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Archive for the ‘Medicina’ Category

L’acne è un disturbo molto diffuso tra gli adolescenti ( e non solo!) di tutto il mondo. E’ una malattia delle pelle, curabile con trattamenti medicinali e/o erboristici, che colpisce, oggigiorno, un’ampia fetta della popolazione dei teens.

Oltre a provocare disturbi a livello estetico (poichè visibili) e a livello salutistico, provoca dei disturbi anche a livello emotivo. Disturbi che possono portare a complessi di ogni genere, come quello del “viso perfetto”.

L’acne è una malattia alquanto difficile da superare (se in forme gravi), ma curabile. Ricordatelo sempre. E’ vero che i medicinali a volte bruciano, prudono, seccano la pelle (qelli con meno controindicazioni. Alcuni possono provocare effetti collaterali davvero gravi, quali depressione, tendenza al suicidio, problemi in gravidanza) e il processo è lungo ma si può superare. Si supera.

Ho deciso di scrivere questo post poichè vorrei far sapere a tutti coloro i quali soffrono di questo disturbo, che non sono soli, che ci sono tante persone al loro fianco e che, con forza e pazienza, l’acne diverrà un brutto ricordo. Siate forti e ricordate che nella sfortuna siete stati fortunati: l’acne è una malattia dalla quale si guarisce. Alcune malattie invece, anche dopo lunghi cicli di cure dolorose, portano via la vita delle persone che sono affette. Ringraziate il vostro Dio o le vostre Divinità ogni giorno per avervi evitato malattie di quel genere, e pregate per le persone che invece vi sono incorsi.

Con il termine generico acne si intende una malattia della pelle, chiamata in linguaggio comune “brufoli” o “foruncoli”, caratterizzata da un processo infiammatorio del follicolo pilifero e della ghiandola sebacea annessa, si mostrano papule e pustole derivanti dalla lesione originaria: il comedone. la più comune è l’acne vulgaris (acne volgare) quella che viene comunemente chiamata semplicemente acne.

Epidemiologia

L’incidenza dell’acne volgare sta aumentando nel sesso femminile alla fine del XX secolo, la massima insorgenza di tali manifestazioni è nell’età adolescenziale (in Nigeria l’età più colpita è quella fra i 17-19 anni). Le parti più colpite sono viso, spalle, dorso e regione pettorale del torace.

Raro, ma non eccezionale, il protrarsi fino ai 30 anni. Esistono fattori predisponenti genetici ed etnici. L’acne non è ereditaria. Esistono due tipi di acne giovanile:

  • non infiammata: entrano in gioco l’eccesso di produzione da parte delle ghiandole sebacee ed i comedoni;
  • infiammata: entrano in gioco l’eccesso di produzione da parte delle ghiandole sebacee, comedoni e batteri.

Eziologia

Sono varie le cause che sono alla base dell’acne, che comportano alterazioni della cheratinizzazione;[4] in situazione normali solo alcune parti dell’infundibolo vanno incontro alla cheratizzazione, durante l’acne a seguito dei cambiamenti ormonali (pubertà, ciclo mestruale, gravidanza) provoca un cambiamento anche nella parte inferiore provocando prima ostruzione e successivamente la nascita del comedone.

Anche alcuni farmaci come l’amineptina possono far comparire macchie associabili all’acne.

Fattori di rischio

Esistono diversi fattori di rischio fra cui:

  • Età, in quella adolescenziale per via dell’incremento di ormoni androgeni
  • Fattori climatici, nei periodi estivi si mostra con minore intensità probabilmente per via dei raggi ultravioletti
  • Fumo di sigaretta, anche se alcuni studi non riscontrano tale associazione

Non esiste alcuna correlazione fra acne con dieta, igiene, e sesso. Si pensa che anche l’iperinsulinismo sia correlato ma non si hanno sufficienti ricerche al riguardo.

Comedone

Si tratta di una dilatazione dell’orifizio del follicolo, al suo interno si ritrovano grassi, cheratina, melanina, peli e batteri, tra cui il Propionibacterium acnes che danneggia ulteriormente il tessuto.

Istologicamente si possono presentare:

  • Comedoni aperti, al cui interno si ritrova cellule corneificate, sebo, flora batterica o meno comunemente acari;  si riconosce per il colore nero (volgarmente chiamato punto nero, il cui colore è dato dall’ossidazione dei lipidi contenuti nel sebo a contatto con l’ossigeno dell’aria).
  • Comedoni chiusi, la cui differenza è nella grandezza dell’ostio follicolare (talmente piccolo da sembrare chiuso)
  • Pustole, quando si ha la presenza di neutrofili
  • Noduli, vengono a crearsi in caso di rottura delle cisti

La forma nodulo cistica è una forma più grave delle prime due. Il nodulo si forma per la rottura della cisti follicolare, che comporta in alcuni soggetti una reazione da corpo estraneo con esiti fibrotici.

Più in generale, gli esiti delle lesioni vanno da nessun esito a discromie non permanenti fino a cicatrici frequentemente depresse, talora ipertrofiche. In casi rari e in pazienti predisposti, le lesione può esitare in cheloidi (a. cheloidea).

Sintomatologia

Gravità dell’acne Comedoni Lesioni con infiammazione Lesioni
Lieve Minore di 20 Minori di 15 Minori di 30
Moderata 20-100 15-50 30-125
Grave Maggiore di 100 Maggiore di 50 Maggiore di 125

Fra i sintomi e i segni clinici si ritrova dolore, anche se la maggior parte delle volte risulta asintomatica. I comedoni possono presentarsi sotto forma di puntino bianco o nero. Papule e pustole si presentano a seconda della profondità dell’infezione (se maggiormente profonda si mostrano papule) raggiungono dimensioni di 2-5 mm di diametro.

Diagnosi

L’acne è diagnosticata facilmente, con l’esame obiettivo (la semplice visita medica) e anamnesi (le domande fatte al paziente). Occorre però escludere le varie ipotesi alternative, altre forme di acne specifiche come l’acne estivale, le follicoliti e le pseudofollicoliti tenendo conto anche dell’acne rosacea.

Terapia

A seconda della gravità il trattamento da utilizzare cambia, anche se non sono da escludere rimedi naturali come impacchi alle erbe o maschere all’argilla o trattamenti termici con ghiaccio e vapore. Si può usare anche la saponetta allo zolfo che li fa seccare: il trattamento può durare da 1 a più settimane.

Forma lieve

Si somministrano alcuni farmaci, quali tretinoina e del benzoilperossido: la durata del trattamento è generalmente sulle 6 settimane.

Forma moderata

Si somministrano antibiotici sistemici per via orale: il trattamento ha una durata di circa 12 settimane. I farmaci utilizzati di prima scelta sono tetracilina e minocilina, di seconda scelta sono eritromicina e doxiciclina (per via degli effetti collaterali).

Forma grave

In tali casi si somministra l’isotretinoina anche se gli effetti collaterali sono evidenti. Per la secchezza che si determina si utilizza la vaselina.

Farmaci utilizzati

Un elenco dei farmaci più utilizzati nel trattamento dell’acne:

Farmaco Dosaggio Effetti collaterali Note
Benzoil perossido Le soluzioni sono al 2,5-5-10% Secchezza della cute – Decolorazione  
Clindamicina Le soluzioni sono al 1% Diarrea da evitare in caso di malattie intestinali
Eritromicina Le soluzioni sono al 1,5-2% .  
Tretinoina Le soluzioni variano dallo 0,025% al 0,1% irritazione-sensibilità aumentata alla luce del sole Inizialmente si mostra un finto peggioramento dell’acne fino a 3-4 settimane, da evitare in gravidanza
Tazarotene Le soluzioni variano dallo 0,05% al 0,1% irritazione-sensibilità aumentata alla luce del sole Inizialmente si mostra un finto peggioramento dell’acne fino a 3-4 settimane, da evitare in gravidanza
Adapalene Le soluzioni sono al 0,1% bruciore-eritema-sensibilità aumentata alla luce del sole Occorre proteggersi dal sole
Acido azelaico Al 20% La pelle si schiarisce  
Acido glicolico Le soluzioni sono al 5-10% Prurito-irritazione  
Acido salicilico Le soluzioni sono al 1-2% Prurito-irritazione  
Tetraciclina 250-500mg sensibilità aumentata alla luce del sole Occorre proteggersi dal sole
Doxiciclina 50-100mg sensibilità aumentata alla luce del sole Occorre proteggersi dal sole
Minociclina 50-100mg sensibilità aumentata alla luce del sole, cefalea, vertigini Fra gli antibiotici è quello più efficace
Eritromicina 250-500mg Disturbi gastrici Durante il trattamento si può mostrare resistenza al farmaco
Isotretinoina 1-2mg/kg Si mostrano danni al fegato e al sangue, secchezza oculare, dolore, depressione Il trattamento dura per 16-20 settimane durante le quali si deve evitare la gravidanza, risulta essere a tutto’ora il principio attivo più efficace. Viene preiscritto solo per tipi di acne gravi-gravissimi, visto l’elevato numero di effetti collaterali.

Altre forme di acne

Acne endogena

  • Acne conglobata, forma cronica si mostra maggiormente sul dorso e sul torace, meno sul viso.
  • Acne fulminans o Acne acuta febbrile ulcerativa, i noduli mostrano la tendenza ad ulcerarsi, non si mostrano sul viso ma sul tronco.

Acne esogena

  • Acne di Maiorca chiamata acne aestivalis, è una manifestazione papulosa che si presenta generalmente nella stagione estiva, protraendosi talora anche nei mesi invernali. Essa è scatenata dall’esposizione repentina a lampade UV-A o al sole. Un’esposizione graduale invece la migliora (teoria dell’hardening). Si manifesta con piccole papule localizzate su spalle, avambracci e petto. Solitamente interessa le persone con carnagione chiara, ma può interessare anche le pelli più scure. Le terapie a base di tetracicline per via orale si sono dimostrate del tutto inefficaci, mentre le terapie locali a base di benzoilperossido o tretinoina hanno mostrato un’efficacia non costante. Possono essere utili i fototest.
  • Acne meccanica, dermatosi a presentazione clinica simile all’acne dovuta a ripetuti traumatismi locali, dovuti per esempio a particolari indumenti od attrezzature, fibbie.
  • Acne iatrogena, provocata o aggravata dall’assunzione di alcuni farmaci, come barbiturici, androgeni, corticosteroidi, alcuni antidepressivi, vitamina B12.
  • Acne cosmetica, la causa è correlata all’uso di cosmetici o altre preparazioni per uso topico contenenti principi comedogenici, come gli oli minerali e la lanolina.
  • Pseudoacne, anche se simili come manifestazioni all’acne non si osserva la nascita del comedone.
  • Acne occupazionale o Acne professionale, la causa è da riscontrarsi in sostanze tossiche presenti nei vestiti delle persone, che a lungo andare per via del contatto con la pelle formano l’infezione.

Dall’acne si guarisce. Guardate quest’immagine. In internet ne potete tovare molte altre simili che testimoniano come si possa combattere questa malattie della pelle. Si può combattere, e si può vincere.

Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Acne

Le informazioni qui riportate hanno solo un fine illustrativo: non costituiscono e non provengono da prescrizione né da consiglio medico.

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“La depressione è una signora in nero, quando appare non bisogna scacciarla ma invitarla alla nostra tavola per ascoltare cosa ci dice.” [C. G. Jung]

La depressione è una patologia dell’umore, tecnicamente un disturbo dell’umore caratterizzata da un insieme di sintomi cognitivi, comportamentali, somatici ed affettivi che, nel loro insieme, sono in grado di diminuire in maniera da lieve a grave il tono dell’umore, compromettendo il “funzionamento” di una persona, nonché le sue abilità ad adattarsi alla vita sociale. La depressione non è quindi, come spesso ritenuto, un semplice abbassamento dell’umore, ma un insieme di sintomi più o meno complessi che alterano anche in maniera consistente il modo in cui una persona ragiona, pensa e raffigura se stessa, gli altri e il mondo esterno.

La depressione talvolta è associata ad ideazioni di tipo suicida o autolesionista, e quasi sempre si accompagna a deficit dell’attenzione e della concentrazione, insonnia, disturbi alimentari, estrema ed immotivata prostrazione fisica.

CLASSIFICAZIONE

La depressione fa parte dei disturbi dell’umore, insieme ad altre patologie come la mania e il disturbo bipolare. Essa può assumere la forma di un singolo episodio transitorio (si parlerà quindi di episodio depressivo) oppure di un vero e proprio disturbo (si parlerà quindi di disturbo depressivo). L’episodio o il disturbo depressivo sono a loro volta caratterizzati da una maggiore o minore gravità. Quando i sintomi sono tali da compromettere l’adattamento sociale si parlerà di disturbo depressivo maggiore, in modo da distinguerlo da depressioni minori che non hanno gravi conseguenze e spesso sono normali reazioni ad eventi luttuosi.

L’episodio depressivo maggiore è caratterizzato da sintomi che durano almeno due settimane causando una compromissione significativa del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti. Fra i principali sintomi si segnalano:

  1. Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno.
  2. Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno (anedonia).
  3. Significativa perdita di peso, in assenza di una dieta, o significativo aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell’appetito quasi ogni giorno.
  4. Insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno.
  5. Agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno.
  6. Affaticabilità o mancanza di energia quasi ogni giorno.
  7. Sentimenti di autosvalutazione oppure sentimenti eccessivi o inappropriati di colpa quasi ogni giorno.
  8. Diminuzione della capacità di pensare o concentrarsi, o difficoltà a prendere decisioni, quasi ogni giorno.
  9. Ricorrenti pensieri di morte, ricorrente ideazione suicida senza elaborazione di piani specifici, oppure un tentativo di suicidio o l’elaborazione di un piano specifico per commettere suicidio.

Per parlare di episodio depressivo maggiore è necessaria la presenza di almeno cinque dei sintomi sopra elencati.

Nella maggior parte dei casi, però, la depressione si configura come disturbo depressivo maggiore, cioè un decorso clinico caratterizzato da più episodi depressivi maggiori; nel 50-60% dei casi, infatti, un episodio depressivo maggiore sarà seguito da un ulteriore episodio depressivo, portando quindi alla formazione di un disturbo depressivo.
Oltre alla depressione esistono altri disturbi dell’umore di tipo depressivo. Fra i principali:

  • distimia (o disturbo distimico): presenza di umore cronicamente depresso, per un periodo di almeno due anni. In questo caso i sintomi depressivi, nonostante la loro cronicità, sono meno gravi e non si perviene mai a un episodio depressivo maggiore.
  • disturbo dell’adattamento con umore depresso: è conseguenza di uno o più fattori stressanti e si manifesta in genere entro tre mesi dall’inizio dell’evento con grave disagio psicologico e compromissione sociale. Solitamente eliminato il fattore di stress, tale depressione scompare entro 6 mesi.
  • depressione secondaria: depressione dovuta a malattie psichiatriche e non, o a farmaci. Spesso, infatti, alcune malattie mostrano come primi sintomi variazioni del tono dell’umore, fra le quali: sclerosi multipla, morbo di Parkinson, tumore cerebrale, morbo di Cushing, lupus eritematoso sistemico.
  • depressione reattiva: depressione dovuta ad un evento scatenante come un lutto, una separazione, un fallimento, i cui sintomi, però, si dimostrano eccessivamente intensi e prolungati rispetto alla causa scatenante. Al suo interno si possono collocare i disturbi dell’adattamento e le reazioni da lutto.
  • depressione mascherata: depressione che si manifesta principalmente con sintomi cognitivi, somatici o comportamentali, a dispetto di quelli affettivi. In realtà vengono semplicemente amplificati aspetti non affettivi della depressione.

Infine, fra gli altri disturbi dell’umore che includono sintomi depressivi, si possono citare la disforia (un’alterazione dell’umore con caratteristiche depressive contrassegnate da agitazione e irritabilità) e i disturbi bipolari, ossia quelle patologie dove vi è alternanza di episodi depressivi maggiori o minori con episodi maniacali o ipomaniacali.

La classificazione non si riduce semplicemente a queste poche categorie, in quanto esistono varie sottocategorie per i tipi elencati, oppure depressioni tipiche di alcuni eventi particolari, come ad esempio la depressione post-partum.

EPIDEMIOLOGIA

La depressione è la prima causa di disfunzionalità nei soggetti tra i 14 e i 44 anni di età, precedendo patologie quali le malattie cardiovascolari e le neoplasie. La depressione e la distimia sono maggiormente presenti nelle donne in un rapporto di 2 a 1 rispetto agli uomini, ma solo dopo l’età puberale. Il tasso di prevalenza del disturbo depressivo maggiore in età prescolare è attorno allo 0,3%; valore che tende a salire con l’età, arrivando al 2-3% in età scolare e al 6-8% in età adolescenziale. Secondo il DSM IV la prevalenza del disturbo depressivo maggiore in età adulta è del 10-25% nelle donne e del 5-12% negli uomini, mentre quella del disturbo distimico è nel complesso del 6%. La probabilità di avere un episodio depressivo maggiore entro i 70 anni è del 27% negli uomini e del 45% nelle donne; cifre che dimostrano in modo chiaro l’ampia diffusione di questa patologia. Inoltre dal 1940, nei paesi industrializzati, tende costantemente ad aumentare la prevalenza di tale disturbo e ad abbassarsi l’età media d’insorgenza.

Molti studi dimostrano anche una sostanziale continuità della depressione lungo l’intero arco di vita; infatti circa l’80% dei bambini con disturbo depressivo tende a presentare la stessa patologia anche in età adulta, oltre al fatto che un disturbo depressivo precoce possa rappresentare un fattore di rischio per la comparsa di patologie come il disturbo bipolare o l’abuso di sostanze.

Secondo ricerche epidemiologiche recenti, l’incidenza di stati depressivi è correlata anche con l’eventuale presenza di allergie alimentari o intolleranze come la celiachia.

EZIOLOGIA

Le cause che portano alla depressione sono ancora oggi poco chiare. Inizialmente vi erano due correnti opposte di pensiero, una che attribuiva maggiore importanza alle cause biologiche, l’altra a quelle psicologiche. Oggi i dati disponibili suggeriscono che la depressione sia una combinazione di fattori genetici, ambientali e psicologici.

Fattori familiari e genetici

Gli studi sui gemelli monozigoti e dizigoti e sui soggetti adottati hanno dimostrato una certa ereditabilità dei disturbi depressivi, anche se in modo meno consistente rispetto al disturbo bipolare. Il tasso di ereditabilità per i sintomi depressivi si attesta attorno al 76%. La depressione, quindi, come molte altre malattie psichiatriche, non segue un modello di trasmissione diretta, bensì un modello dove sono coinvolti più geni. L’ereditarietà è comunque meno probabile per le forme di depressione lievi, mentre sembra incidere più fortemente nelle depressioni ad esordio precoce: il 70% dei bambini depressi hanno, infatti, almeno un genitore che presenta un disturbo dell’umore. Questo dato può essere dovuto in parte anche al fatto che un genitore depresso instaura una relazione non favorevole con il proprio figlio, già geneticamente vulnerabile, che aumenta la probabilità, per il bambino, di sviluppare un disturbo dell’umore. L’influenza genetica nella depressione si evidenzia anche in altre ricerche: figli di genitori biologici depressi, ma cresciuti in famiglie adottive dove non sono presenti genitori depressi, dimostrano una probabilità 8 volte maggiore di sviluppare la depressione, rispetto a figli di genitori biologici non depressi.

Fattori biologici

Una delle prime indicazioni che la depressione avesse anche delle basi biologiche si ebbe negli anni cinquanta. Durante quel periodo venne introdotto un farmaco, la reserpina, utilizzato per controllare la pressione sanguigna, che però aveva ingenti effetti collaterali, tra cui l’insorgenza di una depressione nel 20% dei pazienti. Tale farmaco diminuiva la quantità di due neurotrasmettitori appartenenti alla famiglia delle monoammine: la serotonina e la noradrenalina. In seguito fu scoperto che un altro farmaco, utilizzato per curare la tubercolosi (l’isoniazide), provocava un miglioramento dell’umore. Questo farmaco, al contrario della reserpina, inibiva la monoaminossidasi, cioè quell’enzima che elimina la noradrenalina e la serotonina, provocando cioè un aumento di tali neurotrasmettitori. Era quindi chiaro come la depressione, e l’umore in generale, fossero legati ai livelli dei neurotrasmettitori monoaminici. Nacque così l’idea, definita ipotesi monoaminica dei disturbi dell’umore o ipotesi delle ammine biogene, che la depressione fosse una conseguenza di uno squilibrio di alcuni neurotrasmettitori.

In realtà questa era una spiegazione troppo semplicistica e, infatti, non è possibile stabilire una relazione diretta tra umore e uno specifico neurotrasmettitore. Altri fattori neurobiologici rivestono un ruolo fondamentale nell’eziologia dei disturbi dell’umore e di particolare importanza risulta essere l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, cioè l’asse ormonale che mette in comunicazione le strutture limbiche, l’ipotalamo, e l’ipofisi, con il surrene. Questo asse regola la risposta a lungo termine allo stress, inducendo il surrene al rilascio di ormoni glucocorticoidi, in particolare il cortisolo. Nei pazienti depressi si è riscontrata una iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e, di conseguenza, elevati dosi di cortisolo nel sangue. Elevati livelli di cortisolo provocano effetti dannosi per tutto l’organismo, tra cui: insonnia, diminuzione dell’appetito, diabete mellito, osteoporosi, diminuzione dell’interesse sessuale, aumento dell’espressione comportamentale dell’ansia, immunosoppressione, danni a vasi cerebrali e cardiaci. La minor o maggior risposta allo stress da parte dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene sarebbe dovuto a influenze genetiche ed ambientali. Secondo questa ipotesi, detta ipotesi della diatesi da stress, i disturbi dell’umore sono perciò ereditari e i geni ci predispongono a questo tipo di malattia che viene innescata, sui soggetti predisposti, da eccessive dosi di stress.

I vari studi effettuati hanno confermato che eventi stressanti, soprattutto se prolungati, sono in grado di ridurre il tasso di alcuni neurotrasmettitori come la serotonina e la noradrenalina e di iperattivare l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene con conseguente aumento del cortisolo nel sangue. Questo però è evidente soprattutto in soggetti adulti depressi, mentre nei bambini tale associazione non è confermata, visto che nella popolazione di bambini depressi il livello di cortisolo nel sangue sembra essere nella norma.

È quindi chiaro come la depressione sia una malattia complessa, dovuta a più cause e legata a una complessa rete di sistemi neurali. Ad esempio ulteriori studi hanno evidenziato anche una compromissione metabolica che include la corteccia paralimbica prefrontale orbitofrontale, il giro cingolato anteriore e la corteccia temporale anteriore, i gangli della base, l’amigdala e il talamo. L’utilizzo di tecniche di neuroimaging ha inoltre rivelato una riduzione della grandezza dei lobi frontali e dei lobi temporali. Quindi non solo modificazioni dei sistemi neurochimici, ma anche di quelli neuroanatomici. Il fatto che la depressione influisca anche sulla struttura fisica del cervello, è da tenere in forte considerazione, poiché una grave depressione che non venga curata può provocare alterazioni fisiche non reversibili all’encefalo.

Fattori ambientali

L’ereditarietà dei disturbi depressivi è un fattore molto importante a determinare l’insorgere della malattia. Un ruolo chiave sembra svolto anche se non sempre come già accennato, dai fattori ambientali. Ricerche hanno dimostrato che c’è interazione fra ambiente e fattori genetici, la depressione in età adulta è strettamente correlata con esperienze di vita negative: la malattia, infatti, si può innescare dopo alcune fasi importanti della vita: un lutto, un licenziamento, un grande dispiacere ma anche un abbandono della persona amata, perfino una grossa vincita; in generale qualsiasi cambiamento rilevante può indurre la manifestazione del disturbo in soggetti predisposti alla malattia stessa. Si è notato, ad esempio, che l’abuso e l’abbandono durante l’infanzia sono fattori di forte rischio per lo sviluppo dei disturbi dell’umore, proprio perché il forte stress produce influenze non solo psicologiche, ma anche fisiche e biologiche (in particolare sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene).

Fattori psicologici

Come già detto, la depressione sembra correlata agli eventi di vita stressanti. In realtà, però, tale tipo di correlazione non è molto elevata. Alcuni studi attuali di neuroscienze svolti con le tecniche di brain imagining hanno evidenziato che ci sono ad es. dei neurotrasmettitori chiamati GABA che sono alla base della depressione post-partum, ad esempio, soggetti con il gene trasportatore della serotonina, con entrambe due copie corte dell’allele, saranno maggiormente predisposti all’ansia e di fronte ad eventi stressanti svilupperanno più facilmente depressione o tendenza al suicidio, rispetto alle persone che posseggono invece due copie lunghe dell’allele. Fra questi fattori vi sono ad esempio la personalità, il coping (cioè l’abilità di fronteggiare le situazioni stressanti) e il significato stesso che ognuno di noi dà agli eventi stressanti. Secondo questo modello, quindi, la depressione non sarebbe dovuta solo a cause meramente psicologiche, ma anche favorita o inibita da fattori più strettamente neurobiologici. Questa, inoltre, sarebbe un’altra spiegazione del perché alcune persone reagiscono con la depressione e altre no agli stessi eventi stressanti.

Infine vi sono alcune correnti di pensiero che vedono la depressione strettamente collegata a fattori interni di tipo psicologico. Si tratta, in particolare, di correnti psicoanalitiche, dove la causa della depressione è solitamente da ricercarsi in fattori inconsci. Ad esempio, la depressione endogena è spiegata, dal punto di vista psicodinamico di alcuni autori, come il risultato di una mancata elaborazione di vissuti emotivi profondi, verosimilmente traumatici, depositatesi nell’inconscio a causa di processi difensivi come ad esempio la rimozione; o anche, secondo altri, con la persistenza strutturata nel tempo di un Super-io persecutorio.

Nel 1945, René Árpád Spitz (uno psicanalista americano di origine ungherese) evidenziò una forma di depressione nei bambini orfani, precocemente ospedalizzati, che chiamò “depressione anaclitica” (dal greco stendersi, appoggiarsi sopra).
Secondo le osservazioni di Spitz, la sindrome segue invariabilmente una sequela tipica di fasi:

  • primo mese: fase di protesta, in questo primo periodo il bambino appare angosciato, piange frequentemente e ricerca il contatto con la madre o con la precedente figura di maternage;
  • secondo mese: fase di disperazione, il pianto diventa più concitato ed è accompagnato da grida e rifiuto del cibo, con conseguente calo ponderale;
  • terzo mese: fase del rifiuto, il bambino sembra perdere interesse per le persone e l’ambiente che lo circonda, rimane sempre più tempo disteso a letto o rannicchiato in posizione fetale;
  • dal terzo mese in poi: fase del distacco, il bambino appare triste e distaccato dall’ambiente circostante, il viso è inespressivo e senza pianto.

Se la situazione di separazione si protrae ulteriormente, il bambino acquisirà una forma sempre più marcata di disturbo depressivo, se invece vi sarà, almeno entro il quinto-sesto mese, una ricongiunzione con una figura stabile di accudimento, si potrà verificare una celere ripresa dello sviluppo ponderale e psicomotorio, e una rapida riacquisizione del contatto con l’ambiente circostante.

PARTO

La depressione post-partum o depressione post-natale è un disturbo dell’umore che colpisce il 10-20% delle donne nel periodo immediatamente successivo al parto. Nella prime settimane dopo il parto, si preferisce parlare di baby blues, disturbo piuttosto diffuso e che non necessariamente si trasforma in depressione post-partum.

Sintomi come le crisi di pianto, cambiamenti di umore, irritabilità generale, perdita dell’appetito, insonnia o all’opposto difficoltà a rimanere svegli, assenza di interesse nelle attività quotidiane e/o verso il neonato caratterizzano tale patologia specifica, denominata comunemente anche depressione post-parto.

Nei casi in cui sia stata diagnosticata una vera e propria depressione post-partum si può intervienire con somministrazione di farmaci antidepressivi, tenendo conto tuttavia dei possibili effetti collaterali sulla madre e sul neonato, soprattutto in caso di allattamento (la maggior parte dei farmaci è controindicato per l’allattamento e in ogni caso tutte le molecole assunte dalla madre passano, attraverso il sangue, nel latte prodotto dalle mammelle). Alla terapia medica va comunque abbinato un supporto psicologico o una vera e propria psicoterapia, spesso offerta direttamente dal Servizio sanitario nazionale. Anche piccoli gesti di affetto o piccoli gesti materiali come l’affiancamento e il supporto nelle cure al neonato sono determinanti per il superamento della depressione post-partum.

TRATTAMENTI

Trattamenti somatici

La terapia d’elezione nei trattamenti somatici è a base di psicofarmaci, ma non è l’unica. Gli psicofarmaci hanno il compito di normalizzare l’equilibrio alterato dei neurotrasmettitori. Come detto, infatti, i principali neurotrasmettitori implicati nella malattia depressiva sono stati identificati in serotonina, noradrenalina e dopamina e, secondo i fautori della matrice biologica della malattia, sembra esservi una corrispondenza accertata fra depressione e insufficiente disponibilità di uno o più di questi tre neurotrasmettitori.

I farmaci per curare la depressione vengono detti antidepressivi e in generale si possono dividere in tre grandi categorie:

  • gli antidepressivi triciclici (ATC)
  • gli antidepressivi inibitori delle monoamino ossidasi (I-MAO)
  • gli antidepressivi a struttura non triciclica o di seconda generazione

I primi ad essere usati, a partire dagli anni Cinquanta, sono stati gli antidepressivi triciclici, che hanno mostrato chiaramente la loro efficacia. Essi vanno ad influire sui livelli di serotonina e noradrenalina e hanno un’attività anti-colinergica. Questo tipo di antidepressivi hanno un’efficacia del 70% rispetto ad un placebo. Tuttavia questi antidepressivi hanno alcuni effetti collaterali non del tutto trascurabili (legati soprattutto all’azione anticolinergica) fra i quali: tachicardia, aritmie, arresto cardiaco (per questo sconsigliati a pazienti che soffrono di malattie cardiache) secchezza delle fauci, stipsi, ritenzione urinaria, offuscamento della vista, talora ansia o confusione mentale, disturbi della memoria, astenia, alterazioni ECG, e più raramente aumento di peso, alterazioni ematochimiche, ittero epato-cellulare o colostatico, eiaculazione ritardata nell’uomo, reazioni cutanee.

L’altra categoria di antidepressivi, i cosiddetti anti-MAO, agiscono come inibitori della monoaminossidasi (da cui la sigla), enzima che metabolizza serotonina e catecolamine (adrenalina, noradrenalina e dopamina). Gli IMAO comportano pertanto un aumento della concentrazione di questi neurotrasmettitori nel sistema nervoso centrale. Non presentano un’efficacia maggiore o particolari “vantaggi” rispetto agli antidepressivi triciclici, mentre hanno alcuni effetti collaterali maggiori rispetto ad essi. Fra gli effetti collaterali si riscontra: eccitamento, insonnia, tremori, allucinazioni, ipotensione, sudorazione ridotta, ritardo dell’eiaculazione, ritenzione urinaria, reazioni cutanee, aumento di peso. In alcuni casi gravi gli I-MAO possono causare crisi ipertensive con emorragia cerebrale anche fatale, preceduta da forti mal di testa, vomito, dolore toracico. Inoltre producono effetti tossici in interazione con sostanze contenti elevate dosi di tiramina (formaggi, alcuni vini e birre, fegato, trippa, aringhe, fagioli, banane, fave, fichi).

Antidepressivi triciclici e I-MAO sono stati per decenni le uniche opzioni farmacologiche, mentre ora il loro uso è diminuito soprattutto a causa della creazione di farmaci con minori effetti collaterali, i cosiddetti antidepressivi di seconda generazione.

Gli antidepressivi di nuova generazione sono divisi in cinque gruppi:

  • Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) che comprende Fluoxetina, Fluvoxamina, Paroxetina, Sertralina, Citalopram ed Escitalopram.
  • Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e della noradrenalina (NSRI o SNRI), rappresentati principalmente dalla Venlafaxina e dalla Duloxetina.
  • Antidepressivi serotoninergici specifici e noradrenergici (NaSSA), che hanno il loro capostipite nella Mirtazapina.
  • Inibitori selettivi della ricaptazione della noradrenalina (NaRI) che hanno il loro capostipite nella Reboxetina
  • A marzo 2008 in Italia è stato ammesso in commercio il Bupropione antidepressivo che appartiene al gruppo degli NDRI (inibitori della ricaptazione della noradrenalina e della dopamina).
  • Nel settembre 2010 è entrato in commercio una molecola antidepressiva di nuova categoria, simile alla melatonina, che agisce come agonista della melatonina e antagonista della serotonina disinibendo così la trasmissione noradrenergica e dopaminergica: Agomelatina.

Questi antidepressivi sono più specifici e quindi i loro effetti collaterali sono leggermente ridotti, anche se sovrapponibili a quelli degli antidepressivi triciclici e degli inibitori delle monoaminoassidi.

Le terapie con farmaci antidepressivi devono essere assunte per un tempo variabile dalle 2 alle 4-6 settimane prima di ottenere un effetto antidepressivo (latenza rispetto alla efficacia antidepressiva). Secondo alcuni studi clinici questo tempo di latenza è più breve per gli antidepressivi nuovi. È indispensabile che il paziente e i familiari siano al corrente di questo tempo di latenza, dato che potrebbero essere indotti a sospendere le terapie ritenendole inefficaci.

Dal 2005 in paesi quali gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, i rispettivi ministeri della salute hanno imposto ai produttori di esporre in grande evidenza (“black box warning”) il rischio di commettere suicidio, che in alcuni soggetti predisposti (in particolare quelli più giovani) sembrerebbe aumentare, in particolare durante le prime settimane della terapia; durante questa fase iniziale, viene quindi raccomandato ai medici di seguire attentamente i pazienti.

L’unico prodotto naturale con dimostrate proprietà antidepressive è l’Iperico (noto anche come Erba di S. Giovanni). In funzione antidepressiva vengono utilizzati con buoni risultati anche stabilizzanti dell’umore, come i sali di Litio, agonisti della dopamina come il pramipexolo e altri farmaci non classificati come antidepressivi.

L’acido folico ha nella terapia della depressione un ruolo confermato da recente ed autorevole letteratura scientifica. L’acido folico, infatti è noto, essere fondamentale per la sintesi dei principali neurotrasmettitori: Noradrenalina, Serotonina e Dopamina, che sono carenti in corso di depressione. La carenza di Acido folico è associata con le manifestazioni della depressione, specie quella caratterizzata da deficit cognitivi. L’uso dell’Acido Folico secondo diversi autori può trovare un vantaggioso utilizzo nei casi di: sintomi iniziali, in caso di remissione parziale, in pazienti con sintomatologia residua, o come terapia di potenziamento. Insieme alle terapie farmacologiche a base di antidepressivi.

Altri trattamenti somatici

Esistono altri trattamenti somatici che possono essere utilizzati per curare la depressione, come la terapia elettroconvulsiva, la fototerapia e la deprivazione da sonno. Si tratta di terapie molto discusse e contestate, o comunque, ancora sperimentali e non provate scientificamente.

Terapia elettroconvulsiva

Nei casi di farmacoresistenza o di impossibilità a somministrare antidepressivi di sorta, un modello di trattamento discusso è rappresentato dalla terapia elettroconvulsiva (elettroshock). Secondo qualcuno è efficace, nel caso delle forme più gravi del disturbo, ma non tiene affatto conto dei fattori secondari e della soggettività del paziente di un trattamento così traumatico. Tuttavia l’elettroshock risulta ancora oggi lo strumento terapeutico più efficace con oltre l’85% di successi terapeutici in termini di remissione. Il problema dell’ECT risulta essere quello relativo alla non prevenzione delle ricadute, che dopo questo genere di terapia sembrano essere frequenti. In più, occorre notare l’effetto iatrogeno dell’elettroshock: danni a carico della memoria, talvolta irreversibili.

Psicoterapia

Esistono moltissimi tipi di interventi psicologici sulla depressione. Alcune delle psicoterapie possibili sono ad esempio:

  1. Terapia cognitiva
  2. Terapia comportamentale
  3. Terapia cognitivo-comportamentale
  4. Terapia a orientamento psicoanalitico
  5. Psicosintesi
  6. Psicoterapia di sostegno
  7. Terapia di gruppo
  8. Terapia familiare
  9. Comicoterapia
  10. Training autogeno

Per molto tempo si è ritenuto che gli interventi psicologici sulla depressione avessero una scarsa o nulla efficacia. Oggi, invece, è ampiamente dimostrato che esistono varie terapie efficaci nel contrastare la depressione, in particolare la terapia cognitivo-comportamentale. Vari autori hanno dimostrato, anche attraverso meta-analisi, che la terapia cognitivo-comportamentale risulta efficace sia nel ridurre i sintomi depressivi, sia nel mantenere nel tempo i risultati. Il vero vantaggio della terapia cognitivo-comportamentale, rispetto all’uso di psicofarmaci, sta soprattutto nella diminuzione delle ricadute: gli psicofarmaci agiscono sui sintomi, ma da soli non sono in grado di modificare le cause che innescano la depressione. Per quanto riguarda l’uso combinato di psicofarmaci e psicoterapia, gli studi sembrano dimostrare che non ci sia un aumento di efficacia.

Terapie nuove e sperimentali

Approvato nel 2009 dall’EMEA, nel 2010 è entrato in commercio l’agomelatina, principio attivo con una struttura simile alla melatonina che propone un nuovo approccio alla cura della malattia agendo da agonista sui recettori della melatonina e da antagonista sui recettori serotonina.

La Food and Drug Administration nel 2005 ha approvato la stimolazione cerebrale profonda (DBS) come terapia per quei soggetti che non hanno risposto almeno a tre cicli di farmaci. Si tratta di elettrodi impiantati che fanno fluire una continua ma impercettibile scossa al cervello favorendo una maggiore concentrazione dei neurotrasmettitori deficitari. In Italia tale metodologia non è attualmente in uso per la depressione, se non per alcuni casi specifici sperimentali, mentre è usata per curare alcuni casi di parkinsonismo e cefalea a grappolo. Tuttavia in casi del tutto speciali ai depressi “non responder” viene praticata la stimolazione chirurgica del nervo vago, attraverso cui passano i neurotrasmettitori la cui deficienza porta a disturbo depressivo. Un’altra terapia sperimentale ma non ancora approvata, è lo shock magnetico (simile all’elettroshock ma la convulsione viene provocata da campi magnetici e non campi elettrici, con minori effetti collaterali).

Un altro filone di ricerca clinica è relativo alla cosiddetta “cronoterapia“. Infatti, recenti studi hanno dimostrato che la depressione, ed in particolare quella stagionale e quella bipolare, sarebbe correlata ad un significativo sfasamento del ritmo sonno-veglia. Per tale motivo si sono sperimentate terapie come la “Dark Therapy” o la “terapia della luce”, che mirano a regolarizzare il ritmo sonno-veglia. Recentemente, sarebbe stato dimostrato un importante effetto antimaniacale della “Dark therapy”, ed un effetto antidepressivo della “terapia della luce”.

Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_depressivo

 

Cercando in internet ho trovato questo test formulato dallo psichiatra, psicoanalista e antropologo svizzero Carl Gustav Jung. Io ve lo riporto, decidete voi che farne, se sperimentarlo o meno. Probabilmente dà solo un’idea generale, non pensiate che questi risultati possano dirvi se soffriate di disturbi depressivi o meno. Se avete dubbi, volete dei chiarimenti, se pensate di poter soffrire di questo disturbo, rivolgetevi al vostro medico. Non fate delle auto-diagnosi e non trovate delle cure fai-da-te. La salute è importantissima. Prendetevene cura. Consultate il vostro medico.

Scala di autovalutazione della depressione (Zung)

Rispondi velocemente senza riflettere molto e segna il punteggio relativo alla tua risposta su di un foglio a parte.

  Mai Qualche
volta
Spesso Quasi
sempre
 
1. Mi sento scoraggiato, depresso e triste 1 2 3 4  
2. La mattina è il momento in cui mi sento meglio 1 2 3 4  
3. Ho crisi di pianto o mi sento come se stessi per piangere 1 2 3 4  
4. Ho problemi di sonno durante la notte 1 2 3 4  
5. Continuo a mangiare tanto quanto mangiavo prima 4 3 2 1  
6. Mi piace ancora avere rapporti sessuali 4 3 2 1  
7. Ho notato che sto perdendo peso 1 2 3 4  
8. Ho problemi di stipsi 1 2 3 4  
9. Il mio cuore batte più velocemente del solito 1 2 3 4  
10. Mi stanco senza motivo 1 2 3 4  
11. La mia mente è lucida quanto prima 4 3 2 1  
12. Trovo facile fare le cose che facevo prima 4 3 2 1  
13. Sono agitato e non riesco a rimanere fermo 1 2 3 4  
14. Sono ottimista riguardo al futuro 4 3 2 1  
15. Sono più irritabile del solito 1 2 3 4  
16. Trovo facile prendere decisioni 4 3 2 1  
17. Mi sento utile e necessario 4 3 2 1  
18. Ho una vita piuttosto intensa 4 3 2 1  
19. Ho la sensazione che gli altri starebbero meglio se io morissi 1 2 3 4  
20. Gradisco ancora fare le cose che facevo prima 4 3 2 1  


Sei arrivato alla conclusione della scala di autovalutazione.
Somma i punti ottenuti e verifica il risultato relativo alla tua ansia:

  • punteggio compreso fra 20 e 31 : basso
  • punteggio compreso fra 32 e 43 : medio basso
  • punteggio compreso fra 44 e 55 : medio
  • punteggio compreso fra 56 e 67 : medio alto
  • punteggio compreso fra 68 e 80 : alto

Fonte: http://www.psiconline.it/settori/test/ansia_depressione.html

Le informazioni qui riportate hanno solo un fine illustrativo: non costituiscono e non provengono da prescrizione né da consiglio medico.

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« La Melanconia costituisce l’inizio della Mania e ne è parte integrante […] Lo sviluppo della Mania rappresenta un peggioramento della Melanconia piuttosto che il passaggio ad una patologia differente. »
(Areteo di Cappadocia)

 

I disturbi bipolari chiamati anche psicosi maniaco-depressiva o con l’acronimo in inglese BSD (Bipolar Spectrum Disorder) sono un insieme di quadri clinici delineati e stabiliti dal DSM; in particolare si tratta di disturbi dell’umore caratterizzati dallo sviluppo di almeno un episodio maniacale o misto (commistione di sintomi eccitativi e depressivi) intercorso in un periodo qualsiasi della vita del paziente. Nel loro insieme sono considerati come una delle più grandi malattie debilitanti al mondo.

Pur non essendo necessaria l’intercorrenza di fasi depressive, queste sono del resto piuttosto probabili e nei casi classici insorgono all’esaurirsi della fase di eccitamento maniacale (mania).

Esse sono classificate secondo 4 diverse tipologie:

  • Disturbo bipolare I
  • Disturbo bipolare II
  • Disturbo ciclotimico
  • Disturbo bipolare non altrimenti specificato
  • 

Cenni Storici:

Si ritiene che sia stata individuata sin dai tempi dell’antica Grecia, ma la sua definizione è stata fornita solo nel 1921 da Emil Kraepelin.

Secondo analisi storiche si ritiene che personaggi illustri come, Ludwig Boltzmann, George Gordon Byron, Winston Churchill, Napoleone Bonaparte, Giacomo Leopardi, Vincent van Gogh, Friedrich Nietzsche, Kurt Cobain e Jaco Pastorius soffrissero di tali disturbi.

Epidemiologia:

L’incidenza totale di tali disturbi arriva all’1,2% nel sesso maschile ed è leggermente maggiore nel sesso femminile (1,8%), e durante il corso della vita si arriva al 2% di rischio. Distinguendo tra le forme si osserva che nella forma I l’incidenza è pressoché pari fra i due sessi, mentre nella forma II si distingue il maggiore impatto sul sesso femminile. Il disturbo ciclotimico ha un’incidenza più bassa (0,4-1%).

Per quanto riguarda l’età, esordisce principalmente intorno ai 18 anni (il disturbo ciclotimico 15-20), anche se può manifestarsi in qualunque età. Dall’inizio del XXI secolo sono aumentati i casi che riguardano l’età infantile. Inoltre tali disturbi si presentano maggiormente nei paesi più industrializzati e nelle persone celibi-nubili o separate.

Sintomatologia:

È un disturbo caratterizzato da alterazioni ciclico-periodiche dell’umore, talora intervallate da periodi asintomatici. Le manifestazioni principali si osservano durante l’episodio maniacale, durante il quale la persona mostra un umore molto positivo, si esalta, si accresce l’autostima, e la sua capacità di giudizio è alterata. Il periodo che dedica al sonno diminuisce e il suo eloquio si accelera.  A questi momenti di euforia si alternano fasi depressive, ovvero di opposta polarità (da cui il termine di “disturbo bipolare”) che possono essere o meno intervallate da periodi di eutimia (normotimia o umore in asse).

Se le fasi depressive si alternano alla mania si parla di disturbo bipolare di tipo I. Se invece le fasi depressive si alternano all’ipomania si parla di ‘disturbo bipolare di tipo II’; per la diagnosi è sufficiente un solo periodo di ipomania della durata di almeno quattro giorni. Ancora, la ciclotimia è un alternarsi di fasi depressive ed ipomaniacali, però mai così gravi e debilitanti da richiedere un ricovero ospedaliero o da compromettere totalmente l’attività sociale e lavorativa dell’individuo.

Diagnosi:

  • Disturbo bipolare I: si osserva uno o più episodi maniacali, ma ne basta uno per la corretta diagnosi. Inizialmente si mostra solo una breve pausa fra gli episodi e con il passare del tempo, dopo le prime recidive, le fasi di intervallo tendono ad allungarsi e stabilizzarsi.
  • Disturbo bipolare II: si osserva uno o più episodi depressivi maggiori, spesso viene diagnosticata in ritardo in quanto la si confonde con la forma unipolare.
  • Disturbo ciclotimico: si alternano episodi ipomaniacali ed eventi depressivi.
  • Disturbo bipolare non altrimenti specificato.
  • Eziologia:

    Le cause ipotizzate per il disturbo bipolare sono eterogenee e comprendono fattori biologici, genetici e ambientali.

    Fattori biologici:

    • Neurochimica – viene considerato l’effetto della serotonina e di un suo deficit, che provoca un effetto sulle sinapsi del sistema nervoso centrale simile alla depressione. Inoltre sembra coinvolta anche la noradrenalina.
    • Disturbi del sistema endocrino – si nota la correlazione fra un eccesso di cortisolo, ovvero la sindrome di Cushing e la depressione. Sotto tale aspetto si utilizza il test di soppressione al desametazone ma non fa una distinzione dei vari disturbi psichici e quindi in tali casi risulta inutile.
    • Sistema immunitario – anche se la ricerca si sta muovendo con idee opposte sull’argomento, si sospetta un coinvolgimento del sistema immunitario, osservando la natura dei vari sintomi della depressione.

    Fattori genetici:

    Si sono svolti numerosi studi in tal senso, evidenziando un maggiore fattore di rischio nella forma I, nella quale l’incidenza è di 8-18 volte maggiore. I cromosomi indagati in cui si è riscontrata una connessione sono il 5 l’11 e il X.

    Altri studi genetici hanno suggerito molte regioni cromosomiche e qualche gene candidato che sembra in relazione allo sviluppo del disturbo bipolare, ma i risultati non si sono dimostrati consistenti e spesso non sono replicabili. Anche se il primo linkage genetico per la sindrome maniacale venne scoperto nel 1969, gli studi sul linkage si sono rivelati inconsistenti.

    Gli studi di linkage genetico possono essere seguiti dalla ricerca di disequilibri del linkage tramite la mappatura fine all’interno di un singolo gene, ed in seguito tramite la determinazione della sequenza del DNA; utilizzando questo approccio, cambi di paia di base del DNA, con effetto causale, sono stati segnalati per i geni P2RX7 e TPH1.

    Recenti meta-analisi degli studi sul linkage hanno rilevato la mancanza di variazioni significative ad ampio livello genomico, oppure, utilizzando una metodologia diversa, soltanto due picchi significativi a livello genomico, sul cromosoma 6q e sul 8q21. Gli studi di associazione genetica non hanno portato a identificare un focus consistente, dato che ogni studio ha identificato un nuovo locus, senza che nessuno dei loci precedentemente identificati fosse replicato.

    Le ricerche hanno fatto scoprire un polimorfismo a singolo nucleotide nel DGKH; un locus in una regione ricca di geni con grande disequilibrio di linkage (Linkage Disequilibrium) sul cromosoma 16p12; e un polimorfismo a singolo nucleotide nel MYO5B.

    Un confronto di questi studi, combinato con un nuovo studio, suggeriva l’associazione con ANK3 e CACNA1C, che si ritiene attualmente siano correlati ai canali del calcio e del sodio. Diverse scoperte indicano fortemente un’eterogeneità, con diversi geni implicati in diverse famiglie.

    Numerosi studi specifici hanno trovato vari link specifici. L’età avanzata dei genitori al momento del concepimento è stata collegata in qualche modo all’aumento del rischio di disturbo bipolare nella discendenza, fatto consistente con l’ipotesi dell’aumento di nuove mutazioni. Una revisione mirante ad identificare le scoperte più consistenti suggeriva diversi geni correlati alla serotonina (SLC6A4 e TPH2), alla dopamina (DRD4 e SLC6A3), al glutammato (DAOA e DTNBP1), alle vie metaboliche implicate nella crescita o manutenzione della cellula (NRG1, DISC1 e BDNF), anche se ha constatato la possibilità di un alto rischio di falsi positivi nella letteratura pubblicata. È stato anche suggerito che probabilmente singoli geni abbiano soltanto un piccolo effetto e siano coinvolti in qualche aspetto relativo al disturbo bipolare (e ad un ampio aspetto di quello che definiamo il “normale” comportamento umano) piuttosto che al disordine in se stesso.

    Fattori Ambientali:

    Il disturbo può essere innescato in soggetti predisposti da eventi sociali forti tali da indurli a creare universi paralleli nelle sfere affettive o lavorative: un universo associato alla normalità l’altro all’evasione. L’uno generando sempre l’ansia dell’assenza dell’altro. Secondo le ipotesi più accreditate, i vari fattori interagiscono determinando uno squilibrio delle funzioni dei neurotrasmettitori all’interno di alcune specifiche zone del cervello con un’alterazione a favore della trasmissione eccitatoria (episodi a carattere ipomaniacale o maniacale) o inibitoria (episodi a carattere depressivo).

    Fattori psicosociali, quali lutti, abusi durante l’infanzia, gravi perdite affettive, problemi finanziari o lavorativi, gerontofobia o choc sentimentali possono innescare nei soggetti predisposti il processo che dà origine alla malattia.

    La predisposizione è correlata con l’ereditarietà o alla persistenza di stimoli esogeni forti. Dunque la predisposizione non necessariamente si esplica nello sviluppo della malattia, poiché l’assenza di forti stress nell’esperienza dell’individuo predisposto potrebbe evitare l’insorgenza dei sintomi. Una volta che il disturbo si è instaurato, gli episodi di entrambe le polarità tendono a presentare ricorrenze, sia spontanee, sia in relazione a vari stress psicologici associati ad ansie e sindromi compulsive, sociali, fisici ed in relazione ai ritmi biologici.

    Terapia:

    Non si conosce una cura definitiva per il disturbo bipolare. Tuttavia tale condizione può essere tenuta sotto controllo ed i pazienti bipolari possono condurre una vita normale e produttiva. Occorre tenere presente che il trattamento farmacologico non deve essere prolungato oltre il necessario per evitare che vi siano effetti negativi pericolosi.

    Il successo della terapia è direttamente correlato alla disponibilità del paziente, che spesso rifiuta le cure, in quanto non riconosce di essere malato, o le sospende una volta dimesso.

    Terapia farmacologica

    Un farmaco con azione stabilizzante dell’umore potrebbe essere definito idealmente come attivo nel trattare entrambe le fasi del disturbo e nel prevenire le ricadute. Nella pratica si utilizzano definizioni più estensive, che comprendono farmaci attivi nel prevenire alcune recidive senza incrementare l’incidenza di recidive di polarità opposta.

    Litio

    Nelle linee guida internazionali sono i sali di litio (in genere carbonato di litio) il farmaco di prima scelta che previene l’esordio nel 60-70% dei casi. Capisaldi del trattamento sono in effetti gli stabilizzatori dell’umore (litio, la cui somministrazione può durare anche anni, da 5 a 10 e, se venisse interrotta e poi ripresa, l’effetto sarebbe diverso). I suoi effetti collaterali includono nausea, polidipsia, poliuria, ipotiroidismo, iperparatiroidismo e deficit a livello cognitivo. Occorre fare attenzione alla quantità somministrata in quanto è possibile che insorga un’intossicazione. Si parla di intossicazione da litio quando si superano i valori di 1,5 mEq/l. La pericolosità dell’intossicazione risiede nella circostanza che, oltre ai normali effetti collaterali (atassia, vertigini), può condurre al delirio e alla morte.

    Lamotrigina

    La lamotrigina (Lamictal), anch’essa appartenente alla classe degli anticonvulsivanti, svolge invece una prevalente funzione di prevenzione delle ricadute depressive, tanto da essere classificata da alcuni autori come un antidepressivo. Il meccanismo con cui tutti questi farmaci riescono a stabilizzare l’umore non è ancora del tutto chiaro. In alcuni casi gli anticonvulsionanti possono comportare risultati migliori del litio (e possono essere associati ad esso).

    Altri farmaci

    L’acido valproico, l’oxcarbazepina e la carbamazepina riducono l’intensità e la frequenza delle crisi, sia maniacali compulsive sia depressive ed ansiogene.

    I neurolettici possono provocare discinesia tardiva, la sindrome neurolettica maligna, e aumentano la tossicità del litio nel caso venisse somministrato.

    Antipsicotici utilizzati sono la cloropromazina,e l’aloperidolo, che vengono utilizzati nella fase maniacale acuta la clozapina viene utilizzata in dosi 12,5 fino a 600 mg al giorno ma deve essere controllato il livello ematico, e previene la re-ospedalizzazione.

    Sono state utilizzate anche benzodiazepine come il lorazepam o il clonazepam in dose di 2-6 mg che hanno un duplice effetto positivo: da una parte riducono le dosi da somministrare di farmaci potenzialmente nocivi dall’altra hanno un veloce controllo sullo stato di agitazione del soggetto.

    Per quanto riguarda le ricadute la Levo-tiroxina, su cui sono state condotte numerose ricerche in dosi dai 150 ai 400 ug, assunta in aggiunta del litio in dose 25-50 mcg al giorno riduce la durate e l’intensità degli attacchi, per lo stato depressivo si preferiscono gli IMAO come la tranilcipromina e gli SSRI rispetto ai triciclici.

    Recenti studi mostrano risultati modesti per altri antiepilettici come il gabapentin e il topiramato. Un’altra possibilità per la terapia è rappresentata dall’impiego di farmaci antipertensivi come la clonidina (un antiadrenergico), e i calcioantagonisti verapamil e nimodipina. Gli studi sull’impiego di queste tre sostanze nel trattamento del disturbo bipolare sono ancora pochi e se ne riserva l’utilizzo in casi resistenti agli altri trattamenti.

    Antipsicotici atipici

    Soggetti che rispondono in modo insoddisfacente al trattamento con stabilizzatori o associazioni di essi possono trarre giovamento dall’aggiunta allo schema terapeutico di un antipsicotico atipico, in particolare olanzapina, quetiapina e aripiprazolo, che hanno tutti forte valenza nella prevenzione dell’episodio maniacale. Olanzapina e quetiapina hanno il vantaggio di avere anche efficacia nelle fasi depressive e migliorano la qualità del sonno, oltre ad avere una grande rapidità di inizio d’azione.

    In un paziente già in trattamento l’introduzione o l’aumento di dose di un antipsicotico atipico di quelli sopra indicati migliora rapidamente il quadro.

    Nelle forme più serie può essere necessario l’utilizzo di altri antipsicotici tradizionali, come i butirrofenoni.

    Un paziente non trattato può trarre giovamento dalla sola introduzione degli stabilizzatori dell’umore.

    Casi di mania disforica, ovvero percepiti in modo negativo anche dal malato, e la mania accompagnata da agitazione sono da considerare emergenze psichiatriche e necessitano di un trattamento tempestivo. Forme lievi rispondono alle benzodiazepine, in particolare clonazepam e lorazepam (2-4 mg per via parenterale). Spesso è però necessario il ricorso ad antipsicotici iniettivi come l’aloperidolo e l’olanzapina IM (modalità di somministrazione intramuscolare). Spesso può rendersi necessaria l’ospedalizzazione.

    Farmaci utilizzati

    Ecco un elenco dei principi attivi utilizzati:

    Categoria farmaco Principio attivo
    Antipsicotici ClorpromazinaOlanzapinaRisperidoneQuetiapinaAripiprazoloZiprasidone
    Antiepilettici Acido valproicolamotriginaCarbamazepina
    Altri (stabilizzatori) Litio

    Terapia della fase depressiva

    Il trattamento dell’episodio depressivo in corso di disturbo bipolare è particolarmente delicato in quanto qualsiasi farmaco psicoanalettico può potenzialmente portare il paziente a virare verso una fase maniacale. Gli studi non sempre sono concordi su quali molecole risultino meno rischiose sotto questo aspetto. Ci sarebbero indicazioni comunque per considerare il bupropione e la venlafaxina come i farmaci di scelta. È comunque necessario, per minimizzare il rischio di viraggio, che il trattamento antidepressivo sia effettuato al dosaggio minimo efficace e soprattutto che sia mantenuta la terapia stabilizzante a base di litio, anticonvulsivanti ed eventualmente un antipsicotico atipico.

    L’introduzione del già citato stabilizzatore dell’umore lamotrigina è efficace nella prevenzione delle ricadute depressive, ma non ci sono prove definitive che la molecola prevenga l’insorgere della mania.

    Negli Stati Uniti è in commercio un’associazione fissa olanzapina più fluoxetina (Zyprexa e Prozac) sotto il nome Symbiax.

    Opportuno anche un accenno alla TEC (terapia elettroconvulsivante) che, seppur ancora molto discussa, in alcuni casi resistenti dimostra di avere una notevole efficacia in particolare negli stati depressivi e misti.

    Terapia adiuvante

    Tra le terapie di supporto farmacologico si segnala la terapia con acido folico; la cui carenza è segnalata in soggetti con disturbo bipolare insieme ad un aumento patologico dei livelli di omocisteina plasmatica. Infatti, nei pazienti affetti da disturbo bipolare:

    • Mutazioni genetiche dell’enzima MTHFR (Metil-tetraido-folato-reduttasi), che trasforma l’acido folico in acido folinico, sembrano essere implicate nella genesi del disturbo, come conseguenza dell’aumento patologico dei livelli di omocisteina e una diminuzione dei folati circolanti nel plasma di questi pazienti [46]
    • L’uso di acido valproico ed altri farmaci stabilizzanti dell’umore, pone seri problemi di prevenzione di malformazioni congenite nelle donne fertili affette da disturbo bipolare; che possono essere prevute con dosaggi elevati di acido folico.

    Psicoterapia

    La natura presumibilmente biologico-ereditaria del disturbo porta ad una serrata discussione sull’utilità della psicoterapia. La maggior parte degli psichiatri concorda sul fatto che, soprattutto in associazione ai farmaci, terapie cognitivo-comportamentali e di gruppo possano giovare. I problemi psicosociali causati dai sintomi della malattia stessa (problemi lavorativi, scarsa produttività, difficoltà relazionali, problemi legali, etc.) possono influenzare l’andamento del disturbo favorendo nuove ricadute e contribuendo alla cronicizzazione della patologia; alcuni possibili ed auspicabili obiettivi della psicoterapia, sono quelli di guidare il paziente nell’adattamento ed accettazione della malattia, oltre a stimolare l’affetto protettivo e contenitivo dei familiari. I problemi personali insorti prima degli episodi maniaco-depressivi possono continuare ad esistere. I problemi esistenziali non correlati al disturbo maniaco-depressivo non saranno risolti dalla terapia con stabilizzatori dell’umore. Al contrario, la psicoterapia od altre forme di supporto psicologico possono essere utili nell’affrontare tali difficoltà.

    Disturbo bipolare e suicidio

    Il rischio di mortalità è molto elevato nei pazienti affetti da questa malattia. La percentuale di pazienti bipolari che commette il suicidio arriva al 19%, una percentuale 30 volte superiore a quello della popolazione normale. La mortalità in generale è molto elevata anche a causa della tipica sottovalutazione dei pericoli durante la fase maniacale.

     

    Persone affette da disturbi bipolare:

    Secondo Kay Redfield Jamison, nel proprio libro Toccato dal Fuoco, molti geni dell’arte e della musica soprattutto, ma anche politici famosi, sono bipolari. L’autrice si spinge a evidenziare una maggior predisposizione per il temperamento artistico ed il genio creativo, trovandone nella malattia il presupposto biologico.

    Tratto da “Wikipedia”, l’Enciclopedia libera.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Psicosi_maniaco-depressiva

     

    Come scritto nel precedente post, queste informazioni, tratte da wikipedia, sono state postate solo con l’intenzione di dare più visibilità e spazio a malattie spesso nascoste e non curate (chi vuole andare dallo strizzacervelli? Io sì, ma sono un caso a parte! ;)). Prendete quindi, quest’informazioni con le pinze poichè sono qui solo per esere lette, per darvi una sorta d’infarinatura generale, per evitare che problemi che spesso vengono nascosti, possano essere portati alla luce con serenità. Questo post NON vuole assolutamente essere un compedio medico! Se avete qualche problema, credete di soffrire di qualche disturbo.. consultate il vostro medico! Assolutamente! Niente medicina, diagnosi e cure fai-da-te!

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    La ciclotimia è un disturbo dell’umore, caratterizzato da periodi alternanti di depressione e di ipomania. Per parlare di ciclotimia, l’alternanza dei due stati deve protrarsi per almeno due anni. Talvolta ci sono dei periodi di normalità, in cui l’umore è stabile, che non durano però per più di due mesi.

    L’individuo ciclotimico soffre dunque l’alternarsi di periodi di iperattività, creatività e spirito di iniziativa, con periodi di ipersonnia, apatia, lentezza di riflessi e difficoltà nella concentrazione; tipicamente durante le fasi di ipomania intraprende progetti anche grandiosi affrontati con grande entusiasmo per poi essere abbandonati appena sopraggiunge la fase depressiva. Tuttavia i sintomi dell’ipomania e della depressione non sono mai così gravi da compromettere gravemente la vita sociale e lavorativa dell’individuo.
    La ciclotimia è una forma meno invalidante del disturbo bipolare.

    Criteri diagnostici

  • Durante i primi due anni del disturbo, il paziente non ha sofferto sintomi sufficienti che indichino possa avere sia un disturbo bipolare (I o II) oppure la depressione.
  • I sintomi devono presentarsi per almeno due anni, con periodi di ipomania e periodi di umore depresso che non soddisfano i criteri della depressione maggiore.
  • Il periodo più lungo che vede il paziente in buona salute, privo di sintomi è di due mesi.
  • Se in base ai sintomi, il disturbo non può essere descritto meglio come disturbo schizoaffettivo, e se non si sovrappone alla schizofrenia, al disturbo schizofreniforme, al disturbo delirante oppure a un disturbo psicotico non specificabile in altro modo.
  • Psicoterapie:

    Psicoterapia.

    La psicoterapia si occupa della cura di disturbi psicopatologici di diversa gravità, che vanno dal modesto disadattamento o disagio personale alla sintomatologia grave, e che possono manifestarsi in sintomi nevrotici oppure psicotici, tali da nuocere al benessere di una persona fino ad ostacolarne lo sviluppo, causando fattiva disabilità; a tal fine si avvale di tecniche applicative della psicologia, dalle quali prende specificazione nei suoi diversi orientamenti teorici: psicoterapia cognitivo-comportamentale, psicoterapia psicoanalitica, ecc.

    Professionalmente, in Italia la psicoterapia è una specializzazione sanitaria riservata a Medici e Psicologi iscritti ai rispettivi Ordini professionali, e si consegue mediante un percorso formativo presso scuole di specializzazione universitarie post-lauream, oppure in scuole di specializzazione private. Queste ultime devono essere formalmente riconosciute e autorizzate da un’apposita Commissione del MIUR (Ministero dell’Università e della Ricerca) ad erogare la relativa formazione specialistica.

    Etimologicamente la parola Psicoterapia – “cura dell’anima” – riconduce alle terapie della psiche realizzate con strumenti psicologici, quali il colloquio e la relazione, nella finalità del cambiamento consapevole dei processi psicologici dai quali dipende il malessere o lo stile di vita inadeguato, e connotati spesso da sintomi come ansia, depressione, fobie, ecc.

    Psicoterapia cognitivo-comportamentale

    La psicoterapia cognitivo-comportamentale è una delle più diffuse psicoterapie per la terapia di diversi disturbi psicopatologici, in particolare dei disturbi dell’ansia e dell’umore.

    Rappresenta lo sviluppo e l’integrazione delle terapie comportamentali e di quelle cognitiviste, e si pone in una posizione di sintesi degli approcci neocomportamentisti, della REBT (Rational-Emotive Behavior Therapy) di Albert Ellis e della terapia cognitiva classica di Aaron Beck, di cui cerca di integrare i principali aspetti funzionali.

    Tale psicoterapia si basa sul cosiddetto “Modello A-B-C”, in cui B (Behaviour) è il comportamento target da modificare, A (Antecedente) è la situazione che porta il comportamento B ad essere agito, e C (Conseguente) è l’effetto che ottiene B. Il conseguente C ha un effetto di rinforzo sul Behaviour target B, causando il mantenimento del comportamento, anche se disfunzionale o problematico.

    L’obiettivo del terapeuta cognitivo-comportamentale è di ridurre il comportamento di evitamento, facilitare un reframing cognitivo (ristrutturazione cognitiva) ed aiutare il paziente a sviluppare abilità di coping (la capacità di fronteggiare certe situazioni).

    Per raggiungere questi obiettivi, una delle tecniche principali consiste nell’esposizione sistematica del paziente alla situazione temuta, per comprenderla ed indagarla “sul campo”. Quindi con questa terapia risulta possibile monitorare l’influenza dell’ambiente a fini correttivi, attuando una sorta di retroazione (feedback).

    Questo può comportare:

    • Ristrutturare credenze “false” o auto-lesionistiche
    • Sviluppare l’abilità di parlare a sé stessi in modo positivo (self-talk positivo)
    • Sviluppare la capacità di sostituzione di pensieri negativi
    • Desensibilizzazione sistematica (usata principalmente per l’agorafobia e le fobie specifiche)
    • Fornire conoscenze specifiche al paziente che lo aiuteranno a fronteggiare le situazioni (per esempio se qualcuno soffre di attacchi di panico, gioverà l’informazione che le palpitazioni in sé stesse, anche se rapide e prolungate, sono del tutto innocue).

    Al contrario delle prescrizioni mediche, l’efficacia della terapia cognitivo-comportamentale dipende da vari fattori soggettivi, come la competenza del terapeuta e la convinzione del soggetto. Oltre alla terapia convenzionale svolta “in studio”, tale indirizzo di psicoterapia prevede spesso anche dei compiti cognitivo-comportamentali che i pazienti possono svolgere a casa come parte integrante della loro terapia (i cosiddetti “Homeworks“).

    Terapia comportamentale

    La terapia comportamentale è – in psicologia – la psicoterapia che si occupa esclusivamente del comportamento che – secondo il punto di vista dei terapeuti comportamentisti – è stato appreso all’interno del proprio ambiente o nel corso di particolari esperienze di vita.

    Piuttosto che analizzare le cause inconsce che motivano il comportamento dell’individuo, il terapeuta comportamentale vuole aiutare il paziente a modificare i suoi comportamenti/sintomi problematici.

    La terapia comportamentale origina dagli studi di psicologia sperimentale sul condizionamento classico di Ivan Pavlov (1849-1936) e sul condizionamento operante di Burrhus Skinner (1904-1990); ad essi si aggiunsero i contributi di Joseph Wolpe (1915-1997) sulla desensibilizzazione e di Hans Eysenck (1916-1997) sulla “Teoria dei Tratti” (primo ponte funzionale verso l’integrazione tra approcci comportamentisti e del primo cognitivismo). Dagli anni ’70, si parla appunto di neocomportamentismo per definire la rielaborazione operativa degli originari contributi teorici di Pavlov e Skinner in un’ottica specificatamente clinica. Dopo una prima fase di sviluppo avvenuta prevalentemente negli Stati Uniti (tra gli anni ’60 ed i primi anni ’80), si è poi diffusa progressivamente anche in Europa e nel resto del mondo.

    Frequentemente associata alla terapia cognitiva (normalmente si parla infatti di “terapia cognitivo-comportamentale”), si avvale di tecniche d’intervento quali il condizionamento/decondizionamento (finalizzato all’estinzione o rimodulazione di risposte comportamentali e psicofisiologiche), la desensibilizzazione sistematica, il flooding, le tecniche di stop del pensiero e diversione dell’attenzione, l’uso di tecniche di rilassamento (come il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson, le tecniche di controllo della respirazione o il training autogeno), ed il Biofeedback (BFB).

    In ambito riabilitativo, si avvale di tecniche quali la “Token Economy“.

     

    (Tratto da “Wikipedia”, l’enciclopedia libera)

    Sitografia:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Ciclotimia

    http://it.wikipedia.org/wiki/Psicoterapia

    http://it.wikipedia.org/wiki/Psicoterapia_cognitivo-comportamentale

    http://it.wikipedia.org/wiki/Terapia_comportamentale

     

    Vorrei precisare un paio di cose: innanzitutto non sono una dottoressa e non sono laureata nè in medicina tantomeno in psicologia. Tutto quello che sopra vi è scritto è stato postato semplicemente per darvi un’idea generale su questo disturbo, un disturbo che, a mio parere, è facile incontrare negli altri e dentro sè stessi. L’unico modo però, per esserne certi è quello di farsi visitare da persone specializzate, laureate e competenti in materia quali dottori, psicologi, psichiatri e tutti coloro che sono competetnti in quest’ambito. Non fate l’errore di cercare i sintomi di una presunta malattia su internet per poi fissarvi di esserne affetti. Questa stessa mania di cercare informazioni sui dusturbi e sulle malattia attraverso internet è un vero e proprio disturbo! Quindi, se riconoscete qualche sintomo o volete capire se siete affetti o meno perchè vi è sorto qualche dubbio.. contattate un esperto! Dottore o psicologo che sia! Andate dal vostro medico, parlategliene e decidete insieme come proseguire. Non fate nulla di testa vostra.. non fissatevi..e non fasciatevi la testa prima di esservela rotta! Può anche essere che siate solo un pò lunatici e non affetti da qualche disturbo! ;)

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