media – film, telefilm, libri, opere teatrali, musica, band… – nessuno crede nell’esistenza dei vampiri. All’epoca, periodo nel quale tutto era celato e nessuno aveva il coraggio nemmeno di parlarne, si sapeva. Si sapeva tutto.
Il nostro caro Jonathan, quella fatidica notte, decise di trascorrere la nottata infuocata con la povera malcapitata nella casa della giovane stessa. Proprio verso la fine del suo “pasto”, il padre della ragazza, insospettito dai rumori provenienti dalla camera della figlia, spalancò la porta e trovò Jonathan chino sul collo della figlia, ormai priva di vita, con la bocca insanguinata e il letto coperto da un lago di sangue. La figlia, nuda tra le braccia dell’aitante vampiro, era stata dissanguata.
Jonathan scappò velocemente, saltando dalla finestra, ma il padre – che sapeva – fece in tempo a sparargli contro. Voi penserete “e che sarà mai un colpo di fucile per un vampiro?” Il fucile in questione non era caricato con le solite “cartucce”ma era caricato con proiettili di legno. Legno. Esatto.
Legno che gli sfiorò il cuore, gli penetrò nella gamba sinistra e nel braccio destro.
Trovò rifugio solo nelle fogne, visto che il mattino si avvicinava.
Non fu scoperto subito, ma dopo poche ore, tutta la città sapeva cosa lui fosse e cosa avesse fatto. Ma soprattutto la città sapeva cosa doveva fare.
Forconi, paletti, torce infuocate, acqua santa, collane d’aglio e croci appese al collo. Si erano preparati.
Vagliarono tutta la città. Partirono dai cimiteri: mausolei, cripte, persino tombe nel terreno. Poi passarono agli edifici abbandonati e infine alle fogne. Guardarono ovunque quando…
Penserete “quando lo presero?”. No. Non lo presero. Vagliarono le fogne fino a quando anche l’ultimo centimetro non fu ispezionato.
Pensarono tutti che avesse lasciato la città.
E invece sapete dove si era rifugiato? A casa mia!
Quando arrivò era ormai l’alba. Non s’incenerì per miracolo.
Io mi ero già coricata all’interno della mia bara, posizionata sotto un’apertura all’interno dell’armadio che dava su di uno scantinato/camera da letto.
Io non lo udii. Non udii niente.
La giornata passò e verso le cinque e mezza mi svegliai. Era primavera, le giornate cominciavano ad allungarsi.
Salita al “piano di sopra”, la prima cosa che sentii fu un odore acre di sangue secco, stantio. Poi fui investita da un forte odore di bruciato. Seguii l’odore che portava proprio al mio letto.
No, sotto al mio letto.
Alzai le lunghe coperte che toccavano terra e quello che vidi non fu uno splendido spettacolo.
Un vampiro. Un vampiro morto sotto al mio letto.
Ok, per morire dobbiamo diventare polvere e quello aveva ancora buona parte del corpo, ma era messo così male che faticai a credere che si sarebbe mai ripreso. Per questo lo diedi subito per morto..e spacciato.
Ritirai giù le coperte e mi sedetti sul letto. Che diavolo dovevo fare? E soprattutto.. chi era quel vampiro mezzo morto sotto al mio letto?
Non lo sapevo, e credevo non l’avrei mai saputo (sarebbe stato molto meglio!) ma dovevo fare qualcosa. Non potevo cacciarmi nei guai. Non ora. Non proprio adesso, dopo tutto quello che avevo passato. Così ruppi un pezzo di un asse di legno dell’armadio e decisi di usarlo a mo’ di paletto. Trascinai il corpo fuori da sotto al mio letto e cercai di raddrizzarlo il più possibile. Gli avrei alleviato una pena insopportabile e inutile.
Toccare quella pelle ustionata, mi fece senso. Sembrava di trascinare i rami di un albero ormai secco, e morto.
Lasciai cadere il braccio del vampiro a terra e mi strofinai la mano sporca di cenere sul vestito.. color crema. Intelligente, eh? Ma mi fece una tale impressione il tatto di quel corpo ormai incenerito… che non potei fare a meno di seguire un’azione istintiva.
Alzai il braccio e la mano con il quale tenevo il paletto e proprio mentre mi preparai a scendere sul suo petto sentii un gemito.
“No” bisbiglio. Si voltò di pochi millimetri. “No, ti pre…” Mi guardò con occhi così pieni di paura. Occhi pieni di terrore e tristezza. Non ebbi cuore di farlo. Abbassai lentamente il braccio e buttai a terra il paletto.
Misi il braccio sotto al suo malridotto collo e lo sollevai un poco.
Era così giovane.. Probabilmente era finito nei guai senza nemmeno sapere come (come sono ingenua!). Si vedeva che era un vampiro da troppo poco tempo per imparare i trucchi del mestiere. Le sua pelle era ancora rosea, e non diafana come quelli di noi che possono vantare secoli di esperienza.
Spostai un ciuffo dei suoi capelli nero corvino e gli lasciai liberi gli occhi. Solo quel ciuffo gli era rimasto, ma nonostante il deturpamento atroce ancora si poteva vedere quanto fosse bello.
In quel caso, l’unico modo per far riprendere un vampiro è nutrirlo.
Era ancora vivo nonostante le ferite riportate dal sole. Era quasi impossibile. Capii solo in seguito che fu tutto dovuto all’ingente quantità di sangue che aveva in corpo, quello di cui si era da poco nutrito.
Decisi così di aiutarlo. Per sei settimane lo tenni con me, lo nutrii e lo curai.
Avevo sentito in paese del giovane vampiro che era stato trovato dal padre della vittima a bere il sangue della figliola. Il vampiro che si nutriva di giovani ragazze e che ne aveva uccise tredici. All’inizio pensai che fosse lui quel vampiro e fui quasi tentata di ucciderlo ma.. ma non ci riuscii. Sarà stato il fatto che ancora faticava a parlare e quindi non mi resi subito conto di quale palla al piede pesante e petulante (e fastidiosa!) lui fosse.. sarà che mi ricordava vagamente il mio amore umano perito vari decenni addietro.. sarà quel che sarà ma alla fine non lo uccisi.
Seppi comunque. dopo pochi giorni, che l’assassino-vampiro era stato trovato nelle fogne morto bruciato a causa del sole. Alla notizia fui lieta di non averlo impalettato. Era innocente (sì, proprio innocente!)
Seppi solo alla sua completa ripresa del fatto che il bastardo fosse lui (il ragazzo si era vantato dei suoi lavori).
Dopo circa sei settimane fu come nuovo. Era splendido.
Occhi color argento, capelli neri come la notte e pelle ancora rosea.
Dopo la sua guarigione però, seppi da lui quello che aveva commesso. Lui credette di farsi il figo (si dice così oggi, nel gergo giovanile.. giusto?) e di farmi cadere ai suoi piedi, io invece ne fui disgustata. Lo cacciai da casa mia. Litigammo furiosamente quella notte. Quello che fece, dove andò e di chi si nutrì.. io non ne ho assolutamente idea. E non me ne importava niente, fino a quando, circa quattro giorni dopo, non bussò alla mia porta con dietro di sé un’orda di guardie.
Era legato, imbavagliato e stretto – tramite i polsi – ad un bastone di legno che lo faceva camminare ricurvo.
A causa sua, mi avevano scoperta.
Aprii la porta e la prima cosa che vidi fu il sangue colare dal mio petto.
Mi avevano sparato. Sparato con dei proiettili di legno da una distanza di pochi centimetri.
Fortunatamente il medaglione che portavo al collo, deviò un po’ la traiettoria coprendomi il cuore, ma il proiettile si conficcò in profondità nel mezzo del mio petto.
Altri due proiettili mi si conficcarono nelle gambe. Caddi a terra guardando il mio sangue che sgorgava come una fontanella e macchiava di lunghe strisce il mio abito dal color del cielo.
Uno, due, tre quattro. Altri quattro colpi. Braccia e pancia. Ero stata abbattuta come succedeva ad i cavalli ormai vecchi e senza futuro, ai quali veniva tolta via la vita prima del tempo da uomini che credono di essere Dio e poter decidere della vita e della morte degli altri.
L’ultima cosa che ricordo fu lo sguardo di dolore di Jonathan e la sensazione di bagnato sul viso.
Mi risvegliai legata. Al buio. Tra l’umidità e con un topo enorme che mi stava passando davanti. Ero legata. Ed ero in una cella sotterranea.

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Capitolo 1

Guardo le tenebre al di là del vetro. Le tende color porpora sbarrano la via ad ogni cosa, ma il buio s’insinua ovunque. Riesce a trovare spiragli inesistenti e comincia a divorare tutto ciò che trova. La sento scorrere nelle mie vene. L’oscurità. L’oscurità riempie le mie vene e scorre in un flusso tetro lungo tutto il mio corpo, nella mia mente, nella mia anima.
Guardo la città dormire dall’alto del mio appartamento. Poche luci riempiono di calore le abitazioni. Un uomo sulla sessantina è seduto sulla sua poltrona di consumata pelle nera, intento nella lettura di un volume finemente rilegato. È una delle prime copie del Dorian Gray di Wilde.
Una giovane donna è appena rientrata dal suo turno in ospedale. Sta posando le chiavi. Dal giaccone esce il bordo del suo camicie verde. È stanca.
Un ragazzo guarda a volume completamente spento dei film non adatti alla sua età, e con le mani esplora il suo corpo ancora precoce stando ben attento che la porta non si apra e sua madre lo trovi intento in quel genere di passatempo.
Uno studente universitario è impegnato su di un mattone dalle fattezze di un libro: è uno specializzando dell’ospedale locale. Neurochirurgia. Non dorme da ore e ha carenze di vitamina a. Di questo passo, tempo altri due giorni, e sarà ricoverato a causa dello stress, della stanchezza e della carenza di zuccheri.
La vita è quasi assente a quest’ora della notte, se si esclude qualche caso fortuito.
Le uniche creature a passeggiare nelle ombre sono solo i miei simili: vampiri.
Li sento. Sento la loro fame. La sento salire e divampare dentro la mia gola. Sento la brama di sangue pulsarmi nelle vene. Sento la loro eccitazione, la sento lungo la mia schiena. Mi sembra di toccarla con le punte delle dita. Sento ogni loro sensazione.
Uno si sta avvicinando ad una prostituta. Si trovano a circa sette chilometri da qui. Al di là del braccio di fiume che separa le due estremità della città. Vedo la scena attraverso i miei sensi.
Si sta avvicinando. È attraente. Sulla quarantina, alto e dinoccolato, capelli argentei con qualche sfumatura del nero che avvampava in gioventù. Veste con abiti da tipico impiegato: pantaloni grigi, camicia bianca ben abbottonata, cravatta a righe bianche e nere, giacca grigia e un lungo cappotto nero a sovrastare il tutto. Sotto il braccio destro porta una valigetta. È vuota, solo di facciata, per rendere il costume il più vero possibile. Ma questo la prostituta non lo sa. Non lo può sapere.
Lei l’ha notato. Pensa sia davvero un bell’uomo. Pagherà bene, a guardare i vestiti che porta. Armani, pensa la donna. Ha pensato bene.
Poggiata sul muro scrostato, con vecchi annunci ormai sbiaditi, la donna rizza la schiena per mostrare ancor più il suo seno abbondante, già ben visibile grazie al suo abbigliamento: un top scarlatto.
Sorrido beffarda. “Almeno non si noteranno le macchie” – penso tra me e me.
Le scarpe sono strette, e iniziano a dolerle i piedi. Ma non le importa. Sa che tra poco se le toglierà nella stanza del motel lì dietro. Sbagliato, ragazza. Quelle scarpe le terrai fino all’obitorio.
L’ha raggiunta. Con fare disinvolto le bacia la mano. Antiquato.
Le dice, gentilmente e con termini ricercati, se è possibile passare la notte con lei. Non le chiede il prezzo.
La donna annuisce muovendo solo la testa. È completamente ipnotizzata. Legata. Legata con una fune agli occhi di lui.
La prende per mano e la trascina via. Non arriveranno mai all’hotel.

~~

Trascorro la notte in casa. Non ho fame. Non ho fame da tempo.
Prendo la mia vecchia copia de l’Amleto. Edizione del 1602. La prima stampa. Nessun editore né storico è a conoscenza di questa copia. La prima che venne “data alla luce” secondo gli studiosi risale al 1605. Si sbagliano. William, appena terminata la stesura il novembre del 1601, decise di far rilegare a sue spese un’unica copia. Una sola ed unica copia da regalare a me, la sua musa. Questa copia ha ben 409 anni. È consumata e ingiallita, ma conserva ancora il suo odore. L’odore dell’inchiostro usato, l’odore dell’editoria, l’odore dell’Inghilterra del 1600. L’odore di un’epoca straordinaria che non tornerà mai più.
Poggio una mano sulla ruvida terza pagina. Lascio scorrere le dita lungo i caratteri. Gli unici, pochi e sbiaditi caratteri che si trovano su quella pagina.
“To my Muse. I will remember thee in eternity. W.S.”
La sua musa.
Rileggere quelle righe è una pugnalata al cuore.
Non ho mai amato nessun altro quanto ho amato lui.
Era un amore sincero. Una vera amicizia.
Vivevamo d’arte. Poesia, letteratura, teatro, pittura.. Con lui ogni giorno era all’insegna dell’arte. Ero la sua musa e confidente. Lui mi leggeva i suoi versi e io gl’insegnavo le lingue arcaiche. Non ha mai saputo come facessi a conoscere tante lingue e così tante cose. Mi ha sempre ritenuto tremendamente colta e acculturata. Secondo lui il motore di tutto era la mia sfrenata curiosità. Non sapeva che tutto fosse legato alla mia lunga vita.
Credo abbia sempre sospettato qualcosa. Ma non ebbe mai cuore di dirmelo.
Perfino anni dopo, quando il mio volto non era cambiato mentre il suo cominciava a invecchiare, non fece mai domande. Ero la sua musa. Per lui ero eternamente bella. Su una cosa ebbe ragione: ero eterna.
Alla fine, però, dovetti abbandonarlo. Finsi un trasferimento nelle Americhe legato alla mia famiglia. Lui ne fu tremendamente addolorato tanto che volle partire con me. Dovetti partire senza neppure poterlo salutare. Fu un’agonia.
Spesso tornai a trovarlo. Era abbastanza felice ma gli mancavo. Aveva ancora i mie quadri sparsi per casa. In ogni libro che veniva pubblicato trovavo messaggi in codice. Le lettere rialzate formavano delle parole. Era un nostro codice segreto. Mi chiedeva di tornare.
In ogni personaggio femminile ritrovavo vari miei aspetti.
Soffriva. Soffriva e io non volevo che soffrisse.
Un giorno decisi che era tempo di acquietare le sue sofferenze.
Il 23 Marzo del 1616 gli feci recapitare una lettera nella quale i miei “genitori” annunciavano al mio vecchio amico, la mia scomparsa. Tubercolosi. All’epoca imperversava per le Americhe, portata dai coloni e dai colonizzatori bianchi.
Non riuscì a resistere molto dopo la notizia.
Esattamente un mese dopo, il 23 Aprile 1616, morì, portandosi con sé tanta tristezza ma la gioia che avrebbe potuto ritrovarmi in un altro mondo.
Non avevo mai capito quanto fosse legato a me. Così tanto da non riuscire a sopportare la mia scomparsa.
Presenziai al funerale, ma mi tenni ben nascosta dietro una grande quercia. Il sole mi bruciava sulla pelle delle mano destra, sotto al guanto nero. Ma sopportai. Il dolore per la scomparsa di William era più forte della mia carne che bruciava.
Piansi. Piansi lacrime amare che colarono abbondanti sul mio viso.
A distanza, potevo sentire e vedere tutto benissimo.
Una giovane si voltò, come se qualcuno dietro di me l’avesse chiamata. Mi riconobbe e fui costretta a scappare. Grazie alla nostra velocità, la ragazza credette di aver avuto un’allucinazione, di aver visto un fantasma e svenne. Tutti i presenti pensarono fosse svenuta per il dolore. Non si ricordò mai d’avermi vista.
Ripensare a quel giorno mi fa ancora male. Mentre scorro fra i ricordi, una lacrima bagna la mia mano poggiata sulla pagina. Lacrime di sangue.
Ogni giorno che passa sento la sua mancanza e il dolore di sapere che nemmeno nell’altra vita – ammesso che ci sia – lui mi abbia rincontrata, mi uccide.
Avrei dovuto trasformarlo, ma non volli condannarlo. Era un’artista. Amava la vita. Era buono e pieno d’amore. Era giusto che il paradiso gli riservasse un posto.
I ricordi mi portarono via gran parte della notte, e quando mi ripresi da quel tuffo nel passato erano già le tre. Fra poco più di tre ore sarebbe stata l’alba.
Bussarono.
Non avevo sentito i passi. Brutto segno. La mia dieta cominciava a indebolirmi troppo.
Velocemente mi avvicinai cercando di capire chi ci fosse al di là della porta. Annusai l’aria. Una nota di sangue mischiata a profumo speziato invase le mie narici.
«Rose, sento il tuo odore. Staccati dalla porta e aprimi.»
Cavolo, la mia giornata era stata rovinata.
Riluttante aprii la porta e mi girai, incamminandomi verso il letto. Mi ci sedetti sopra, e un secondo dopo Iris venne a sdraiarsi sulle mie ginocchia. Il mio gattino. Un cucciolo di persiano di soli due mesi, tutto nero con gli occhi color ambra. Era splendido. Sapeva che ero irritata, così venne subito a darmi man forte.
«Cosa vuoi, Jonathan?» dissi con gli occhi chiusi mentre accarezzavo la schiena di Iris.
«Wow, che caloroso benvenuto, ma Cherie.» rispose, avanzando all’interno del mio appartamento e chiudendosi la porta dietro di sé. «Io vengo a farti un saluto cortese, e questo è quello che trovo?»
«Ringrazia il tuo amato Satana per non esserti trovato un paletto nel cuore, Cher.»
Come terminai la frase me lo ritrovai accanto, con mani e ginocchia poggiate sul letto e il viso teso verso il mio. La sua bocca mi sfiorava.
«Ringrazia il tuo Dio che oggi sono di buon umore, altrimenti ucciderti sarebbe fin troppo facile» disse a denti stretti. Sentivo il suo profumo e l’odore di sangue fino in gola.
Mi bruciava. Mi bruciava tremendamente.
Lui se ne accorse e sorrise beffardo.
«Beh, ti trovo dimagrita. Che dieta stai facendo? Sai, non ne avresti bisogno.. sei così carina un po’ più in carne e rosea» disse sorridendo malignamente.
Nel frattempo si era alzato dal letto, cosa alla quale ero grata, e cominciò a gironzolare per l’appartamento.
«Cosa sei venuto a fare, Jonathan?»
«Uffa,» disse sbuffando mentre camminava davanti alla mia libreria e osservava i titoli dei libri passandoci sopra con un dito «volevo solo vedere come te la passavi. Una volta eravamo compagni di letto. Ricordi?»
«Esatto: una volta. Sai com’ è, sbagliando s’impara.» risposi acida.
Si girò solo con la testa e sorrise alzando un solo lato della bocca. Mi guardava con occhi roventi e quel sorrisetto non preannunciava niente di buono.
«Beh, potremmo sbagliare ancora una volta. E ancora. E ancora. E ancora..» disse, mentre si riavvicinava al letto.
«Questa volta passo.»
«Ne sei sicura?» mi rispose mentre, oramai salito sul letto, posava la sua mano pallida sul mio collo, facendo scivolare le dita lungo la mia giugulare.
«Mmh, secondo me ti sbagli..» continuò, mentre con la lingua tracciava linee immaginarie sul mio collo.
Quel tocco.. Così familiare, così sensuale..
Era impossibile resistergli. Ma non gliel’avrei fatta vincere.
Con un balzo scesi dal letto e mi avviai verso il bagno. Avevo bisogno d’acqua fresca, ma lui mi si mise davanti, sbarrandomi la strada.
Mi guardò alzando un sopracciglio, poi velocemente, mi prese in braccio e mi sbatté contro il muro.
Ricominciò a baciarmi il collo, mentre io annaspavo alla ricerca di qualcosa con cui colpirlo. Ero troppo debole per uno scontro corpo a corpo. Mi avrebbe fatto a pezzi.
Trovai solo la maniglia della porta del bagno.
“A estremi rimedi..” pensai. Con uno strattone la scardinai e cercai di colpire Jonathan violentemente sulla testa. Ma un secondo prima che la maniglia d’ottone colpisse il suo cranio, la sua mano fermò la mia a mezz’aria.
«Uh-uh» disse scuotendo il capo. “no-no bella” era il significato.
Cercai di divincolarmi ma fu tutto inutile. Ero troppo stanca e debole per opporre resistenza e alla fine cedetti.
Le mie ultime tre ore di “sole” scomparvero dietro gemiti di piacere.

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Vi avevo salutato, ma alla fine ho cambiato idea.
Sapete, ho pensato sia arrivato il momento di farvi conoscere qualche mia creazione nel campo della narrativa, quindi ho deciso che vi posterò uno degli ultimi romanzi che sto scrivendo. È ancora in fase di realizzazione, quindi non arrabbiatevi se alcuni capitoli non arriveranno prestissimo >.<
Sono un po’ agitata. Sono anche eccitata, se devo essere sincera eh eh
Spero davvero che la possiate reputare una buona opera. Lo spero tanto, tanto >.<

Bene, vi scrivo due righe sul contenuto.
Siete a conoscenza della mia adorazione per Shakespeare? No? Ma non è possibile! Non ve ne ho mai parlato?!
Ebbene sì, adoro Shakespeare.
Mi piace così tanto che lo venero.
Possiedo tutte le sue opere, in versione originale e tradotte. Alcune le possiedo doppie o triple poiché tradotte da diversi traduttori e quindi, di diverso lessico. Non cambia molto, ma mi piace avere tutte le versioni (un po’ come il Dracula di Stoker. Sì, anche in questo caso sto collezionando tutte le versioni in circolazione, per quanto riguarda la traduzione in italiano).
Ho sempre voluto scrivere qualcosa su Shakespe<re, infatti infilavo la sua figura e/o le sue opere in ogni mio manoscritto ma.. volevo scrivere qualcosa che includesse lui come protagonista, come pilastro portante del racconto. Così ho iniziato a scrivere “La Musa perduta”. Il genere? Il solito da me tanto amato: Gotico. In realtà è un mix, ma ha come fondamenta il genere gotico. È una sorta di romanzo storico, new gothic, gotico, horror e fantasy. Ci infilerei anche un Paranormal romance, a dir la verità. È una bella macedonia, non trovate?

La protagonista, Rose (sono ancora incerta sul nome, però..) è una vampira centenaria. Ovviamente è bellissima, come concerne a tutti i vampiri (e che cavolo, proprio i miei di vampiri devono essere brutti?!), molto intelligente e davvero colta e sensibile. La sua particolarità è.. l’essere stata la musa ispiratrice del grande poeta e drammaturgo: William Shakespeare. Rose, però, ha alle spalle una breve ma intensa relazione con un vampiro cinico ed egocentrico ma dalla bellezza e dall’arte amatoria davvero, davvero.. superbe. La storia è ambientata ai giorni nostri, ma i numerosi flashback la riportano in una Europa di fine Settecento. In questo romanzo arte, poesia, amore e bellezza si mischiano a morte, dolore e distruzione. E non è detto che tutto questo male non sia proprio scaturito dall’arte e dalla bellezza… se non dall’amore stesso.

Siete curiosi? Bene, a breve il primo capitolo. Ma veramente a breve..

Preparatevi alla storia d’amore più turbolenta e distruttiva che abbiate mai letto..

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Ecco qua. Questo è il mio ultimo racconto scritto per il contest “blusubianco”. Un altro racconto sull’amore. “Farfalle”. Le famose farfalle nello stomaco. quando l’ho scritto ero così… così presa per un ragazzo. Molto presa. E ora invece… Come cambiano le cose. Come cambiano in fretta. E’ così triste.. Vorrei poter chiudere gli occhi e tornare indietro a tre mesi fa. Era tutto più semplice. E io ero così felice. Sorridevo sempre. ero positiva, ottimista.. ero “innamorata”. Ma è finito tutto.. senza motivo tra l’altro. Un’ennesima questione in sospeso che mi chiude lo stomaco e fa scendere lacrime sul mio viso. Altro che farfalle. Mi sembra di avere dei topi nello stomaco. Topi voraci che si nutrono di me, che mi distruggono dall’interno..
Sto cercando di lavorare un pò su me stessa. Devo. Non posso continuare a sopravvivere nella speranza di un domani migliore, ma devo vivere rendendo migliore ogni mio giorno. ogni singolo e prezioso giorno della mia vita. Non voglio rimpianti nè rimorsi. voglio vivere e godermi la vita. Voglio smettere di sentirmi questo groppone nella gola, nello stomaco.. voglio smetterla di sentirmi fuori posto, di sentirmi diversa, voglio smettere di soffrire… dev aprirmi di più e buttare giù quei dannati muri che ho costruito. E’ ora di togliere l’armatura. E’ ora di togliere le maschere. Voglio che le persone mi vedano per ciò che ono realmente, nel bene e nel male. Ma se non farò dei cambiamenti su me stessa.. sarà tutto inutile. Devo essere sincera con me stessa, devo volermi bene e vivere di ciò che mi rende felice. Basta con tutta questa malinconia, questa tristezza.
Fromm diceva che nella vita come nell’amore, gli uomini sono portati a scegliere uno di due percorsi (il famoso dilemma cruciale dell’esistenza umana, quel bivio grazie al quale – o a causa del quale – la nostra vita sarà in un modo o nell’altro, sarà bianca o nera, sarà luce o buio, giorno o notte: l’uomo deve scegliere tra la via del bene e la vita (la biofilia) oppure la via della distruzione e della morte (la necrofilia). Detto così sembra una sciocchezza. Ma non lo è affatto. Scegliere la necrofilia non vuol dire suicidarsi, odiare la vita ecc.. significa adottare dei comportamenti che ci fanno del male (lasciarsi vivere anzichè vivere la propria vita, aver paura di vivere, aver paura di amare, chiuderci in noi stessi, crearci dei muri.. tutte cose che le persone comuni fanno all’ordine del giorno, giusto? Visto, non è come pensate. Necrofilia =emo, suicida, pazzoide ecc.. No. Necrofilia= paura di vivere, di lasciarsi andare, di seguire le emozioni – ad esempio, ovviamente). Scegliere la biofilia significa adottare dei comportamenti sani, per il nostro corpo e la nostra mente ( essere positivi, ottimisti, vivere al massimo – con cautela, ovviamente.. mica buttarsi da un ponte per provare l’emozione del volo – lasciarsi andare, vivere le emozioni, creare legami duraturi e fedeli, sinceri ecc). Secondo me scegliere la biofilia è come scegliere la felicità, o meglio la strada per la felicità. ma mi ricorda tanto quei telefilm americani degli anni ’50 con la famiglia perfetta.. così finti, di plastica. Ma è giusto. Tutti dovremmo cercare di essere felici. eppure.. perchè molti non lo fanno? Non credo siano masochisti.. c’è un problema di fondo che accomuna tutti.. c’è qualcosa.. ma non so ancora cosa. Sarà il fascino del lato oscuro..:? Non credo, anche se non è da sottovalutare.. Ma.. no. Non è questo. C’è un malessere comune che affonda le radici in qualcosa di molto profondo. Troppo. Una vaga idea..beh, ce l’avrei.. ma non ho lecredenziali adatte per esporla. Potrei dire un’immane sciocchezza. E poi.. più che un’idea è un insieme di pensieri scostanti e incoerenti che mi frullano nella testolina.
Va bene dai. Credo sia il caso di accantonare, almeno momentaneamente, l’argomento. Appena avrò qualche conoscenza in più, lo affronteremo nuovamente. Per il momento non credo sia il caso di esporci troppo. Non sono un professionista del campo, per ora ;)
Ok ragazzi. Vi posto il mio terzo ed ultimo racconto.
Spero vi piaccia.
 
 
 

«Assaggia.»

Il cuore gli batte forte e non sa cosa farsene delle sue braccia, così le tiene incrociate sul tavolo.
Lei gli passa il cucchiaino: sta aspettando. Ci sono tante cose da dire, adesso.
Prima di entrare in casa gli sembrava che si sarebbero esaurite tutte nello spazio che separa l’ingresso dalla cucina. Invece sono stati zitti.

Infila il cucchiaino nella parte bianca della farcitura. Suo padre avrebbe fatto lo stesso.
Il sapore del metallo è la prima cosa che sente, poi c’è solo il dolce che si scioglie sulla lingua
e gli sveglia una parte del cervello che credeva addormentata.

«Lo so perché sei venuto» dice lei nello stesso momento in cui lui si toglie il cucchiaino dalla bocca e chiede: «Cos’è?»

«Non puoi resistere al mio tiramisù! Tanto latte e poco caffè.. molto più dolce.» dice Iris con un sorrisetto carino e malizioso sul volto.

Andrea resta con il cucchiaino ancora vicino alla bocca e la fissa: quant’è bella. È  davvero splendida. Un viso a cuore bianco come la porcellana, dove due splendidi smeraldi sono incastonati al posto degli occhi e un petalo di rosa color amaranto è posato al posto delle labbra. Le sue guance sono sempre rosee: sembra perennemente in imbarazzo. Ha l’aria così dolce e fragile. Eppure è una tigre. Anzi no, è una pantera. Iris è così: dolce e forte allo stesso tempo, buona e cattiva, timida e estroversa. Il bianco e il nero in lei sono componenti alla pari.. alle volte prevale uno, alle volte l’altro; e quando è il nero a prevalere… beh, immaginate un po’ voi!

Lei lo guarda con occhi indagatori. Aspetta una risposta. Ma Andrea è troppo perso a contemplare la sua bellezza..e lascia trascorrere i secondi. Le guance di Iris diventano più rosee, quasi rosse. Forse è il momento di rispondere.

« Ah ah! Sempre la solita. Non sono venuto per il tiramisù anche se….» risponde strizzando l’occhio. « Guarda, se tu conosci “qualcosa” di più divertente da fare insieme… beh, proponi pure!»

Iris scoppia a ridere. Una risata cristallina, vera, pulita. Una risata sincera e spontanea.

Entrambi ridono di quel momento così strano, così…”malizioso” eppure qualcosa sta cambiando. Sentono entrambi che quella battuta ha smosso qualcosa.. forse un sentimento assopito da troppo tempo ormai? Anche se continuano a riderci su Iris sente il suo cuore accelerare velocemente e le guance divampare. Andrea sente un fremito lungo la schiena, un brivido che gli percorre il corpo intero. Il suo stomaco.. il suo stomaco.. è pieno di farfalle!

Quanto tempo!

Quanto tempo che non sentivano entrambi questa sensazione!

Le “farfalle nello stomaco”.. un’agitazione e un’ansia strana che ti prendono nei momenti meno opportuni, un mix di emozioni che di per sé dovrebbero essere “negative” ma in questo contesto diventano..diventano addirittura positive. L’ansia e l’agitazione sono stati d’animo che alterano in negativo il nostro equilibrio emozionale, ma quando quest’alterazione è dovuta sì all’ansia e all’agitazione chiamate in questo caso farfalle nello stomaco..beh, la sensazione è tutt’altro che negativa! Ti senti.. vivo! Senti il tuo corpo. Senti la tua mente. Senti il tuo cuore. Senti la tua anima. Sembrerà sciocco ma.. è come tornare indietro nel tempo. Ti senti di nuovo un’adolescente in preda agli ormoni e alle prime cotte. Hai le palpitazioni, le mani ti sudano e non sei più in grado di pensare lucidamente. Sei proprio nel pallone! Hai in testa una confusione tale che nemmeno riesci a pensare! Ed ecco che si presentano… una sfilza di figuracce pronte all’attacco, proprio dietro l’angolo! Avete mai fatto caso che quando c’è nei paraggi una persona che ci “interessa” in automatico tutte le “disgrazie” capitano a noi? Tacchi che si rompono, buche che ci fanno fare imbarazzantissimi capitomboli, parole che fanno fatica ad uscire oppure parole che si ingarbugliano direttamente nel momento in cui vengono pronunciate… ecco, tutta queste serie di figuracce è sempre pronta quando abbiamo le “farfalle nello stomaco”.

Eh sì.. sono proprio tornate. Le farfalle sono tornate. Eppure.. è davvero un dolce ritorno.

“Meglio aver amato e perduto che non aver amato mai” diceva Alfred Tennyson..e aveva ragione! È come dire “meglio aver provato delle emozioni e aver sofferto in seguito che non aver provato nulla”… quindi… Viva le farfalle nello stomaco! Siete le benvenute! Se tutto questo mi fa sentire di nuovo vivo…ebbene sì, vi spalanco le porte del mio stomaco! Rimaneteci pure in eterno care farfalline!

 

Iris e Andrea si sentivano strani. Avevano i brividi. Eppure non faceva freddo in quella notte d’agosto.

Si guardano. I loro occhi si fermano in quelli dell’altro. I loro cuori battono veloci. Le loro anime si sfiorano.

Succede tutto in pochi splendidi e indimenticabili secondi.

Andrea si alza, fa il giro del tavolo, prende in braccio Iris e la bacia. La bacia con passione. Iris ricambia il bacio. Un bacio caldo. Dolce e romantico ma allo stesso tempo pieno di passione ed erotismo.

Non sanno come, ma in un momento sono nella camera di lei. Andrea poggia Iris delicatamente sul letto. Si baciano ancora. Si accarezzano. Sentono i loro corpi a contatto e tutto questo causa loro un brivido freddo lungo la schiena. La Luna splende alta nel cielo limpido e sereno, nella notte buia e silenziosa.

Si amano. Si amano come non hanno fatto mai. Con nessun altro. Con nessun’ altra. La loro è un’unione completa: mente e corpo.  Anzi no.. anima e corpo. I loro cuori battono insieme. Hanno lo stesso ritmo. Gemono e si amano. E la notte trascorre veloce come non mai, tra parole sussurrate e sospiri spezzati. “La notte appartiene agli amanti” cantava Patti Smith in una sua celebre canzone: aveva proprio ragione.

L’amore. Le farfalle nello stomaco. Queste sensazioni di ansia e tranquillità, agitazione e pace che un unico sentimento è in grado di far provare ad ogni uomo. Ogni uomo che ha vissuto l’Amore, quello con la A maiuscola sa che d’amore si vive. È l’amore che muove ogni cosa, ogni gesto, ogni pensiero.

L’amore per la famiglia, l’amore per un animale domestico, l’amore per la natura, l’amore per il proprio partner, l’amore per ogni uomo…l’amore in ogni sua forma.

E finalmente torna. Anche per Iris e Andrea è tempo del ritorno. È tempo di tornare ad amare e a sognare… insieme. È tempo del ritorno dell’amore.

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Ecco qui! Questa notte vi posterò il secondo racconto con il quale ho partecipato al contest di cui vi ho parlato ieri notte. In questo breve componimento sono riuscita ad infilarci un pò d’esoterismo! ;) E’ il mio genere, dopotutto. Non potevo essergli infedele. In modo così plateale, tra l’altro. così mi sono messa d’ompegno e ho scritto un bel racconto di..magia. streghe, per la precisione. Un racconto sulle streghe buone. Mi piace molto. O meglio, mi piace l’idea. E’ un pò breve. Purtroppo i parametri erano quelli e non ho potuto farlo più lungo. mi sarei voluta soffermare di più sul rituale delle candele.. ma non ho potuto. Doveva esserci un avvenimento che cambiasse la scena (consiglio di una scrittrice che, per il contest, ci diceva “come scrivere un buon racconto”). Non ho potuto crogiolarmi nei miei amati dettagli.. amo le parti descrittive molto più di quelle d’azione! Sarà che scrivo poesie e sono affezionata al lato descrittivo.. emotivo ;) Molte persone che hanno letto i miei racconti mi han detto che infatti sembrano delle poesie. Sono scritti con una precisione dei particolari, con una grande cura nella scelta delle parole, da sembrare poesie. sono state delle critiche splendide. Una ragazza mi ha detto “Ho notato che ti soffermi molto sulle parti descrittive, che di solito, sono quelle che annoiano di più. Eppure..tu riesci a renderle così piacevoli, così piene d’emozioni da riuscire a vedere nella mente l’immagine descritta. Tu riesci a far diventare leggere queste parti. E’ una grande qualità. Amo il modo in cui scrivi. Amo il modo in cui utilizzi la punteggiatura e amo la tua cura nella scelta delle parole.” Sono state delle parole che..mi hanno emozionata tantissimo! davvero… è stata un’esperienza splendida. Quando scrivi hai sempre un pò paura nel mostrare le tue opere. le critiche negative uccidono il nostro animo e la nostra volontà, anche se sono “costruttive”. Quindi ero..terrorizzata! per fortuna però è andata bene..anzi, benissimo! Ho molta più fiducia nelle mie qualità e nelle mie capacità! Scrivere per me è vita. E ora ho scoperto che la mia “vita” è apprezzata e ben accetta! Un sogno insomma. Faccio quello che più mi piace, quello che amo..e le persone lo apprezzano. Apprezzano le mie opere. le mie “creature”. Una favola.
Ora credo sia il caso di postare il racconto, prima che io mi metta qui con fare sognante a scrivere quant’è bello scrivere, essere apprezzati ecc.. altrimenti, non la smetto più! E’ che mi emoziono!! >.<
Dai, posto il raccontoooo!
 
 
 

Caterina dice che aspetta ogni mercoledì a partire dal mercoledì sera. Che è il suo piccolo momento di piacere. Io non mi faccio illusioni, però: dice tante cose.

Quando arrivo ha già messo al loro posto i pezzi sulla scacchiera e i cuscini, visto che giochiamo sul pavimento e ogni partita dura un’ora o più.

«Non tocca a me il nero» faccio, come ogni volta.

«Si invece» dice lei, accarezzando i suoi pedoni bianchi come se fossero un piccolo esercito del bene.

E leggo nei suoi occhi così tanto amore.. E vedo in lei una splendida luce.. solo io però la so cogliere. E questo è davvero un peccato.

Caterina è una ragazza solare, allegra e di ottima compagnia. È una grande amica. Sa ascoltarti e consigliarti ma soprattutto non ti giudica mai. Eppure.. tutti vedono solo quella stupida maschera che porta indosso, quella maschera che la fa apparire una vera “stronza”. E invece.. è la persona più sensibile di questo mondo! Ma usciti da questa stanza, da questo nostro limbo, lei indossa subito la sua maschera e torna ad essere la ragazza che infrange i cuori di mille ragazzi, alla quale basta spostarsi i capelli con un gesto della mano per far capitolare il più bel ragazzo del paese. Eppure.. è così sola. Non riesce a trovare la sua anima gemella. Lei dice che non le interessa “Io non credo nell’amore Fede” ecco tutto quello che mi risponde. Una volta è arrivata a darmi anche una spiegazione del suo “non credere nell’amore”, una spiegazione che mi ha lasciata basita e con la pelle d’oca.

“ Fede, io credo che non tutti siano nati per vivere in coppia. Ci sono persone, come me ad esempio, che sono nate per stare da sole. E si completano. Quindi, perché cercare qualcosa che non mi serve? Anzi, perché cercare qualcosa che non esiste? Io sono un’anima completa. Non ho bisogno dell’amore.”

Scioccata ricordo ancora come sbraitai e inveii contro di lei. Era un’assurdità quella che mi aveva detto. Vivere senza amore! Puah! Che cavolata! Come si può vivere senza amore? Come fa una strega a vivere senza amore? Non può! Una strega non può proprio! La magia è amore: amore per noi stessi, amore per la natura, amore per tutti gli uomini… amore all’ennesima potenza insomma. E lei non ci credeva. Eppure.. aveva tutti ai suoi piedi. Tutti tranne l’unica persona che le interessava. E questo la faceva soffrire, ma non l’avrebbe mai ammesso.

«Bene Fede, allora cominciamo! A te i neri, ti ho sistemato anche i tuoi cuscini preferiti. Le candele sono lì alla tua destra. Disponile in semicerchio dietro di te. Accendi le candele bianche partendo dalla tua sinistra. Una a sinistra e una a destra, una a sinistra e una a destra.. ecco così.. brava. Ora disponi la candela verde al centro. Aspetta, dobbiamo accenderla insieme.»

Si gira e incomincia anche lei ad accendere le candele. Una alla volta. Nello stesso modo in cui le ho accese io.

« Bene, ora accendiamo insieme la candela verde. Prendila tra le mani e alza bene lo stoppino. Ora girala tre volte verso destra. Fermati a ogni giro per un secondo. Dopodiché prendi con la mano sinistra il fiammifero e accendilo con la prima candela bianca alla tua destra. Dopo accendi la candela verde e poggiala in centro dietro di te girandola ancora tre volte quando l’hai già appoggiata a terra. Questa volta devi girarla nel senso opposto a quello di prima.»

Parlava con una calma assoluta Caterina. Lei ormai era pratica. Anzi, era esperta. Era una strega naturale, diretta discendente della stirpe di streghe più importante al mondo. La stirpe per eccellenza. La stirpe più antica. Ma non lo diceva mai. Anche all’interno del circolo tutti la conoscevano e le portavano rispetto ma lei non ha mai fatto pesare il suo lignaggio. Ha un potere incredibile e inimmaginabile, ma si comporta come se fosse una streghetta qualsiasi. Tutto questo le fa ancora più onore, e tutte la apprezzano ancora di più. Se gli essere umani sapessero chi è… tutti si dovrebbero prostrare ai suoi piedi e invece lei non vuole mai usare i suoi poteri e vuole tenere segreta ad ogni costo la sua vera natura. A volte non la capisco. Potrebbe avere il mondo ai suoi piedi.. non quattro ragazzetti ma il Mondo….

Comincia la partita. Caterina mi guarda con aria impaziente. Ama giocare agli scacchi delle streghe. I pedoni si muovono da soli con un semplice comando “mentale”. Sono vivi e comunicano con il giocatore-padrone. Si scambiano informazioni di tattica. E non solo. Non sono l’alfiere, la regina ecc.. non sono semplici scacchi, come quelli usati dagli umani, ma sono vivi..nel vero senso della parola. Sono diversi anche nella forma rispetto ai comuni scacchi. Noi abbiamo Elfi, Fate, Folletti e quant’altro. Ognuno ha il suo mondo.

La partita inizia in silenzio, e come sempre sono sicura che terminerà allo stesso modo.

Muove. Ottima mossa.

Muovo io.

Caterina ha la fronte corrugata, sta pensando alla prossima mossa. Uno dei folletti nel frattempo mi fa un complimento “Fede, sei sempre bellissima. È un onore giocare con te.” E la fata accanto ridacchia intuendo il tentativo di flirt da parte del folletto. La sua risata è cristallina. Così pura e gioiosa. Nel frattempo l’elfo alla mia sinistra si arrabbia “Non è il momento di flirtare! Stiamo perdendo! Io propongo di spostare avanti Ermes, l’elfo alla mia sinistra Fede.”

La partita ricomincia. Cat ha fatto la sua mossa.. è abile la ragazza! Mmh… devo riflettere…

All’improvviso ecco che l’elfo con cui avevo appena parlato cade a terra.

« Per la Dea Madre, che è successo?» dice Cat guardandomi un po’ arrabbiata.

« Non ne ho idea Cat! Io non ho pensato a nulla di tutto questo…»

Un altro tonfo, più pesante. La fatina era a terra. Stava volando ed ora era a terra. Ma era tornata di gesso, come l’elfo! Ma che cosa stava succedendo!

Tonf!

Un altro!

Tonf! Tonf!

Un altro. E un altro ancora!

Ad uno ad uno i vari Elfi, Folletti e Fatine si stavano.. spezzando! Si accasciavano a terra e morivano, così… senza motivo! E subito dopo diventavano gesso e si spezzavano!

Qualcosa… o qualcuno! Qualcuno stava facendo loro questo! Ma chi?

« Cat che poss.. » Cat è fissa e immobile. Guarda spaventata dietro di me.

La ragione mi fa intuire che c’è qualcosa dietro di me, ma l’istinto è più veloce e mi fa voltare.

Eccolo. Proprio davanti all’enorme finestra. Lui. È orribile. Vedo Cat che comincia a dire frasi senza senso, poi riconosco la lingua: è aramaico. Aramaico? Cat conosce l’aramaico? Cosa?

Parla, ripete veloce parole per me senza senso, o comunque delle quali ignoro per la maggior parte il loro significato. Inizia a spegnere le candele veloce ma con calma allo stesso tempo. Non può sbagliare nessun passaggio. Le Fate, gli Elfi e tutti gli altri pedoni morirebbero.

Fatto. Tutte le candele sono spente. Prende la scacchiera e la ripone nel cassetto con ancora su i pedoni. Lo chiude delicata e lo sigilla. Due parole chiudono il cassetto. E niente e nessuno potrà più aprirlo al di fuori di lei.

Occhi color cremisi e pelle bianca. Canini che sporgono orribili e macchiati.. macchiati di quello che loro chiamano “nettare color porpora”. Il sangue umano.

Cat è strana. Sento la sua energia. Oh Grande Luna! Cat! Il suo respiro diventa corto, la sua aura si espande.. e i suoi occhi.. i suoi occhi diventano color ghiaccio. Fa quasi paura. Ad un tratto comincia a sollevarsi da terra. I capelli cominciano a fluttuare come il resto dei suo corpo. Lei lo guarda. Lo guarda furiosa. Lui sorride. Un sorriso maligno.

Con una mano, senza sfiorarmi ma con solo il gesto e tutta la forza della sua energia, mi scaglia contro la parete dietro di lei. Auch!

Si mette davanti a me ancora fluttuante. Col pensiero sposta cinque cristalli di quarzo ialino. Mi ha bloccata. Li ha messi in semicerchio attorno a me bloccandomi alla parate. Sotto di me si materializza uno strano simbolo. È un simbolo di protezione. Sono diventata invisibile. Tra le mani stringo un cristallo di tormalina nera. Cat. È la tormalina di Cat. Così lei non ha protezione!

Vedo tutto. Tutto il combattimento.

Nessuno può più vedermi né percepirmi, ma io assisto a tutto. È una lotta furiosa. Il vampiro si è scagliato contro Cat ma lei lo evita senza problemi. È velocissima!

Il vampiro si gira e fende l’aria con gli artigli. La graffia. Le graffia il volto e il petto. Sanguina.

Ed è proprio in quel momento che Cat si scatena. Alza lo sguardo vitreo e scaglia l’essere contro l’armadio. Armadio di legno. Armadio che ovviamente si frantuma. Una scaglia nel braccio. Una nella gamba ma niente cuore. Il vampiro ride. Si alza e ride beffardo. Cat abbassa la testa di lato come ad osservare meglio la creatura che ha davanti. Sorride. Cat sorride. E il vampiro non fa nemmeno in tempo ad abbassare lo sguardo sul pezzo di legno decorato che gli è appena entrato nel petto, che diventa cenere.

È tutto finito. Cat cade a terra esausta. Io cerco di uscire dalla mia “prigione” ma è impossibile! Perché non mi applico di più? Perché non studio mai magia? Cat è a terra, sporca di sangue.. non so nemmeno se è viva! Concentrati Fede.. Concentrati Fede!

Chiudo gli occhi e inizio a concentrarmi. Visualizzo i cristalli. Visualizzo i movimenti che devo fare per farli spostare. Visualizzo la traiettoria. Voglio spostarli intorno alla stanza per proteggere anche Cat. Spostatevi. Spostatevi.

Nulla.

Eh spostatevi maledetti!

I cristalli corrono. Corrono veloci nei cinque punti da me focalizzati. “Sì!” dico soddisfatta tra me e me. Corro da Cat. Respira. Le sue ferite.. le sue ferite? Sono sparite! Ma io le ho viste.. come..? Cat.. sei una strega davvero potente. La prendo tra le braccia e la adagio sul letto. Respira regolarmente. Sta dormendo. Sarà stremata.

La copro con la trapunta e le do un bacio sulla fronte.

Mi siedo sul davanzale della finestra ormai distrutta e in frantumi e controllo la notte. Sarò io a proteggerti la prossima volta Cat. Lo prometto.

La Luna è alta nel cielo. È piena. È splendida. E intono un canto. Un canto nella notte buia e solitaria, con la Luna davanti a me a sussurrarmi le parole che intono al vento fresco che passa tra i miei capelli.

Splendida. La notte è tornata splendida e tranquilla.

 

(Fine)

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Qualche tempo fa ho partecipato ad un contest, quello della Müller (s’intitolava Blusubianco, non so se avete visto la pubblicità..la mandavano ogni 5 minuti!). Bene. Mi sono iscritta. Piena di propositi, emozionatissima. Si trattava di otto racconti. Settimanali. Ogni settimana ti veniva dato un incipit e tu dovevi scriverci un racconto. Nulla di complicato. Le prime tre settimane tutto tranquillo. I miei tre racconti sono stati pubblicati, ottime critiche (davvero..mi veniva da piangere!! T___T)..tutto splendido. Poi ho cominciato a non avere tempo. Scrivevo due righe e dovevo scappare. Non riuscivo mai a portare a termine il racconto. Così ho deciso di non scrivere nulla la quarta settimana. Non ci sarei riuscita. Avrei ripreso alla quinta. Passa la quinta. passa la sesta. La settima. E pure l’ottava. Porca miseriaaaaaaaaa!! Non avevo tempo nemmeno di andare in bagno! Ho dato buca agli amici (mi volevano uccidere quei giorni!). A casa non c’ero mai. Non avevo tempo nemmeno di rispondere alle mail, ai messaggi..e agli squilli! Un casino insomma. Così il mio sogno di vincere un contest è sfumato. Ma non demordo!! Ci riproverò!! E appena finisco il romanzo (mi devo mettere d’impegno e devo smetterla di crogiolarmi dicendo “lo scrivo dopo”…poi non lo scrivo, lo so già! devi finirlo pamela, devi finirlooo!!!).. lo porto subito a qualche casa editrice!! Voglio che venga pubblicato. Voglio che venga pubblicato! VOGLIO CHE VENGA PUBBLICATO! Il mio sogno è diventare una scrittrice. E’ vero, non bisogna vivere di soli sogni. ma porca miseria questa volta farò in modo che il mio si realizzi!! E sarà il primo di una lunga serie!! Lo giuroooo!!!

Bene..ora (mi sono sfogata per benini..hihi) posto il primo racconto!!!
Spero vi piaccia!!!

 

La sua camicia è una macchia bianca sul letto. Lei la ignora: infila nel cassetto la biancheria pulita, mette la borsa nuova sul ripiano più alto dell’armadio, apre la finestra e cambia aria alla stanza. Va a sedersi davanti allo specchio. E’ bella, oggi; sembra quasi che il trucco di ieri sera le sia rimasto addosso. Ora può girarsi, raggiungere il letto. Prima sfiora il colletto e accarezza le maniche, poi se la preme sul naso, sulla bocca. Sorride: che stupida. Va all’armadio e cerca una stampella libera. Si sforza di non guardare il telefono anche se è lì, sul comodino.
Il pensiero è fisso, concentrato su di lui: che starà facendo? La starà pensando? Oppure l’avrà già dimenticata? No, no! Non deve pensarci. Non deve pensarci! Solo l’idea la fa tremare e le taglia il respiro. Doccia. Ha bisogno di una doccia. Si sente ancora il suo odore addosso, si sente ancora il suo tepore, la sua dolcezza. È così piacevole e … appagante. Le sembra di volare. Pensare alla notte trascorsa assieme a lui la fa sentire come in una favola, come una principessa, come una bambina che sogna ancora il principe sul cavallo bianco. Ma perché smettere di sognare tutto questo solo perché ormai si è adulti? Perché cercare sempre di restare così attaccati alla realtà, una realtà poi, che a volte sarebbe meglio dimenticare? Perché non viaggiare con la mente verso luoghi meravigliosi, tempi splendidi e pieni di gioia e speranza? Perché opprimersi e rovinarsi quest’attimo chiamato “vita”?
Sognare. Lei vuole sognare. E vuole volare! Potrebbe cadere, è vero.. ma almeno avrà volato e non resterà in eterno con un rimpianto che la divorerà dentro. Cadrà e si farà male. Questo può succedere. Anzi, questo succederà. Ma almeno avrà volato. Un attimo solo? Fa niente.. per quell’attimo avrà toccato il cielo con un dito.
E persa nelle sue riflessioni, con un sorriso sulle labbra e l’aria di una bambina sognante, si dirige verso il bagno. Si spoglia e appoggia delicatamente i vestiti a terra. Apre il getto d’acqua calda, bollente… a contatto con quel getto i muscoli si sciolgono, lentamente e lei inizia a lasciarsi trasportare dal rumore dell’acqua.. dal vapore così tiepido.. dalla sensazione di serenità che prova in tutto il suo corpo. Si massaggia delicatamente i capelli mentre vi passa lo shampoo. Prende poi il suo bagnoschiuma preferito al profumo di “frangipani” e ne cosparge un po’ sulla spugna. S’insapona dolcemente. Il profumo l’avvolge come un manto, come la notte in quel momento avvolgeva la città dormiente. Inspira profondamente e i suoi sensi si espandono. Vede la luna alta nel cielo, così pallida ma di un candore assoluto in grado d’illuminare i tetti e le vie sotto di lei. Vede il cielo così buio.. sembra un letto d’acqua scura e profonda ma allo stesso tempo così limpida…
Si sente un po’ come Peter Pan, mentre vola sopra la città osservando le case buie. Dormono. Tutti dormono. E sognano. Paesi lontani, luoghi sconosciuti.. E viaggiano, viaggiano con la fantasia.
Anche lei sta viaggiando. Viaggia e si lascia trasportare in questo splendido angolo di paradiso notturno..
Apre gli occhi. Sorride. Si sente quasi sciocca ma è felice, e solo questo importa.
Finisce di lavarsi con cura, gira il rubinetto dell’acqua e lo chiude. Esce dalla doccia ancora gocciolante. Acchiappa un asciugamano e se l’avvolge attorno al corpo, si china verso l’armadietto, lo apre e ne tira fuori un asciugamano un po’ più piccolo con il quale si avvolge i capelli.
Si siede sul bordo della vasca da bagno e continua a sorridere. È felice.
Si friziona i capelli e comincia a pettinarli delicatamente. Toglie ogni nodo e li liscia.. sembrano fili di seta. Prende il phon dal cassetto alla sua sinistra, proprio sotto il lavandino, mette la spina nella presa della corrente e inizia ad asciugarsi i capelli.
Sono ancora bagnati quando spegne il phon e lo ripone nuovamente nel cassetto. Prende lo spazzolino e si lava i denti. Infila la camicia da notte e si dirige verso la camera spegnendo la luce del bagno dietro di sé. S’infila sotto le coperte. Il profumo del bagnoschiuma la culla e la fa assopire velocemente.

Apre gli occhi. Il sole entra leggero dalla finestra e la illumina completamente. I suoi capelli risplendono e lo specchio fa strani giochi di luci e colori. Guarda la sveglia. Le 7.41. Deve alzarsi. No, non deve. Oggi non lavora, è domenica. Che sciocca! Si gira, sorride e si riaddormenta. Le sembrava di aver appena chiuso gli occhi quando sente il campanello suonare. Crede di sognare. Non si alza. Il campanello suona di nuovo. “Il campanello ha suonato davvero!” pensa. Apre gli occhi di scatto e si alza dal letto, infila le ciabattine e la vestaglietta e si dirige verso la porta dicendo un debole “Arrivo!”. Si sistema un pochino mentre percorre il corridoio. Arrivata alla porta gira la chiave e apre. Davanti a lei… lui. Il sole dietro le sue spalle lo illumina come una specie di divinità greca e a lei manca il fiato. Lui la guarda sorridendo. Ha gli occhi dolci. Le mani dietro la schiena. Sta per parlare quando lui porta davanti le sue mani che stringono un mazzo di rose bianche: « So che di solito, per esprimere “il proprio amore” si regalano rose rosse ma.. quando penso a te io vedo rose bianche. Delicate sì, ma con le spine. Un po’ come te, dolce e forte allo stesso tempo. Sei così pura e trasparente che regalarti delle rose di qualsiasi altro colore mi sembrava quasi un’offesa. Come se volessi intaccare quella trasparenza e sincerità che ti distinguono. Per questo… ho scelto le rose bianche. Spero non ti dispiaccia.»
Lei non sa che dire. Rimane immobile e con il fiato trattenuto. Le gira la testa. Si sente come se stesse fluttuando a un metro da terra.
È proprio vero.. “Se c’è qualcosa di ancora più bello dell’essere amati, quello è amare”.
Lui ha il battito accelerato. Non sa che fare. Aspetta una risposta che non arriva. Ha quasi paura.
Lei alza il viso e lo guarda intensamente, dritto negli occhi. Non apre bocca. L’unica cosa che fa è abbracciarlo d’impeto e stringerlo forte forte a sé, affondando il viso nella spalla di lui.
Grazie a quell’abbraccio sincero e spontaneo lui capisce. Lei lo ama. Lo ama con il corpo, con il cuore e con la mente. E lo ama con l’anima.
Una melodia gioiosa si alza nel cielo. È il canto degli uccelli. È il canto degli alberi. È il canto della natura. Sono le note dell’amore.

(Fine)

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