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Archive for dicembre 2011

Ed eccolo qua!! Dopo più di un mese, finalmente il secondo capitolo! scusate l’attesa ma sono stata davvero presa tra lavoro e regali di natale! Queste feste mi sfiniscono! >.<
Beh, ma non vi ho ancora fatto gli auguri anime!! Bene.. Buon natale! Buone feste a tutti! Spero vi siate strafogati tanto quanto me in questi due giorni! Dio, sono qui seduta sul letto e faccio fatica a tenere il portatile sulle gambe.. tutto per colpa della pancia che si è gonfiata a causa di tuuuutto quel cibo! Ahahahahahahahah A parte gli scherzi, avrò preso un paio di kg u.u Che tristezza!!
Evitiamo questo triste discorso, va.. ;)

Bene, so che sarete tutti occupati con l’organizzazione del capodanno, chi deve partire, chi fa troppa fatica ad alzarti dal caldo lettuccio, chi ha ancora la casa invasa da stormi di parenti.. Beh, se trovata cinque minuti.. potete correre a leggere il secondo capitolo! So che una mia amica lo sta aspettando con ansia ( e io aspetto una sua critica!! positiva, né! ahahahah) quindi.. corro a postarlo! Buona lettura, buone feste e buon rimpinzamento! :D

Capitolo 2

Sapevo che me ne sarei pentita, ma come al solito diedi ascolto a istinti puramente fisici.
Già in passato avevo commesso lo stesso errore: andare a letto con Jonathan.
Ci eravamo ritrovati in una situazione di vita o di morte – per così dire – e l’impulso fu quello di…beh, di assecondare i nostri ormoni prima della fine. Si era rivelata però la scelta sbagliata.
Sopravvivemmo e io portai con me il ricordo di una notte di fuoco… con l’uomo più ignobile, detestabile e arrogante di tutto il pianeta.
Erano trascorsi più di duecento anni da quella notte e ancora il ricordo mi tormentava. Io detestavo Jonathan con tutte le mie forze. Non lo sopportavo. Era arrogante, vanitoso, altezzoso, superbo, estremamente strafottente… che nervi! Era tutti i peggior difetti racchiusi in un solo essere. Come mi sarebbe piaciuto piantargli un paletto nel cuore e vederlo diventare polvere….
E sapete qual è la cosa peggiore? Io sono molto più antica di lui! Lui è ancora un novellino! È stato trasformato poco prima che scoppiasse la rivoluzione francese – arco temporale nel quale è collocata la notte da dimenticare, tra l’altro – e si permette di parlarmi come se fosse il principe di tutti noi.
E a ripensarci bene, fu tutta colpa sua se ci trovammo in quella situazione!
Il signorino, trasformato da soli due anni, aveva deciso di seguire una dieta a base di giovani fanciulle di alto rango – aristocratiche francesi – provenienti dalle più nobili famiglie. Vergini. Esatto. Le nobili vergini dell’elite francese. Solo che il giovane non si prendeva nemmeno la briga di cancellare le sue tracce! No, lui si faceva vedere in loro compagnia per giorni.. Amava corteggiarle e rubare loro non solo il sangue ma anche la purezza. E i corpi? Rimanevano nelle camere da letto dove fino a poco prima se l’erano spassata. La prima notte d’amore di quelle povere ragazze si trasformava sempre nell’ultima notte trascorsa tra i vivi – anche se tecnicamente la ultime ore le avevano trascorse con un non-morto – .
Adorava morderle nel momento di massimo piacere – quando il sangue è più caldo e scorre più velocemente. Quando il sangue è reso ancora più dolce dall’eccitazione e dal piacere.
Le dissanguava completamente.
Una notte, non curante del fatto che ormai dodici fanciulle da lui corteggiate e viste assieme a lui l’ultima sera della loro vita fossero state ritrovate morte, decise di farsi un’altra bevuta.
All’epoca nessuno ne parlava apertamente, ma tutti sapevano.
Sì, sapevano. Non è come oggi che tutti conoscono ma nessuno ci crede. E la cosa bizzarra è che nonostante oggi si subisca un frenetico e costante bombardamento da parte dei mass-media – film, telefilm, libri, opere teatrali, musica, band… – nessuno crede nell’esistenza dei vampiri. All’epoca, periodo nel quale tutto era celato e nessuno aveva il coraggio nemmeno di parlarne, si sapeva. Si sapeva tutto.
Il nostro caro Jonathan, quella fatidica notte, decise di trascorrere la nottata infuocata con la povera malcapitata nella casa della giovane stessa. Proprio verso la fine del suo “pasto”, il padre della ragazza, insospettito dai rumori provenienti dalla camera della figlia, spalancò la porta e trovò Jonathan chino sul collo della figlia, ormai priva di vita, con la bocca insanguinata e il letto coperto da un lago di sangue. La figlia, nuda tra le braccia dell’aitante vampiro, era stata dissanguata.
Jonathan scappò velocemente, saltando dalla finestra, ma il padre – che sapeva – fece in tempo a sparargli contro. Voi penserete “e che sarà mai un colpo di fucile per un vampiro?” Il fucile in questione non era caricato con le solite “cartucce”ma era caricato con proiettili di legno. Legno. Esatto.
Legno che gli sfiorò il cuore, gli penetrò nella gamba sinistra e nel braccio destro.
Trovò rifugio solo nelle fogne, visto che il mattino si avvicinava.
Non fu scoperto subito, ma dopo poche ore, tutta la città sapeva cosa lui fosse e cosa avesse fatto. Ma soprattutto la città sapeva cosa doveva fare.
Forconi, paletti, torce infuocate, acqua santa, collane d’aglio e croci appese al collo. Si erano preparati.
Vagliarono tutta la città. Partirono dai cimiteri: mausolei, cripte, persino tombe nel terreno. Poi passarono agli edifici abbandonati e infine alle fogne. Guardarono ovunque quando…
Penserete “quando lo presero?”. No. Non lo presero. Vagliarono le fogne fino a quando anche l’ultimo centimetro non fu ispezionato.
Pensarono tutti che avesse lasciato la città.
E invece sapete dove si era rifugiato? A casa mia!
Quando arrivò era ormai l’alba. Non s’incenerì per miracolo.
Io mi ero già coricata all’interno della mia bara, posizionata sotto un’apertura all’interno dell’armadio che dava su di uno scantinato/camera da letto.
Io non lo udii. Non udii niente.
La giornata passò e verso le cinque e mezza mi svegliai. Era primavera, le giornate cominciavano ad allungarsi.
Salita al “piano di sopra”, la prima cosa che sentii fu un odore acre di sangue secco, stantio. Poi fui investita da un forte odore di bruciato. Seguii l’odore che portava proprio al mio letto.
No, sotto al mio letto.
Alzai le lunghe coperte che toccavano terra e quello che vidi non fu uno splendido spettacolo.
Un vampiro. Un vampiro morto sotto al mio letto.
Ok, per morire dobbiamo diventare polvere e quello aveva ancora buona parte del corpo, ma era messo così male che faticai a credere che si sarebbe mai ripreso. Per questo lo diedi subito per morto..e spacciato.
Ritirai giù le coperte e mi sedetti sul letto. Che diavolo dovevo fare? E soprattutto.. chi era quel vampiro mezzo morto sotto al mio letto?
Non lo sapevo, e credevo non l’avrei mai saputo (sarebbe stato molto meglio!) ma dovevo fare qualcosa. Non potevo cacciarmi nei guai. Non ora. Non proprio adesso, dopo tutto quello che avevo passato. Così ruppi un pezzo di un asse di legno dell’armadio e decisi di usarlo a mo’ di paletto. Trascinai il corpo fuori da sotto al mio letto e cercai di raddrizzarlo il più possibile. Gli avrei alleviato una pena insopportabile e inutile.
Toccare quella pelle ustionata, mi fece senso. Sembrava di trascinare i rami di un albero ormai secco, e morto.
Lasciai cadere il braccio del vampiro a terra e mi strofinai la mano sporca di cenere sul vestito.. color crema. Intelligente, eh? Ma mi fece una tale impressione il tatto di quel corpo ormai incenerito… che non potei fare a meno di seguire un’azione istintiva.
Alzai il braccio e la mano con il quale tenevo il paletto e proprio mentre mi preparai a scendere sul suo petto sentii un gemito.
“No” bisbiglio. Si voltò di pochi millimetri. “No, ti pre…” Mi guardò con occhi così pieni di paura. Occhi pieni di terrore e tristezza. Non ebbi cuore di farlo. Abbassai lentamente il braccio e buttai a terra il paletto.
Misi il braccio sotto al suo malridotto collo e lo sollevai un poco.
Era così giovane.. Probabilmente era finito nei guai senza nemmeno sapere come (come sono ingenua!). Si vedeva che era un vampiro da troppo poco tempo per imparare i trucchi del mestiere. Le sua pelle era ancora rosea, e non diafana come quelli di noi che possono vantare secoli di esperienza.
Spostai un ciuffo dei suoi capelli nero corvino e gli lasciai liberi gli occhi. Solo quel ciuffo gli era rimasto, ma nonostante il deturpamento atroce ancora si poteva vedere quanto fosse bello.
In quel caso, l’unico modo per far riprendere un vampiro è nutrirlo.
Era ancora vivo nonostante le ferite riportate dal sole. Era quasi impossibile. Capii solo in seguito che fu tutto dovuto all’ingente quantità di sangue che aveva in corpo, quello di cui si era da poco nutrito.
Decisi così di aiutarlo. Per sei settimane lo tenni con me, lo nutrii e lo curai.
Avevo sentito in paese del giovane vampiro che era stato trovato dal padre della vittima a bere il sangue della figliola. Il vampiro che si nutriva di giovani ragazze e che ne aveva uccise tredici. All’inizio pensai che fosse lui quel vampiro e fui quasi tentata di ucciderlo ma.. ma non ci riuscii. Sarà stato il fatto che ancora faticava a parlare e quindi non mi resi subito conto di quale palla al piede pesante e petulante (e fastidiosa!) lui fosse.. sarà che mi ricordava vagamente il mio amore umano perito vari decenni addietro.. sarà quel che sarà ma alla fine non lo uccisi.
Seppi comunque. dopo pochi giorni, che l’assassino-vampiro era stato trovato nelle fogne morto bruciato a causa del sole. Alla notizia fui lieta di non averlo impalettato. Era innocente (sì, proprio innocente!)
Seppi solo alla sua completa ripresa del fatto che il bastardo fosse lui (il ragazzo si era vantato dei suoi lavori).
Dopo circa sei settimane fu come nuovo. Era splendido.
Occhi color argento, capelli neri come la notte e pelle ancora rosea.
Dopo la sua guarigione però, seppi da lui quello che aveva commesso. Lui credette di farsi il figo (si dice così oggi, nel gergo giovanile.. giusto?) e di farmi cadere ai suoi piedi, io invece ne fui disgustata. Lo cacciai da casa mia. Litigammo furiosamente quella notte. Quello che fece, dove andò e di chi si nutrì.. io non ne ho assolutamente idea. E non me ne importava niente, fino a quando, circa quattro giorni dopo, non bussò alla mia porta con dietro di sé un’orda di guardie.
Era legato, imbavagliato e stretto – tramite i polsi – ad un bastone di legno che lo faceva camminare ricurvo.
A causa sua, mi avevano scoperta.
Aprii la porta e la prima cosa che vidi fu il sangue colare dal mio petto.
Mi avevano sparato. Sparato con dei proiettili di legno da una distanza di pochi centimetri.
Fortunatamente il medaglione che portavo al collo, deviò un po’ la traiettoria coprendomi il cuore, ma il proiettile si conficcò in profondità nel mezzo del mio petto.
Altri due proiettili mi si conficcarono nelle gambe. Caddi a terra guardando il mio sangue che sgorgava come una fontanella e macchiava di lunghe strisce il mio abito dal color del cielo.
Uno, due, tre quattro. Altri quattro colpi. Braccia e pancia. Ero stata abbattuta come succedeva ad i cavalli ormai vecchi e senza futuro, ai quali veniva tolta via la vita prima del tempo da uomini che credono di essere Dio e poter decidere della vita e della morte degli altri.
L’ultima cosa che ricordo fu lo sguardo di dolore di Jonathan e la sensazione di bagnato sul viso.
Mi risvegliai legata. Al buio. Tra l’umidità e con un topo enorme che mi stava passando davanti. Ero legata. Ed ero in una cella sotterranea.

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