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Archive for novembre 2011

Capitolo 1

Guardo le tenebre al di là del vetro. Le tende color porpora sbarrano la via ad ogni cosa, ma il buio s’insinua ovunque. Riesce a trovare spiragli inesistenti e comincia a divorare tutto ciò che trova. La sento scorrere nelle mie vene. L’oscurità. L’oscurità riempie le mie vene e scorre in un flusso tetro lungo tutto il mio corpo, nella mia mente, nella mia anima.
Guardo la città dormire dall’alto del mio appartamento. Poche luci riempiono di calore le abitazioni. Un uomo sulla sessantina è seduto sulla sua poltrona di consumata pelle nera, intento nella lettura di un volume finemente rilegato. È una delle prime copie del Dorian Gray di Wilde.
Una giovane donna è appena rientrata dal suo turno in ospedale. Sta posando le chiavi. Dal giaccone esce il bordo del suo camicie verde. È stanca.
Un ragazzo guarda a volume completamente spento dei film non adatti alla sua età, e con le mani esplora il suo corpo ancora precoce stando ben attento che la porta non si apra e sua madre lo trovi intento in quel genere di passatempo.
Uno studente universitario è impegnato su di un mattone dalle fattezze di un libro: è uno specializzando dell’ospedale locale. Neurochirurgia. Non dorme da ore e ha carenze di vitamina a. Di questo passo, tempo altri due giorni, e sarà ricoverato a causa dello stress, della stanchezza e della carenza di zuccheri.
La vita è quasi assente a quest’ora della notte, se si esclude qualche caso fortuito.
Le uniche creature a passeggiare nelle ombre sono solo i miei simili: vampiri.
Li sento. Sento la loro fame. La sento salire e divampare dentro la mia gola. Sento la brama di sangue pulsarmi nelle vene. Sento la loro eccitazione, la sento lungo la mia schiena. Mi sembra di toccarla con le punte delle dita. Sento ogni loro sensazione.
Uno si sta avvicinando ad una prostituta. Si trovano a circa sette chilometri da qui. Al di là del braccio di fiume che separa le due estremità della città. Vedo la scena attraverso i miei sensi.
Si sta avvicinando. È attraente. Sulla quarantina, alto e dinoccolato, capelli argentei con qualche sfumatura del nero che avvampava in gioventù. Veste con abiti da tipico impiegato: pantaloni grigi, camicia bianca ben abbottonata, cravatta a righe bianche e nere, giacca grigia e un lungo cappotto nero a sovrastare il tutto. Sotto il braccio destro porta una valigetta. È vuota, solo di facciata, per rendere il costume il più vero possibile. Ma questo la prostituta non lo sa. Non lo può sapere.
Lei l’ha notato. Pensa sia davvero un bell’uomo. Pagherà bene, a guardare i vestiti che porta. Armani, pensa la donna. Ha pensato bene.
Poggiata sul muro scrostato, con vecchi annunci ormai sbiaditi, la donna rizza la schiena per mostrare ancor più il suo seno abbondante, già ben visibile grazie al suo abbigliamento: un top scarlatto.
Sorrido beffarda. “Almeno non si noteranno le macchie” – penso tra me e me.
Le scarpe sono strette, e iniziano a dolerle i piedi. Ma non le importa. Sa che tra poco se le toglierà nella stanza del motel lì dietro. Sbagliato, ragazza. Quelle scarpe le terrai fino all’obitorio.
L’ha raggiunta. Con fare disinvolto le bacia la mano. Antiquato.
Le dice, gentilmente e con termini ricercati, se è possibile passare la notte con lei. Non le chiede il prezzo.
La donna annuisce muovendo solo la testa. È completamente ipnotizzata. Legata. Legata con una fune agli occhi di lui.
La prende per mano e la trascina via. Non arriveranno mai all’hotel.

~~

Trascorro la notte in casa. Non ho fame. Non ho fame da tempo.
Prendo la mia vecchia copia de l’Amleto. Edizione del 1602. La prima stampa. Nessun editore né storico è a conoscenza di questa copia. La prima che venne “data alla luce” secondo gli studiosi risale al 1605. Si sbagliano. William, appena terminata la stesura il novembre del 1601, decise di far rilegare a sue spese un’unica copia. Una sola ed unica copia da regalare a me, la sua musa. Questa copia ha ben 409 anni. È consumata e ingiallita, ma conserva ancora il suo odore. L’odore dell’inchiostro usato, l’odore dell’editoria, l’odore dell’Inghilterra del 1600. L’odore di un’epoca straordinaria che non tornerà mai più.
Poggio una mano sulla ruvida terza pagina. Lascio scorrere le dita lungo i caratteri. Gli unici, pochi e sbiaditi caratteri che si trovano su quella pagina.
“To my Muse. I will remember thee in eternity. W.S.”
La sua musa.
Rileggere quelle righe è una pugnalata al cuore.
Non ho mai amato nessun altro quanto ho amato lui.
Era un amore sincero. Una vera amicizia.
Vivevamo d’arte. Poesia, letteratura, teatro, pittura.. Con lui ogni giorno era all’insegna dell’arte. Ero la sua musa e confidente. Lui mi leggeva i suoi versi e io gl’insegnavo le lingue arcaiche. Non ha mai saputo come facessi a conoscere tante lingue e così tante cose. Mi ha sempre ritenuto tremendamente colta e acculturata. Secondo lui il motore di tutto era la mia sfrenata curiosità. Non sapeva che tutto fosse legato alla mia lunga vita.
Credo abbia sempre sospettato qualcosa. Ma non ebbe mai cuore di dirmelo.
Perfino anni dopo, quando il mio volto non era cambiato mentre il suo cominciava a invecchiare, non fece mai domande. Ero la sua musa. Per lui ero eternamente bella. Su una cosa ebbe ragione: ero eterna.
Alla fine, però, dovetti abbandonarlo. Finsi un trasferimento nelle Americhe legato alla mia famiglia. Lui ne fu tremendamente addolorato tanto che volle partire con me. Dovetti partire senza neppure poterlo salutare. Fu un’agonia.
Spesso tornai a trovarlo. Era abbastanza felice ma gli mancavo. Aveva ancora i mie quadri sparsi per casa. In ogni libro che veniva pubblicato trovavo messaggi in codice. Le lettere rialzate formavano delle parole. Era un nostro codice segreto. Mi chiedeva di tornare.
In ogni personaggio femminile ritrovavo vari miei aspetti.
Soffriva. Soffriva e io non volevo che soffrisse.
Un giorno decisi che era tempo di acquietare le sue sofferenze.
Il 23 Marzo del 1616 gli feci recapitare una lettera nella quale i miei “genitori” annunciavano al mio vecchio amico, la mia scomparsa. Tubercolosi. All’epoca imperversava per le Americhe, portata dai coloni e dai colonizzatori bianchi.
Non riuscì a resistere molto dopo la notizia.
Esattamente un mese dopo, il 23 Aprile 1616, morì, portandosi con sé tanta tristezza ma la gioia che avrebbe potuto ritrovarmi in un altro mondo.
Non avevo mai capito quanto fosse legato a me. Così tanto da non riuscire a sopportare la mia scomparsa.
Presenziai al funerale, ma mi tenni ben nascosta dietro una grande quercia. Il sole mi bruciava sulla pelle delle mano destra, sotto al guanto nero. Ma sopportai. Il dolore per la scomparsa di William era più forte della mia carne che bruciava.
Piansi. Piansi lacrime amare che colarono abbondanti sul mio viso.
A distanza, potevo sentire e vedere tutto benissimo.
Una giovane si voltò, come se qualcuno dietro di me l’avesse chiamata. Mi riconobbe e fui costretta a scappare. Grazie alla nostra velocità, la ragazza credette di aver avuto un’allucinazione, di aver visto un fantasma e svenne. Tutti i presenti pensarono fosse svenuta per il dolore. Non si ricordò mai d’avermi vista.
Ripensare a quel giorno mi fa ancora male. Mentre scorro fra i ricordi, una lacrima bagna la mia mano poggiata sulla pagina. Lacrime di sangue.
Ogni giorno che passa sento la sua mancanza e il dolore di sapere che nemmeno nell’altra vita – ammesso che ci sia – lui mi abbia rincontrata, mi uccide.
Avrei dovuto trasformarlo, ma non volli condannarlo. Era un’artista. Amava la vita. Era buono e pieno d’amore. Era giusto che il paradiso gli riservasse un posto.
I ricordi mi portarono via gran parte della notte, e quando mi ripresi da quel tuffo nel passato erano già le tre. Fra poco più di tre ore sarebbe stata l’alba.
Bussarono.
Non avevo sentito i passi. Brutto segno. La mia dieta cominciava a indebolirmi troppo.
Velocemente mi avvicinai cercando di capire chi ci fosse al di là della porta. Annusai l’aria. Una nota di sangue mischiata a profumo speziato invase le mie narici.
«Rose, sento il tuo odore. Staccati dalla porta e aprimi.»
Cavolo, la mia giornata era stata rovinata.
Riluttante aprii la porta e mi girai, incamminandomi verso il letto. Mi ci sedetti sopra, e un secondo dopo Iris venne a sdraiarsi sulle mie ginocchia. Il mio gattino. Un cucciolo di persiano di soli due mesi, tutto nero con gli occhi color ambra. Era splendido. Sapeva che ero irritata, così venne subito a darmi man forte.
«Cosa vuoi, Jonathan?» dissi con gli occhi chiusi mentre accarezzavo la schiena di Iris.
«Wow, che caloroso benvenuto, ma Cherie.» rispose, avanzando all’interno del mio appartamento e chiudendosi la porta dietro di sé. «Io vengo a farti un saluto cortese, e questo è quello che trovo?»
«Ringrazia il tuo amato Satana per non esserti trovato un paletto nel cuore, Cher.»
Come terminai la frase me lo ritrovai accanto, con mani e ginocchia poggiate sul letto e il viso teso verso il mio. La sua bocca mi sfiorava.
«Ringrazia il tuo Dio che oggi sono di buon umore, altrimenti ucciderti sarebbe fin troppo facile» disse a denti stretti. Sentivo il suo profumo e l’odore di sangue fino in gola.
Mi bruciava. Mi bruciava tremendamente.
Lui se ne accorse e sorrise beffardo.
«Beh, ti trovo dimagrita. Che dieta stai facendo? Sai, non ne avresti bisogno.. sei così carina un po’ più in carne e rosea» disse sorridendo malignamente.
Nel frattempo si era alzato dal letto, cosa alla quale ero grata, e cominciò a gironzolare per l’appartamento.
«Cosa sei venuto a fare, Jonathan?»
«Uffa,» disse sbuffando mentre camminava davanti alla mia libreria e osservava i titoli dei libri passandoci sopra con un dito «volevo solo vedere come te la passavi. Una volta eravamo compagni di letto. Ricordi?»
«Esatto: una volta. Sai com’ è, sbagliando s’impara.» risposi acida.
Si girò solo con la testa e sorrise alzando un solo lato della bocca. Mi guardava con occhi roventi e quel sorrisetto non preannunciava niente di buono.
«Beh, potremmo sbagliare ancora una volta. E ancora. E ancora. E ancora..» disse, mentre si riavvicinava al letto.
«Questa volta passo.»
«Ne sei sicura?» mi rispose mentre, oramai salito sul letto, posava la sua mano pallida sul mio collo, facendo scivolare le dita lungo la mia giugulare.
«Mmh, secondo me ti sbagli..» continuò, mentre con la lingua tracciava linee immaginarie sul mio collo.
Quel tocco.. Così familiare, così sensuale..
Era impossibile resistergli. Ma non gliel’avrei fatta vincere.
Con un balzo scesi dal letto e mi avviai verso il bagno. Avevo bisogno d’acqua fresca, ma lui mi si mise davanti, sbarrandomi la strada.
Mi guardò alzando un sopracciglio, poi velocemente, mi prese in braccio e mi sbatté contro il muro.
Ricominciò a baciarmi il collo, mentre io annaspavo alla ricerca di qualcosa con cui colpirlo. Ero troppo debole per uno scontro corpo a corpo. Mi avrebbe fatto a pezzi.
Trovai solo la maniglia della porta del bagno.
“A estremi rimedi..” pensai. Con uno strattone la scardinai e cercai di colpire Jonathan violentemente sulla testa. Ma un secondo prima che la maniglia d’ottone colpisse il suo cranio, la sua mano fermò la mia a mezz’aria.
«Uh-uh» disse scuotendo il capo. “no-no bella” era il significato.
Cercai di divincolarmi ma fu tutto inutile. Ero troppo stanca e debole per opporre resistenza e alla fine cedetti.
Le mie ultime tre ore di “sole” scomparvero dietro gemiti di piacere.

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Vi avevo salutato, ma alla fine ho cambiato idea.
Sapete, ho pensato sia arrivato il momento di farvi conoscere qualche mia creazione nel campo della narrativa, quindi ho deciso che vi posterò uno degli ultimi romanzi che sto scrivendo. È ancora in fase di realizzazione, quindi non arrabbiatevi se alcuni capitoli non arriveranno prestissimo >.<
Sono un po’ agitata. Sono anche eccitata, se devo essere sincera eh eh
Spero davvero che la possiate reputare una buona opera. Lo spero tanto, tanto >.<

Bene, vi scrivo due righe sul contenuto.
Siete a conoscenza della mia adorazione per Shakespeare? No? Ma non è possibile! Non ve ne ho mai parlato?!
Ebbene sì, adoro Shakespeare.
Mi piace così tanto che lo venero.
Possiedo tutte le sue opere, in versione originale e tradotte. Alcune le possiedo doppie o triple poiché tradotte da diversi traduttori e quindi, di diverso lessico. Non cambia molto, ma mi piace avere tutte le versioni (un po’ come il Dracula di Stoker. Sì, anche in questo caso sto collezionando tutte le versioni in circolazione, per quanto riguarda la traduzione in italiano).
Ho sempre voluto scrivere qualcosa su Shakespe<re, infatti infilavo la sua figura e/o le sue opere in ogni mio manoscritto ma.. volevo scrivere qualcosa che includesse lui come protagonista, come pilastro portante del racconto. Così ho iniziato a scrivere “La Musa perduta”. Il genere? Il solito da me tanto amato: Gotico. In realtà è un mix, ma ha come fondamenta il genere gotico. È una sorta di romanzo storico, new gothic, gotico, horror e fantasy. Ci infilerei anche un Paranormal romance, a dir la verità. È una bella macedonia, non trovate?

La protagonista, Rose (sono ancora incerta sul nome, però..) è una vampira centenaria. Ovviamente è bellissima, come concerne a tutti i vampiri (e che cavolo, proprio i miei di vampiri devono essere brutti?!), molto intelligente e davvero colta e sensibile. La sua particolarità è.. l’essere stata la musa ispiratrice del grande poeta e drammaturgo: William Shakespeare. Rose, però, ha alle spalle una breve ma intensa relazione con un vampiro cinico ed egocentrico ma dalla bellezza e dall’arte amatoria davvero, davvero.. superbe. La storia è ambientata ai giorni nostri, ma i numerosi flashback la riportano in una Europa di fine Settecento. In questo romanzo arte, poesia, amore e bellezza si mischiano a morte, dolore e distruzione. E non è detto che tutto questo male non sia proprio scaturito dall’arte e dalla bellezza… se non dall’amore stesso.

Siete curiosi? Bene, a breve il primo capitolo. Ma veramente a breve..

Preparatevi alla storia d’amore più turbolenta e distruttiva che abbiate mai letto..

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Anime! Buonasera :)
È una vita che non scrivo sul blog, è vero. Lo ammetto ù.ù È che sono stata davvero impegnata in questo periodo! Tra il lavoro e le ripetizioni, ho davvero poco tempo libero! E quando sono libera.. non ho voglia di fare molto.. Non so voi, ma io in questo periodo ho voglia di fare proprio niente. Sarò depressa.. oppure dovrei fare una cura ricostituente u.u Vitamine, vitamine!

Va bene, vorrei riaprire “le danze” con una bella canzone che ho scoperto pochi giorni fa, forse proprio un paio di giorni fa, ora che ci penso..
Stavo spulciando un po’ la vita degli attori del telefilm 90210 (lo ammetto, mi sono messa a guardarlo anche io.. è solo che, con il break autunnale di The vampire diaries, Pretty little liars e The secret circle, l’attesa per la nuova stagione di True Blood.. beh, dovevo trovare qualche alternativa. Suvvia, non è poi così male.. ;)) e ho visto che l’attrice che interpreta Adrianna, ossia Jessica Lowndes,  oltre ad essere attrice è anche cantante e compositrice; mi sono messa, così, a spulciare ancora un po’ e ho letto che una sua canzone ha fatto parte di un episodio di Moonlight, quello splendido telefilm con Alex O’Loughlin, intitolato “La cura mortale”. Allora sono andata a cercare la canzone su Youtube, visto che il telefilm lo conosco praticamente a memoria, e l’ho trovata. In effetti.. è davvero molto bella. Struggente e malinconica ma con una vena di compostezza e rassegnazione positiva, una sorta di superamente del dolore. MI piace molto. Per questo motivo, ve la posto. Con tanto di testo, ovviamente.

Godetevela, anime.
A presto.

Goodbye

“I don’t wanna think, don’t wanna see your face
You’re haunting my dreams, every breath I take
I’ve tried letting go, but you keep reaching out
I’ve fallen so hard, something’s you can’t erase.

And now, I’m here without you
I’m gonna live without you
now that you’re gone, I’ve got to carry on
I can’t look back. 
The best part of me broke when we said goodbye

You use to say that we were cut just the same
Two lost souls, wander around until that day
I don’t have regrets, at least I tried not to
I wanna forget, at least I tried hard to

now, I’m here without you
I’m gonna live without you
now that you’re gone, I’ve got to carry on
I can’t look back. 
The best part of me broke when we said goodbye

I tried so hard, I’ve washed away those tears
I’ve broken free, I’ve brushed aside my fears
I’ve closed the door and I’m happier this way
You’ll always be the day I fell in love

now, I’m here without you
I’m gonna live without you
now that you’re gone, I’ve got to carry on
I can’t look back. 
The best part of me broke when we said goodbye

and I’m here to say goodbye.”

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